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martedì 12 ottobre 2021

Appunti alpini - Alpe Predoria e versante O Monte Pisello


 

P (Partenza) dalla strada per il Passo San Marco a quota 1500 mt. circa, base per il rifugio Alpe Piazza. Giunti lì abbiamo proseguito fino all'Alpe Pedroria, e poi esplorato il versante O del Pisello, per poi scendere alle stalle e alpeggi sottostanti, nell'alta Val Roncaiola, risalendo infine alla Predoria.


Genii tutelari (o spiriti silvani) alla Corte Grassa.




  

 




Alpe Baitridana (dall'omonimo dosso boscoso soprastante): da notare oltre al buono stato dell'impianto paesaggistico, gli splendidi, vari, piccoli casèl per la conservazione del latte.


    Vecchio caalècc per la lavorazione del Bitto appena sopra l'alpe Piazza; bellissimi i pianori sommitali del Baitridana, sulla cui costa è possibile trovare un interessante masso con incisione cruciforme, probabilmente confinario. La zona in generale è conosciuta per i suoi ritrovamenti di massi coppellati (vedere link risorsa in fondo).


Stallino sottostante l'alpe Pedroria. La posizione di tutti gli alpeggi della valle è estremamente panoramica.


Bàrech nell'alta Val Roncaiola, raggiunta con un traverso su sentiero segnato Cai molto disagevole. Presenza di camosci, galli forcelli, vipere. da questa si ritorna verso l'alpe Pedroria passando da altri piccoli alpeggi (Alpe Eterna). Nonostante il luogo molto isolato, l'alpe è ancora utilizzata da equini.

La zona della baita Eterna presenta diversi recinti litici ma sembrerebbe priva di incisioni. Sullo sfondo a sinistra la IGM riporta una "Cima della Paglia", molto probabilmente il toponimo deriva dalla pratica di taglio di erba magra sulle sue pendici.




La grande abbondanza di acqua si nota anche dall'onnipresenza di sorgenti e abbeveratoi in tutta la zona. In loco un masso coppellato; si è appena sotto la Pedroria, che invece presenta, appena a monte della stessa, diverse incisioni recenti (caratteri alfabetici, in un caso riquadrati).



Caalècc ancora molto in forma, pare appena risistemati, nella conca sottostante la Pedroria, in alta val Roncaiola.



Colchico autunnale ai piedi della Corte Grassa; il prato da sfalcio concimato è il suo habitat ottimale.


Per ulteriori informazioni riguardanti la presenza di petroglifi schematici in zona, rinvenuti e studiati tra la fine degli anni '90 e i primi '00, rinvio al seguente articolo:
https://www.academia.edu/11180141/Petroglifi_schematici_nella_valle_del_Bitto_di_Albaredo

lunedì 24 maggio 2021

Racconti e apparizioni di Costa Imagna (BG)

 


Costa Imagna è uno dei paesi dal carattere più spiccatamente “montano” della valle omonima, sia in forza della sua localizzazione, adagiato com’è a circa mille metri di quota sulle verdeggianti pendici del Monte Tesoro, sia in virtù della sua lunga storia costruitasi sul millenario rapporto tra uomo e ambiente naturale, rapporto che col passare del tempo ha potuto generare un patrimonio di cultura materiale ad oggi ancora visibile quando non rovinato dall’incuria o dall’estetica contemporanea – la Valle Imagna custodisce ancora molti esempi a proposito, a partire dai tesori della sua architettura tradizionale. Accanto al patrimonio visibile, esiste un archivio nascosto di conoscenze immateriali che in quanto tali sono da recuperare e custodire con maggiore urgenza in vista della loro progressiva dimenticanza e conseguente inevitabile rimozione dalla cultura della collettività. I racconti e le leggende popolari degli ambiti alpini – e quindi orobici – pur presentando spesso tratti fondamentali comuni tra le diverse località, assumono di volta in volta una valenza e un significato particolari in quanto legati di frequente a specifici luoghi delle stesse, con i loro aspetti morfologici, toponomastici, storici e via dicendo. In questa prospettiva abbiamo deciso di proseguire con il lavoro di ricerca e raccolta delle leggende intorno all’Albenza iniziato con Torre de’ Busi spostando la nostra attenzione sul versante valdimagnino. Perché Costa? Oltre alla vicinanza geografica con Torre de’ Busi, la quale permette eventuali raffronti sui rapporti esistenti oggi e in passato tra le valli Imagna e San Martino, di grande interesse è la pluralità di contesti territoriali tipici di questo comune, impreziosito dai suoi pascoli e dai suoi boschi, dalle sue sorgenti e dalle grotte, dal costruito antropico tradizionale. 

RACCONTI E DICERIE

La “Fömnì”

Di notevole pregio naturalistico è la zona di Costa Imagna che fa capo alla grande “gola” rocciosa nella quale oggi purtroppo confluisce grande parte della rete fognaria del comune. A monte di questa si trova oggi il vecchio lavatoio, dalla notevole struttura architettonica, che doveva servire tutta il circondario. Quel che desta più interesse, in virtù di isomorfismi ed assonanze tra contesti simili in tutta la valle, è la piccola cavità rocciosa che si spalanca all’interno dello stesso lavatoio, sua fonte. Questa è uno stretto budello calcareo buio e umido che forse ha dato origine alla leggenda della Fömnì, misterioso spirito femminile che si diceva dimorasse in quel luogo. Lungo l’arco alpino vi sono diverse testimonianze di esseri affini a questo, intenti a lavare panni o a svolgere altre occupazioni tipicamente femminili – la stessa famosa Corna Büsa, cuore del sacro vallivo, ha una sua leggenda similare. Nei pressi del lavatoio si trova inoltre una cappelletta votiva dedicata alla Madonna. 


La cappella del “Ciàpa”
Similarmente a quanto appena esposto, tra i faggi e le valli strozzate nella dolomia principale che precipitano in dirupi e crepacci ai piedi di Costa Imagna verso il fondo della valle, si trova la santella del Ciàpa, di incerta origine – probabilmente un ex-voto di un abitante soprannominato così – che raffigura al suo interno una Madonna della Corna Büsa. Poco oltre si trova la località detta Foppa dell’Acqua, con una sorgente e un piccolo riparo naturale. Il nostro appello ai conoscitori della zona è di farsi avanti nel testimoniare eventuali racconti legati a questo luogo o al lavatoio della Fömnì.


La Madonna di Raal
L’intensa devozione sentita nei confronti della figura femminile della Madonna trova riscontro anche in questa località. A Rale, un’effige della stessa era posta – e probabilmente lo è ancora, dobbiamo verificare – tra le alte fronde di un faggio secolare, ed era meta di processioni e probabilmente rogazioni al chiarore dei lumini; non risulta però dalle fonti il preciso momento annuale in cui avvenivano tali processioni.

La “pesca degli infanti” alla Serrada
Ancora un luogo d’acque e ancora presenze femminili: si diceva che le donne gravide, dopo una faticosa camminata a piedi scalzi, si portassero a un certo invaso d’acqua della Serrada (antico toponimo dell’odierno Resegone) che abbiamo associato alla grande pozza di abbeverata della Forcella Alta, unico luogo con caratteristiche tali in questo territorio arido. Vi si recavano, si diceva, per pregare e tornare così alle proprie dimore con il figlioletto appena “pescato”…

Strani rumori dal sottosuolo tra Redunda e Monte Tesoro
Portandoci in località Redunda, qui si raccontava che vi venissero seppelliti gli equini morti, segno probabile della presenza di qualche pozzo o abissetto carsico in loco. Questi, la notte, si “facevano sentire” scalpitando furiosamente dal sottosuolo. Il tema dei rumori sotterranei, boati e strane vibrazioni è ripreso in un altro racconto riguardante il Monte Tesoro: echi spettrali di collisioni e franare di sassi si avvertivano (e si dice si avvertano ancora) soprattutto durante i temporali lungo i versanti torredebusini del monte, mentre dalle parti di Costa Imagna era comune sentirli dopo il tramonto nei pressi delle tribuline poste lungo le antiche mulattiere alle sue pendici. Un immaginario “infero” che potrebbe trovare una spiegazione geologica nella già citata abbondanza di fenomeni carsici tipica della zona – ma lasciamo alla geologia una parola a proposito, se mai vi sarà.


Spettri e strìe
Immancabili infine i racconti riguardanti le ombre dei morti: a Novembre, lungo le mulattiere di Costa, si diceva fosse comune l’incontro con gli spettri dopo il tramonto, e per questo si raccomandava alle donne di coprirsi il capo nel caso dovessero uscire di casa. Rimane labile traccia invece della secolare paura di streghe e creature affini: sembra però che si sospettasse non poco dei gatti quali agenti del maligno o strìe camuffate e pronte a recar danno.

Con questo breve viaggio immaginario tra le contrade di Costa Imagna speriamo di risvegliare altre memorie per poter proseguire nella raccolta di testimonianze che non vadano così perdute.
Per eventuali contatti a proposito, oltre ai commenti qui e sui social : mac.m@live.it


venerdì 6 marzo 2020

Una visita a San Rocco

Una narcotica processione serale lenta risale la mulattiera appena prima dell'imbrunire di maggio: la valle è ricca di selve ed acque rinvigorenti di primavera, nell'aria fresca vibra il profumo degli alberi in fiore. Riacquista forza, l'olezzo silvestre, quando stupefatto incontra quello denso e polveroso dell'incenso retto dal cresimando. Le voci in preghiera si intrecciano come la trama di un tessuto sottile, insieme al canto sommesso del cuculo e del ruscello che scroscia sul fondo ormai buio della valle. Timida occhieggia la giovane rosa canina dai bordi del sentiero; giochi misteriosi di lucciole e il silenzio tutto intorno, portavoce della notte, avvolgono il secolare corteo dei fedeli.
Qual è la meta di questi antichi, domestici pellegrinaggi? Cimiteri minuti  di campagna, edicole votive o santelle solitarie nell'ombra dei boschi o appena fuori dai borghi. Un filo delicato di rosari e orazioni legava i vivi e i morti in quelle lontane sere della tarda primavera. E nel sussulto della bella stagione quasi si annida uno spasmo nascosto, l'ombra scura dietro lo specchio turchese degli alti cieli solstiziali. Il ricordo taciuto delle pestilenze passate, del tempo in cui il passo claudicante della morte udivasi sicuro tra le vie delle contrade, la notte come il giorno, grigio di piaga dilagante ed estremo pianto. Si sa di intere frazioni predate da ogni vita umana, fatti di un tempo inconcepibile, quando anche le campane rimasero mute nelle chiese esauste dalle processioni e dai funerali inarrestabili.



REAZIONE PSICHICA: UN SOGNO RECENTE
Cammino lungo il Sentierone bergamasco, in una sua versione dai connotati medievali, al crepuscolo di una sera d'inverno. Pochi i passanti intorno a me. Mi accorgo che verso il fondo della via, verso Piazza Pontida, nel centro della strada è riverso ordinatamente su decine di barelle di tela e legno un numero imprecisato ma grande di persone morenti, sfigurate spaventosamente dal nuovo morbo che domina la città, e il mondo tutto. Il fumo dei roghi dei cadaveri, vicini e lontani, si diffonde nell'aria mentre cala l'oscurità della notte, assieme ai gemiti dei malati e ai pianti di disperazione dei parenti, che da vicino li assistono. Alcuni di questi, caduti come in estasi psicotica, staccano pezzi di lebbra nerastra e marcescente dai corpi dei loro malati e li mangiano nell'inutile speranza di rendersi immuni al contagio. Mi tengo in disparte. Il senso di terrore collettivo, dell'inesplicabile e inevitabile tragedia di un qualcosa che è andato completamente fuori controllo, avvolge ogni parte dell'atmosfera. Mi allontano da lì in cerca di un luogo sicuro nei borghi della città, luogo che ho la consapevolezza che non troverò.

RITORNO AL PRESENTE
Rimangono oggi dei testimoni ripudiati e dimenticati, le solitarie edicole dei morti della piaga, vetuste custodi delle ossa degli avi, e ricordano al viandante di pregare per loro con le parole chiare dei loro epitaffi.
Le santelle sono i silenti custodi di una saggezza antica e abiurata, consegnate alla rovina dall'incuria del Benessere. Ma ancora in questi giorni sono i Santi e i numi potenti, fatti a pezzi dalla lebbra dell'intonaco corroso, che le proteggono, e che non dimenticano, San Rocco in primis, seguito dal cane, Sant'Antonio Abate e San Sebastiano, San Cristoforo e San Michele... la mano delicata del frescante ci scaraventa per un attimo nel mezzo di quei momenti bui della storia d'Europa.



UN RIVERBERO SECOLARE
Le santelle dedicate ai morti della piaga sono spesso, nell'immaginario alpino popolare, il luogo di partenza o destinazione di spettrali processioni di morti.

Vi furono anche sulle Alpi nel Medioevo Les processions blanches che hanno dovuto lasciare strani ricordi nella fantasia degli alpigiani. Quelle processioni si facevano specialmente quando una calamità colpiva una popolazione. Allora tutti gli abitanti di un villaggio o di una regione intera si coprivano con veli, panni e anche cenci, purché fossero bianchi, e si andavano aggirando in lunghe processioni, implorando il perdono delle loro colpe. [...] e come avviene nella Valle di Susa, anche in Isvizzera i fantasmi vanno con frequenza vicino alle cappelle ed alle chiese rovinate [...]. (1)


Ecco che la peste viene allora portata, a seconda dei luoghi, da una donna di alta statura e  dall'aspetto pauroso, probabile incarnazione oscura della vecchia Perchta, dagli uomini della peste, compagni dei nostri untori, e da altri strani fantasmi dai connotati morbosi, come i fuochi fatui:

Secondo altre leggende svizzere, una Dama bianca chiamata Mara portava la peste da cantone a cantone ed il terribile flagello fu visto dalla gente atterrita come un popolo azzurro che volava sulle fosse recenti, o come fiammelle anche azzurre vaganti sulla superficie dei laghi. (2)



Vada come vada, qualsiasi calamità di questo genere ben si presta a divenire una sorta di "chiave" per la creazione o l'apertura di spazi sotterranei dell'immaginario, in grado di spalancare le porte a forze caotiche, nel segno epocale dell'opera al Nero alchemico, storicamente rigenerante  per via della Distruzione.

1,2: M.S. Lopez, Leggende delle Alpi, Ed. Il Punto 2014.





sabato 9 marzo 2019

Valenze folcloriche della speleologia orobica 3 - I ladri e i loro buchi

Nei pressi della "grotta del Pacì", tra Canto Alto e Basso

Nel territorio orobico è riconosciuta la presenza di diverse cavità correlate toponomasticamente a vicissitudini di briganti, malfattori, o ladri che pare le abbiano in qualche modo utilizzate come covo e nascondiglio(1). Da una prospettiva semplicemente visiva oggigiorno risulta in effetti facile immaginare come personaggi di tal genere, storicamente esistiti o meno, potessero trovare rifugio e via di fuga nel labirinto di boscaglie e abbandono tipico del paesaggio della nostra montagna. Dei sentieri, delle cascine e di mille altri piccoli segnali antropici un tempo ben definiti oggi non rimane che la rovina(2), e quel che c'è di nascosto come le grotte appunto è destinato a divenirlo sempre di più, complice la mancanza di cura e interesse. 
Al tempo del formarsi delle dicerie sui briganti le cose stavano diversamente; ogni piccolo anfratto roccioso, ogni lembo di pascolo o di bosco era conosciuto spesso con un suo nome proprio dall'abitante del posto. Il territorio aveva una sua ben precisa identità toponomastica localmente riconosciuta. L'accesso a luoghi che oggi diremmo “selvaggi” era garantito da una rete di “infrastrutture naturali” oggetto di continua premura e controllo; i versanti, i boschi e le selve apparivano puliti in quanto sottoposti al pascolo e alla coltivazione. In uno scenario simile l'universo carsico era sicuramente ben più riconosciuto, almeno superficialmente, da grande parte della popolazione del luogo, con tutto il carico simbolico e narrativo annesso. In questo quadro storico il brigantaggio risulta ben esistente e documentato, anche se naturalmente diviene impossibile risalire con certezza alla presenza in una determinata grotta di un gruppo di ladri o simili. È facile però immaginare un certo grado di possibile connivenza tra questi e la popolazione locale, principalmente nelle fasce più povere della stessa. Appare quindi piuttosto improbabile che gente come i contadini, i pastori o i cacciatori non fossero a conoscenza dell'eventuale presenza di criminali all'interno dei loro luoghi d'elezione; sicuramente avevano una conoscenza del loro territorio del tutto superiore a quella media dell'abitante attuale dello stesso. Ipotesi di una fine tessitura di “favori reciproci” tra le due parti non sono improbabili. Questa vicendevole simpatia può aver portato del resto a quella sedimentazione nell'immaginario popolare di alcune famose figure di briganti assurte a veri e propri “miti” collettivi; a questa è seguita la transizione dal fatto locale alla memoria storica condivisa, costellata poi di episodi al limite del leggendario. L'esempio orobico di riferimento è il Pacì Paciana(3), che tra la cima e le pendici del Canto Alto pare fosse di casa in diverse cavità “nascoste”(4). La grotta-caverna-spelonca diviene in quest'ottica, ancora una volta, il deposito delle paure rinnegate ed evitate dall'uomo: il ladro vi si annida al suo interno, invisibile, pronto ad emergerne per compiere i suoi delitti non appena le luci del giorno si fanno morenti. Ad oggi le cavità orobiche correlate – nel toponimo - a vicende ladronesche sono circa una decina (5), essendo probabilmente la LOBG 3683 e la LOBG 1474 assimilabili alla stessa vicenda(6). Da questo carattere sotterraneo di devianza emana un riflesso più recente e in qualche modo rassicurante, quello delle grotte cosiddette “dei partigiani”, anch'esse piuttosto numerose nelle Alpi Orobie(7). Si tratta bene o male dello stesso tema pur se trasposto in chiave diversa, quella della ribellione ad un ordine sociale sentito ormai diffusamente come ingiusto, imposto e scomodo. La caverna diviene quindi ancora il grembo dal quale trarre nuova linfa per una possibile rinascita e ricostruzione del mondo(8). 



NOTE
1 altrove, sempre in Lombardia, le grotte divengono luogo stesso del crimine. Esempi si ritrovano nei pressi del monte Maddalena e dell'altopiano di Cariadeghe nel bresciano. Gleria E., Contributo per una ricerca sul folklore delle grotte lombarde http://spazioinwind.libero.it/folkgrotte/lombardia.htm
2 o peggio, il rinnovamento mal riuscito.
3  https://www.valbrembanaweb.com/valbrembanaweb/sitogino/personaggi/paci_paciana/paci_paciana.html
4 in primis LOBG 1065, negli immediati pressi del Canto Basso, e LOBG 1061 a Ambria di Zogno.
5 LOBG1450, LOBG1104, LOBG1065, LOBG1061, LOBG1015, LOBG1115, LOBG3639, LOBG3683, LOBG1474, LOBG1379.
6 “Nella località Castèl a Parre Inferiore, erano visibili fino al 1300 i ruderi di un antico castello circondato da fortificazioni. Nei pressi partiva un cunicolo che sfociava sulla strada tra Ponte Nona e Ponte Selva. Ancora oggi si può notare un largo foro praticato nella roccia che si insinua sotto terra in direzione di casa Caminelli, foro chiamato “Caverna dei ladri”. Gli informatori riferiscono anche dell'esistenza di numerosi altri cunicoli colleganti Parre di Sopra e Parre di Sotto. Di qui il fiorire di storie di briganti, comuni a molte località della Valle Seriana" (Anesa, Carissoni, Rondi, 1981; Beduschi 1983); da Gleria E., op. cit., http://spazioinwind.libero.it/folkgrotte/lombardia.htm
7 LOBG7331, LOBG3656, LOBG3655, LOBG1290, LOLC5020, LOBG1458, LOBG1446, LOLC5013.
8 di certo questa non è l'unica interpretazione possibile del rapporto che il brigantaggio e le grotte avevano nell'immaginario popolare. Per quanto riguarda LOBG1379, ad esempio, si è a conoscenza di un racconto popolare di Albino, nel quale è descritta l'attività criminale di una donna e dei suoi familiari, che dopo aver derubato e assassinato i viandanti ne gettavano i corpi nella suddetta grotta. (Anesa, Rondi, 1981) 

mercoledì 9 gennaio 2019

Valenze folcloriche della speleologia orobica 1 - Note metodologiche; Crepaccio della Rocca LO BG 1058 (S.Pellegrino Terme)

NOTE METODOLOGICHE

Grande clamore mediatico e fantasmagorico s'è ridestato, negli ultimi tempi, nei confronti del multiforme universo montano. Esso si nutre dell'ego dei nuovi consumatori dell'imbellettata immagine che la ragnatela offre della montagna, quasi sempre sottovuoto, o meglio moderna (mere)promotrice di sé stessa ai loro appetiti pulsionali.
Pare doveroso quindi contribuire a siffatto stato delle cose con questa nuova piccola ricerca incentrata sui sotterranei legami culturali che dai tempi più remoti esistono tra mondi carsici e l'immaginario popolare.
Lo studio si concentra sulle cavità orobiche – in primis brembane e seriane – che presentavano, alla data 1981, quella del famoso catasto che del resto rimane la nostra fonte principale, una nota di interesse folcloristico non meglio specificata all'interno del catasto stesso. L'intento è quello di incrociare la ricerca bibliografica con quella sul campo per reperire il maggior numero di informazioni a proposito di questi rimandi culturali prima che vadano definitivamente persi.*
Alle cavità di interesse squisitamente folkloristico segnalate sul vecchio catasto abbiamo annesso anche quelle che possono rivelare argomenti inerenti al tema sulla base della loro denominazione.**
Abbiamo aggiunto anche ulteriori luoghi di interesse sulla base di racconti e leggende reperiti nei testi.
Si tratta in realtà di una ricerca complessa sotto molti punti di vista, data l'età ormai vetusta della maggior parte dei rimandi catastali, i più recenti dei quali valicano raramente gli anni Sessanta del secolo scorso. Inoltre molte delle grotte e cavità segnalate risultavano di collocazione dubbia o incerta già all'epoca della redazione del catasto.
Vorrei sottolineare che la finalità di tutto questo deve essere intesa come quasi puramente estetica, priva di qualsivoglia ammiccamento accademico o di repellenti approcci come quelli volti alla “valorizzazione” territoriale per “portare” la gente in montagna... Noi crediamo che quello (pre)alpino sia un mondo morto e fascinoso, capace però ancora di elargire alcune delle sue gemme oscure e dimenticate... spesso a caro prezzo di chi le ricerca.

*la ricerca bibliografica prevede, oltre alla consultazione di testi fisici, anche la ricerca web, così come quella sul campo va intesa spesso come un riscontro con la variegata popolazione locale o con quella di speleologi e affini, oltre all'attenta analisi del territorio oggetto di studio.
**ad esempio, LO1021 il Bus del Mago di Gazzaniga, o LO1359 Cesa del Diaol (Chiesa del Diavolo), di Ardesio.


Crepaccio della Rocca  LO BG 1058 - San Pellegrino Terme

Crepaccio della Rocca

 Castelli arroccati su vette inaccessibili, posti a guardia di città o villaggi e attraversati da un labirinto nascosto di cunicoli e passaggi sotterranei, tutti elementi ricorrenti nel mondo fiabesco delle storie infantili, paiono essere l'ispirazione ideale per avventurarsi sugli irti pendii a monte di Piazzacava (San Pellegrino Terme). Qui la leggenda, riportata negli anni Trenta dal Frassoni, narra appunto della presenza di tali anfratti segreti nelle viscere del monte.
Del resto, non sembrano emerse ad oggi evidenze archeologiche nella zona strettamente relativa alla cavità in questione. In località Torre, poco più a valle, pare vi fosse un casale fortificato*, ma ciò non giustifica la leggenda relativa alla località Rocca; crediamo di essere in presenza quindi di una significazione toponomastica dovuta all'intersecarsi tra memorie storiche sedimentate nell'immaginario degli abitanti e morfologia vera e propria del territorio della “Rocca” di Piazzacava, promontorio dolomitico dalle aguzze sommità che possono evocare torri e bastioni di umano artificio.

cascinale in zona

Evitando i pascoli ancora utilizzati dal punto di vista zootecnico dai locali, i quali producono anche notevoli formaggi, ci siamo avvicinati al versante settentrionale del promontorio in questione, in un paesaggio ancora ruralmente pregiato, risalendone le boscaglie abbandonate per un centinaio di metri. Appena oltre il fondo si fa più tormentato e la dolomia principale inizia a dare il meglio di sé , spalancando sulla destra il Crepaccio della Rocca. Un nostro conoscente geologo aveva accennato, tempo fa, al fatto che tutta questa zona sia oggi molto “instabile” e che si stia muovendo non poco – questo il succo del discorso, non potendo noi entrare nel dettaglio. Abbiamo la conferma della cosa quando successivamente consultiamo il rilievo della cavità datato 1932: da allora possiamo constatare con sicurezza la presenza di almeno un grosso scollamento, il quale in realtà ha alterato sensibilmente la fisionomia complessiva del Crepaccio.
Questi luoghi sono citati anche altrove, a proposito di una favoletta popolare che ha per protagonisti un lupo e una volpe:

[…] un tale Matièt della contrada Grabbia di San Giovanni Bianco aveva ucciso una mucca malata (forse era pazza...) e l'aveva seppellita in cima al curnù, una sporgenza rocciosa che sovrasta la località Rocca, poco a monte di San Pellegrino Terme […]**.

*http://www.comune.sanpellegrinoterme.bg.it/turismo/la-storia/
**T.Bottani, W.Taufer, Racconti popolari brembani, Comunità Montana Valle Brembana, Bergamo, 2001, p.73

croce (confinaria?) sulla strada verso Alino
 


venerdì 26 ottobre 2018

Seguendo la Cacciamorta per i dossi della Mughera

E mi sovvien che un vecchio uccellatore
(e noi, fanciulli ancora, intorno intorno
ascoltavamo con pupille immote)
narrava del Diavolo la caccia
pei dossi della squallida Mughera.
Negra di pelo, orribile, con gli occhi 

fiammeggianti,, vedevasi una cagna
fuggire velocissima ululando:
e dietro ad essa un'affannosa muta
di segugi fantastici, e dovunque
voci d'inferno e strider di catene.
                               (B.Belotti, in "Val Brembana", poemetto, 1930)

L'imminente 31 Ottobre è di ispirazione per questa curiosa esplorazione lungo le alture a nord di Zogno. Lo spunto è dato anche da un bel testo di Vittorio Polli,* che accompagna il lettore alla scoperta dei luoghi patrii di don Antonio Rubbi (1693-1785), prevosto famoso per le sue guarigioni miracolose. Ci si muove quindi tra due temi di cultura popolare sotterranea dagli antichi rimandi e radici: la Caccia Selvaggia, che in una delle sue innumerevoli declinazioni alpine, e qui nella fattispecie orobica, diventa Cacciamorta, e la figura dai labili contorni "sciamanici" del prete guaritore. 


Luoghi certo vicini a un centro importante quale è e fu Zogno, ma proprio per questo enormemente ricchi di testimonianze antropiche nascoste all'ombra della giovane boscaglia che inesorabilmente divora quelli che furono i vecchi pascoli di queste alture. Partendo dalle Tre Fontane di Zogno, una piccola traccia nei pressi della chiesa ci permette di addentrarci tra le pendici della Mughera. Qui, tra vallecole e forre umide, si sale circondati dal muschio di vecchi muri a secco verso Pradonecco, contrada natale del prevosto. Forse questa era la via percorsa dal Rubbi quando andava a dir messa alla chiesa sottostante.

Guardiamo il precipizio che scende sopra le Tre Fontane, dove un viottolo nell'erba alta corre giù come un ragazzo svelto e saldo sulle gambe: un precipizio che è ancora la strada per andare alla chiesa delle Tre Fontane. In questa chiesa il prete Rubbi giovane ha incominciato a dir messa; e forse saliva a Padronecco ogni sera, dove l'orizzonte più vasto e l'aria più limpida, meglio nutrivano il suo animo predestinato.**

Padronecco e i suoi vasti (per quanto tempo ancora?) prati

 Da questo piccolo borgo diparte una mulattiera che porta in alto, verso altre lontane e solitarie contrade, fin su al Sonzogno, meta oggi prevista ma sfortunatamente non raggiunta. Prima però, è d'obbligo una deviazione verso la Mughera e il selvatichetto Pizzo di Zogno, là dove la Cacciamorta imperversava nelle notti invernali, ormai anche per noi imminenti. Seguendo un buon sentiero a nord dell'abitato, ci si addentra nella quintessenza delle prealpi dimenticate. Dall'altra parte della valle sta dimenticato un edificio, visibile nel bosco che si sta denudando in questo pomeriggio di fine Ottobre; la decisione di puntare ad esso è subconscia ma scontata, man mano che ci avviciniamo.



Una minuscola cava di "spolverino" lungo il sentiero. Questo è il colore originario del costruito di questi luoghi

I rovi sono fitti a tal punto che avvicinarsi a questa stalla è impensabile. Si nota come le pietre di cui sono costituiti gli edifici della zona siano irregolari, di qualità non eccelsa, tanto che in due occasioni, la prima in questa stalla appunto, dei grossi buchi presenti nelle pareti degli stessi sono stati "tappati" con semplici accumuli di sassi. La stalla non deve essere, in realtà, stata abbandonata da molto, in quanto il tetto è risistemato; ciò non toglie che il senso di desolazione è palpabile. Affascina il pensiero di segugi infernali al trotto in questi boschi scoscesi, la notte.

Stalla dal toponimo sconosciuto in Mughera

Proseguendo si scavalla un costone percorso dai pali dell'elettricità per portarsi a quello che scende dal Pizzo di Zogno (912 metri). Paurosi dirupi calcarei si spalancano a destra del costone e ospitano contorte (e franose) morfologie rocciose.

Nelle fauci calcaree della Mughera

Superato il Pizzo, uno splendido esempio di roccolo bergamasco (roccolo di Pice) si adagia su una passata. L'uccellagione era assai praticata in tutta la zona; appare inevitabile ripensare alle implicazioni narrative date dal contrasto apparente tra l'ambiente impervio di queste creste e l'esistenza nei pressi di queste di storiche strutture fisse per la caccia.

Roccolo di Pice


Dal roccolo di Pice una bella traccia scende, a volte a naso, verso Pernice, altra bella borgata di Zogno, ma prima di prenderla, si può tergiversare proseguendo ancora sul filo di costa verso la zona del Corno dell'Arco, giungendo in breve ad un altro fascinoso appostamento di caccia, racchiuso in un circolo di carpini e betulle che la morente luce autunnale rende quasi fantasmagorico.

Là dove passa la Cacciamorta

Torniamo sui nostri passi scendendo a Pernice. La bellezza e il carattere di queste contrade sono ben descritte dal Polli:

E una nuova chiara lezione che illustra la vita dei gruppi di case-famiglia sparse sui pendii, come le antiche tribù, con le loro vecchie dimore, le porte basse, i balconi di legno; i prati e i boschi intorno, limiti di una vita passata e di un non dimenticato modo di sostentarsi [...]
Lontani da queste costruzioni, altri gruppi di case-famiglia, vivono sulla loro terra con i nomi antichi e con le stesse sembianze dei progenitori: tutti hanno i loro soprannomi che sono rimasti  a distinguere i vari rami e le discendenze meglio dei nomi; il monte di Zogno è tutto organizzato in questo modo.***

Lo stemma dei Sonzogni a Pernice di Zogno

Dalla Pernice, la vecchia mulattiera riconduce al capoluogo traversando boschi e località che alla fine, tornati al cimitero di Zogno, permettono la comprensione dello stridente contrasto essenziale tra un modo di vivere che si è affermato nell'ultimo mezzo secolo, nei confronti di quello più antico di cui i nostri boschi e le nostre mulattiere sono intrisi. Di botto si è di nuovo nella contemporaneità delle villette modulari e della bruttura anestetizzante connaturata alla "città diffusa". Appena al di fuori di questa, nel buio immobile della notte invernale così come nella calura atroce del meriggio estivo, sulla schiena arsa della Mughera, i sussurri della memoria popolare non smettono oggi di raccontare leggende dal fondo della storia.

Stalla innominata tra Pernice e Pradonecco

*Polli Vittorio, La piccola patria, Il museo della valle editore, Bergamo 1972
**ibidem, p.34
***ibidem, p.33