lunedì 31 agosto 2026

Val Taleggio (epifania)

 Il giorno di San Giovanni 2026, vittima del rovente maltempo che rende l’aria estiva ormai irrespirabile tanta è l’arsura e la venefica umidità che porta con sé, decido di portarmi ancora verso i molti sentieri perduti della Val Taleggio. Perché questi sono così numerosi? Il mistero di questa valle, apparentemente chiusa in un rinselvatichito isolamento, è dato da una parte dall’assenza di eccessive pressioni antropiche, dall’altra da una morfologia sorprendente. Essa è difatti piccola solo in apparenza; corrugatasi nell’avvicendarsi impercettibile di borborigmi calcarei lungo i milioni di anni, alterna alle aeree prominenze delle sue cime pascolive i visceri cupi delle vallecole umide, dei sovrascorrimenti argillosi e fradici di acque sotterranee colme di carbonati. 


Dalla strada provinciale mi butto letteralmente a valle, non avendo individuato alcun sentiero visibile nei paraggi, attraverso un maldestro rimboschimento di conifere, scosceso e caracollante pietrame ma perlomeno dal sottobosco buio e pulito, seguendo la presunta posizione della località indicata sulla carta. Posizione poi naturalmente rivelatasi errata. Noto come tutta questa parte di versante sia scavata da rivi incuneatisi in vallecole dove affiora l’impermeabile e nerastra argillite tipica di questa parte delle Prealpi. Scendono i rivi, pigri ectoplasmi argentati, a volte cascando, a volte percolando, da salti di forre spesso profonde, che devo capire come aggirare. Nelle vallecole precipitano, come magma calcareo espulso dal monte, colate imponenti di muschi bianco sporco, cumulati e mummificati dalle acque incrostanti, alternandosi a quelle verde vivo di quelli ancora attivi. Come sempre, in questi angoli riposti di paesaggio, sorge dentro quella selvatica pacatezza regalata dal piccolo ignoto appena fuori casa, dallo sconosciuto alla porta; un certo ritorno all’infanzia, al portarsi oltre i confini senza strafare, con l’attenzione del gioco.

 

 Superato qualche salto, trovo una prima stalla cadente, ormai passata al bosco; la abita una cerva solitaria, che nel vedermi balza fuori improvvisamente, quasi investendomi. Interpreto il tutto come un buon auspicio, nonostante la rovina circostante. Sceso ancora per una cinquantina di metri, seguendo le carte, si apre come uno squarcio di roccia, nel bosco quasi verticale, un salto sotto il quale dovrebbe trovarsi la contrada. L’acqua qui non sgocciola più, tutto è ombroso e silente nella mattina d’estate. Nei dintorni solo il verde: digrada dal cupo petrolio bagnato di tappeti di foglie marcescenti, allo squillare polveroso degli ammassi di rovi appena si apre il sottobosco, per via di una linea elettrica che taglia di striscio il versante. Nessun segno di passaggio animale, niente zecche; mi trovo decisamente nel posto sbagliato. Ma il graduale assestarsi di una traccia leggera, appena sotto lo squarcio, che volgendo a valle pare farsi sempre più decisa e meno selvatica, mi convince a seguirla, prendendo poi i connotati riconoscibili di una vecchia mulattiera. La direzione è opposta rispetto a quella indicata in carta ma, dopo aver scavallato agevolmente un altro piccolo e scuro orrido, ecco finalmente profilarsi tra le fronde il minuscolo grumo, l’abitato di versante che era Borgo Sotto. L’abbandono di questa manciata di cascine e stalle di pietra chiara, azzurrognola, è totale. I tetti erti e bigi, in scistose lastre d’argillite, costruiti secondo la secolare tradizione taleggina, si sono arresi al tempo e al susseguirsi delle stagioni. Una di queste case conserva ancora il numero civico sulla parete principale, affacciata sulla valle. Sono come immerso nel silenzio di un sonno protrattosi troppo a lungo per essere definito naturale – o sono forse io il sogno, la fantasia di questo luogo avvolto da un coma impalpabile di sospensione e dimenticanza? Qui, a Sütabörga, nell’incastro tra dirupi, cielo e bosco, viveva gente stabilmente, in un mondo dal tempo dilatato, da cicli immemori. 

“nelle pieghe della montagna, quando come in un riposo si distendevano ampi respiri di prato, si incontrava un gruppo di case. Qui s’erano raccolti a vivere da anni obliati, ceppi di famiglie parenti tra loro come i carpini e le betulle. Le antiche case ci apparvero come gelosi scrigni chiusi e inaccessibili: erano la custodia di lontane memorie che sommavano vita, vicende, avventure e storia […]”

Ora queste case sventrate hanno perso ogni memoria di sé, lasciando solo refoli fugaci di sensazioni spettrali. Guardando con attenzione l’insegna del civico 153, posta sull’edificio meglio conservato dell’insieme, forse riattato e poi nuovamente abbandonato, scorgo un messaggio scritto in sottile calligrafia, un messaggio equinoziale trasmesso settant’anni fa e ora riscoperto, in questo difficile tempo di solstizio: “un giorno andando a caccia mi dovetti fermare qua, perché pioveva a ridotto [sic] e lascio i miei saluti a chi legge. Carlo Ciresa (?) 22/9/1958”.  

 

 Il messaggio non è l’unico. Sugli stipiti e l’architrave della porta d’ingresso una fitta trama di minute scritte a carboncino, in bella grafia, costellano di voci senza volto il silenzio afoso del bosco circostante.  Un palinsesto nascosto: date, generazioni e cognomi, molto simili tra loro, si stratificano, come fossili e detriti, emergendo da decenni di autunni, primavere, estati e inverni perduti.  Questi nomi dimenticati, rintracciabili forse solo sulle lapidi e i colombari dei piccoli cimiteri dei paesi circostanti, mi paiono tanto più reali e vicini di quelli fugaci e gonfi d’elettronica con i quali tendiamo oggi a darci un’identità nel nostro mondo dematerializzato, come zeppelin d’ego areostatico in procinto d’inferno. All’interno dell’edificio, nell’ala sventrata dal tempo, una finestra in pietra, stretta e allungata, scruta ancora verso i vuoti della valle sottostante, ma è resa orba dalle fronde e dagli arbusti che chiudono in un abbraccio sempre più stretto Sütabörga.  

 


Tornando in me, muovendomi poco oltre, mi inoltro di nuovo nei boschi inclinati di versante, riscoprendo altre vestigia remote e incomprensibili. Ora dimenticati nella penombra, i vecchi appezzamenti coltivati dalle genti di quelle contrade si svelano nella nascosta imponenza di muri a secco che si dipanano ancora per centinaia di metri, delimitando, terrazzando e ammaestrando le capricciose pendenze della montagna. Questi ancora erano i luoghi del lavoro: un lavoro prevaricante, ineluttabile, che informava la vita stessa, opera di generazioni di quei giganti che costruirono il paesaggio montano; quello che per noi è scoperta divertita, sfida sportiva, ammirazione estetica, immersione in una posticcia wilderness, altro non fu che sostanza della vita quotidiana degli avi, di mani intarsiate a fuoco, acqua, aria, terra e silenzi. Vita che era piena di vita perché da sempre così prossima alla morte - e credo in quell’eccesso di presente interminabile, di intelligenza arcana e simboli via via distorti nel tempo – non per un ritorno inverosimile a un passato idealizzato, ma per raccoglierne i semi rimasti, sempre più rarefatti, e farli di nuovo germogliare, in questa terra diversa, per rinverdire un mondo che si fa sempre più arido. Alla fine, lasciate le ragnatele di quella contrada morta alle mie spalle, giunto al fondo della valle dove il torrente muove le sue acque fredde e nere tra le rocce senza sosta, scavando e scavando ancora come il tempo stesso consuma i viventi, mi ci immergo come in un battesimo – il sollievo del viandante solitario, la promessa di una narrazione destinata a pochi.  

(il testo citato è di Vittorio Polli)