lunedì 4 aprile 2022

rosso bolognese

 

 

Bologna la grassa, vetusta madrina vestita di rosso antico, sorveglia come chioccia le generazioni di studenti che da sempre, alternandosi, popolano le sue viscere. Una signora dai fianchi cadenti, incline ad una certa poetica mollezza, esperta amante dei bagordi notturni che la riportano per poche ore alla giovinezza ormai perduta. Città che ammalia ma nella quale non vivrei: il suo fermento sotterraneo, eccessivo e caotico, il vagare di troppi giovani, carichi degli strascichi delle ebbrezze e dei sogni universitari, ne popolano i portici chilometrici, odorosi di ormoni ed urina, lacerando via via il mio sottile tessuto psichico, sempre affaticato dal dovere dell’identità. Troppi fantasmi in forme di vite potenziali si aggirano nell’aria umida delle strade e dei vicoli. E tutto questo caos invisibile, frutto disordinato di milioni di vissuti post-adolescenziali, è troppo spesso tinto dai colori eccessivi della politica. L’opulenza grassa, quasi al limite dell’indigestione, della sua eccellente cucina è influenzata anch’essa dalla presenza cosmopolita della popolazione giovanile: e scorgo il riflesso scuro di questo vivere festaiolo, benedetto dalla salute e dalla spensieratezza, nelle macabre collezioni cittadine degli squartamenti in cera e delle deformazioni in formaldeide. Città di passioni violente, il caldo rosso bolognese delle facciate dei suoi grandi palazzi suggerisce tramonti antichi e interminabili, mentre l’alta torre sghemba domina su tutto, minacciando la rovina come un’ubriaca barcollante. Sgorgando da una basilare assenza di controllo o da una reviviscenza di primordialità, rappresentata alla perfezione dalla scena del Compianto, il sangue fresco di Bologna colora e alimenta le sue stesse millenarie pietre di sapienza: equazione rabelaisiana?

mercoledì 24 novembre 2021

Ode al mugo verde

 

[…] mugo verde, pozione dei dannati,

mentre la moglie e i figli a casa piangono

il bevitore versa mugo nel suo cervello […]

Una sera, appena dopo Ognissanti, il mio profilo d’ombra baluginava lieve davanti alle ultime braci della stufa: brindavo alla morte dell’Estate, il cui scheletro ormai anneriva nei roghi bruniti di novembre. La stagione appena trascorsa aveva avuto infatti la virtù di rinnovare il mio interesse nei riguardi delle geometrie perpetue del tempo: a colpirmi, fondamentalmente, le stravaganti somiglianze con altre sofferenze patite una bella stagione di tanti anni prima. Nel piccolo e vitreo calice da liquore, le ultime gocce dell’estate, nell’alchemica estrazione sostanziata in grappa di pino mugo, stillarono lentamente sul cubetto di ghiaccio sciogliendolo, fino a coprire di un gelido velo verde opalescente la superficie liscia del bicchiere. L’essenza resinosa del mugo, balsamica e appiccicaticcia, danzava sulla mia lingua rinvigorita dagli alcoli ghiacciati. Ogni pensiero si disfaceva come grasso liquefatto nella trementina durante il suo stesso ramificarsi nella mia coscienza. Avevo raccolto quel mugo sulle sommità calcaree dei pascoli taleggini proprio nelle vicinanze del solstizio appena trascorso, in uno strano momento di premonizioni e confusione mentale, era un meriggio umido e senza ombre, come lo era la mia vita da qualche tempo, del resto. Ora, finalmente, anche quel ricordo finiva bevuto, assimilato per poi essere espulso insieme a tutto il resto delle esperienze, delle memorie e delle sensazioni che informano l’esistenza. Era quella forse un tempo la libertà degli dei delle vette: ricordo evanescente e gioiosa dimenticanza. Della materia stessa dell’eterno, essi non hanno esperienza della temporalità. Gli dei sono esseri morti.

Sulle montagne vivono gli dei,
Immersi in brume eterne d’amore,
Nutriti dagli stami dell’anemone.
Salvezza! Stridono e franano i gerù
Insieme ai neri vecchi torrenti
Ferite antiche delle valli, che dai muschi
E dalle rocce stillano sangue d’acqua
Che è alimento degli dei.
Dimenticanza! Gioendo sulle alte vette
In danze splendenti di favonio
D’inverno odoroso, e di vergine neve
Disciolta nel sole, rappresa nel ghiaccio
Divini vanno come vapori iridescenti
Ed errando in alpestri solitudini
Forse scorti da un silente viandante
Nel vento e nel ghiaccio vanno
Aspettando, aspettando sul crinale…




sabato 13 novembre 2021

La via per il Nord: dal diario di un viaggiatore onirico*.

 

Non soffermiamoci sull’utilità o meno della descrizione che seguirà, né sul suo intimo senso di realtà sfuggente, ma pur sempre sperimentabile, tipico dei più diversi mondi astrali – personalmente, mi accorgo di trovarmi in essi quando permane durante l’intera esperienza un carattere di decisa stabilità vibratoria – nessun mutamento improvviso di piani o simboli; nessuna fastidiosa interferenza da parte di automatismi psichici o forme-pensiero soggettive, così come accade nei sogni. Inoltre, non soffermiamoci sulla convenienza riguardo il rendere “pubblico” – espressione risibile nel momento storico attuale -  questo genere di contenuti definibili “esoterici”: andiamo infatti incontro ad un’epoca nella quale anche questo campo di indagine verrà scandagliato e sintetizzato; andiamo incontro, a mio avviso, all’emersione nel reale della vera magia nera… ma è tempo di andare a Nord.  Sono luoghi, quelli a Settentrione, che ho visitato più volte: vi si aprono valli crepuscolari ammantate di prati umidi e torbiere nere. Grandi montagne, che paiono alti dossi di erba e roccia scura spogli ma bonari, circondano laghi poco profondi le cui acque a volte rilucono nel pulviscolo dorato di interminabili tramonti. Su ogni cosa domina un senso di incomprensibile, mostruosa solitudine. È difficile scorgere segni di presenze intelligenti, in quel mondo di sconfinati spazi silenti; tuttavia, mi è capitato di scoprire simbologie di natura artificiale nascoste qua e là, tutte comunque in relazione all’elemento acqueo, immaginifico di Yesod, la sephirah sessualizzata dei mondi sottili appena percepibili oltre quello grossolano della materia atomica. In particolare, esistono una piccola fontana, poco distante dai grandi stagni, e ancora delle strane ed imponenti vasche litiche, nascoste tra le rade boscaglie di essenze resinose dei versanti dei monti circostanti. Non mi sono mai addentrato oltre in quei boschi, per non rischiare di “perdere il piano”: trovo le foreste e gli spazi alberati personalmente di ardua esplorazione, anche se certo pieni di sorprese e misteri, a causa forse della loro immemore valenza iniziatica. È assai probabile, comunque, che gli stessi acquitrini neri e immobili di quel mondo siano altri potenziali cancelli astrali verso ulteriori piani.

In quelle vallate sterminate mai ho sentito un suono che non fosse il pigro sgocciolare di rivi e sorgenti scure che vanno a morire nelle torbiere. In un’occasione però, dopo aver ammirato per interminabili momenti le volute di pulviscoli dorati mulinare senza suono sulle alte erbe e i canneti bruni, il ritmo pauroso e frenetico di una corsa forsennata è emerso improvviso dalle boscaglie dei primi monti sopra di me, mentre mi dirigevo verso di essi; e un capro maestoso, seguito dal suo gregge, mi è quasi franato addosso. Non credo che fosse semplicemente un simbolo atavico relativo a quel piano; il suo manto, cangiante di marrone profondo e rossiccio, e il suo stesso portamento eccessivamente austero e regale, suggerivano piuttosto la presenza di un qualche demone o intelligenza fuori dalla sfera dell’umano. Per qualche ragione che non posso ricordare non sono riuscito a comunicare con lui.

 


Per raggiungere questi oltre-luoghi posti a settentrione delle mie visioni notturne sono dovuto passare, tra l’altro, sempre dagli stessi avamposti onirici. Essendo questo un fatto soggettivamente piuttosto raro, ovvero la continuità psico-geografica senza modificazioni emotive o mentali di sorta, descriverò di seguito anche questi momenti del viaggio. Ben consapevole del fatto che si tratti di una materia  delicata e appunto soggettiva, non mi soffermerò su molti particolari che potrebbero essere facilmente fraintesi nell’ottica corrente di una narrazione causa-effetto. Ci tengo a sottolineare che non vado inventando nulla: descrivo meccanismi della mente alla portata di chiunque abbia la volontà e l’intelligenza tali da riuscire ad esperirli. Precipitato quindi in un sogno comune, e quindi di incoscienza, e riuscito ad emergere dallo stesso dopo aver assunto la forma appropriata, devo lasciarmi alle spalle – o meglio, ai piedi, in volo – l’inferno automatico delle città di pensiero, labirintiche e ultra-popolate da automi cerebrali e involucri di contenuti mentali disfatti, nella paurosa microgravità di quei cieli; qui si apre un paesaggio che ormai mi è del tutto familiare. In quel momento in cui ogni possibilità finalmente si spalanca in ogni direzione, e solo l’equilibrio tra coscienza ed energia fa da arbitro a ciò che succederà, bisogna puntare senza timori e ripensamenti a Nord, verso dei monti lontani, quasi invisibili sotto coltri di foschie iridate. Sono le Alpi di fantasia della mia giovinezza, passate sotto il filtro della consapevolezza esperienziale acquisita dopo innumerevoli esplorazioni delle stesse nella realtà fisica. Passata una terra di foreste e una stretta gola rocciosa, la desolazione intorno aumenta in proporzione alla diminuzione della vivacità cromatica della “luce di fondo” onirica. Finalmente si apre una sorta di fiordo o valle marittima, il cui mare dai flutti gelidi e grigi lambisce cupe spiagge di sabbie basaltiche. Solo lo sciabordare di quelle antiche acque rompe il silenzio altrimenti mortale di quel luogo. Questo mare freddo è diverso da quello illimitato, lunare e brulicante di entità del Meridione astrale: laddove quello è vivo, fluido e cangiante di immagini e riflessi argentati sotto l’immane astro notturno, lucente come un vetro giallo e bitorzoluto, questo oceano glaciale è fermo, una profonda distesa di fanghiglia e ricordi morti, di fondali melmosi abitati forse solo da relitti densi di mistero e da leviatani primordiali. E su quelle rive di vulcani estinti, punteggiate dal biancore delle masse di neve in dissoluzione sotto i cieli nuvolosi del nord, sorge bizzarramente un casino di caccia abbandonato. Da quanti secoli di notti senza fine appare lì, da quanti sogni che, come meccanismi senza scampo, si ripetono senza fine nello spazio di una sola notte, non ne avrei idea. Ma la sua facciata bassa, chiara e consunta, riflettente quasi i radi raggi solari boreali e di un curioso gusto simil-rococò, abbraccia da sempre gli spogli pianori circostanti, fino alle spiagge poco lontane.  Un altro edificio sorge a breve distanza, questo di fattura meno ricercata, probabilmente la residenza della servitù. Tutto intorno non c’è più traccia di vita o frequentazione alcuna di quei luoghi. Sulla facciata principale del casino, appena decorata dal movimento di stucchi spiraliformi, le finestre si aprono in fila, cieche e buie; entrare all’interno non è semplice, se non attraversando sottilmente l’illusoria materia delle stesse grazie alle particolari leggi della fisica dei sogni. La prima volta riuscii ad accedere solo ai seminterrati e alle cantine sotterranee, un grembo buio dove stanno le cucine e i ripostigli che custodiscono le scorte alimentari. Nella densa e muta penombra non vidi che grandi botti da vino vuote o sfracellate al suolo coperte dai festoni eccessivi della polvere e delle ragnatele – ma intanto, dal buio più raggrumato del fondo, strane processioni di creature avanzavano come dalla memoria di sabba stregoneschi, urinando getti stinti nelle botti ancora buone, gioendo e festando. Inutile perdere tempo onirico con quella roba continuando a scendere; il rischio diviene quello di procedere per labirinti di scale e polverose cantine sotterranee popolate solo da sporadici spettri solitari, senza più via d’uscita se non il risveglio – dopo tempi psichici che paiono eternità. Meglio salire ai piani superiori: qui attende un regno di penombra fossilizzatosi nei vasti saloni adibiti alla defunta buona società che frequentava il casino. Si è quindi avvolti dal silenzio ammuffito degli stucchi anneriti dall’incuria alle pareti, mentre qualche raro e grigiastro raggio di sole filtra dalle imposte bucate e decadenti. Intorno giace il mobilio in rovina, secolare reduce di serate di gala dimenticate: pieds-de-table in noce tarlati e anneriti, banquette curvati da anni di umidità, seggiole e poltrone finemente imbottite di lana completamente devastate dalla polvere, sventrate e marcite nell’attesa che qualcosa potesse dare loro una vita fuori da quella dei sogni. E scrittoi, cassettiere, cabinets ridotti ormai in pezzi, rottami di legno e tessuto nel mezzo di sale abbandonate nella decadenza di uno sfarzo che non è mai esistito. Si giunge al punto in cui non è più possibile rimanere in quel covo di fantasmi, ogni energia vitale venendo via via risucchiata, e bisogna proseguire sfuggendogli. Tornati a più vasti orizzonti e puntando nuovamente a nord, rimane un’ultima tappa: la terra che io chiamo dei coloni, di coloro che già hanno raggiunto il confine di quel mondo descritto all’inizio, ma che non vi si sono ancora avventurati. Vivono, anche in famiglie, all’interno di case rurali di pietra e legno, sparse e rarefatte, dai camini odorosi di fumo, lungo una luminosa e scabra brughiera di soli mughi, eriche e ginepri, verdi spenti prima dell’accesso al Nord. Un senso grande e perduto di antica libertà vige ancora tra quelle genti. Di essi non so dire con sicurezza se appartengano del tutto a quel piano o siano in qualche modo un frutto partorito dal mio cervello parzialmente dormiente.  La prima volta che li incontrai, mi seppero dare frammentarie indicazioni su come proseguire verso quella terra crepuscolare. Il loro aspetto è del tutto umano. Tentarono di ospitarmi alla stregua di una buona famiglia tradizionale, ma annusando la pericolosa comodità psichica di questa offerta, che mi avrebbe con ogni probabilità portato contro la mia volontà da qualche altra parte, nel senso astrale del termine, mi precipitai oltre, raggiungendo infine il Settentrione. Che esistano ulteriori stratificazioni astrali e orizzonti dopo di questo è quasi scontato. Questo mio scritto è solo un personale tentativo di delinearne i caratteri e le simbologie principali, aperto a chiunque abbia la possibilità, ora o in futuro, di effettuare esplorazioni di questo genere; eventuali raffronti simbolici, da cui emergano affinità e divergenze tra esperienze, saranno sempre utili sia a scopo ricreativo che esoterico. 

 

*nota al titolo: la questione, tagliente come un rasoio, di quanto sia lecito divulgare contenuti psichici che abbiano qualche relazione con il risultato di esperimenti di stampo “magico” od “esoterico”, soprattutto quando gli stessi siano svolti in perfetta lucidità e senza l’ausilio di qualsiasi mezzo “alchemico”, è assolutamente anno(i)osa tra i circoli che si occupano di queste faccende. È infatti, a mio avviso, il frutto di una concezione cosmologica che non prevedeva, almeno nel senso tecnologico odierno, l’idea di “simulazione” o “matrice” del reale. Allora forse la pillola rossa, ardente e difficile come i tramonti del Nord, è in questo caso l’elaborazione “giocosa” (più o meno) di questi contenuti.