lunedì 24 maggio 2021

Racconti e apparizioni di Costa Imagna (BG)

 


Costa Imagna è uno dei paesi dal carattere più spiccatamente “montano” della valle omonima, sia in forza della sua localizzazione, adagiato com’è a circa mille metri di quota sulle verdeggianti pendici del Monte Tesoro, sia in virtù della sua lunga storia costruitasi sul millenario rapporto tra uomo e ambiente naturale, rapporto che col passare del tempo ha potuto generare un patrimonio di cultura materiale ad oggi ancora visibile quando non rovinato dall’incuria o dall’estetica contemporanea – la Valle Imagna custodisce ancora molti esempi a proposito, a partire dai tesori della sua architettura tradizionale. Accanto al patrimonio visibile, esiste un archivio nascosto di conoscenze immateriali che in quanto tali sono da recuperare e custodire con maggiore urgenza in vista della loro progressiva dimenticanza e conseguente inevitabile rimozione dalla cultura della collettività. I racconti e le leggende popolari degli ambiti alpini – e quindi orobici – pur presentando spesso tratti fondamentali comuni tra le diverse località, assumono di volta in volta una valenza e un significato particolari in quanto legati di frequente a specifici luoghi delle stesse, con i loro aspetti morfologici, toponomastici, storici e via dicendo. In questa prospettiva abbiamo deciso di proseguire con il lavoro di ricerca e raccolta delle leggende intorno all’Albenza iniziato con Torre de’ Busi spostando la nostra attenzione sul versante valdimagnino. Perché Costa? Oltre alla vicinanza geografica con Torre de’ Busi, la quale permette eventuali raffronti sui rapporti esistenti oggi e in passato tra le valli Imagna e San Martino, di grande interesse è la pluralità di contesti territoriali tipici di questo comune, impreziosito dai suoi pascoli e dai suoi boschi, dalle sue sorgenti e dalle grotte, dal costruito antropico tradizionale. 

RACCONTI E DICERIE

La “Fömnì”

Di notevole pregio naturalistico è la zona di Costa Imagna che fa capo alla grande “gola” rocciosa nella quale oggi purtroppo confluisce grande parte della rete fognaria del comune. A monte di questa si trova oggi il vecchio lavatoio, dalla notevole struttura architettonica, che doveva servire tutta il circondario. Quel che desta più interesse, in virtù di isomorfismi ed assonanze tra contesti simili in tutta la valle, è la piccola cavità rocciosa che si spalanca all’interno dello stesso lavatoio, sua fonte. Questa è uno stretto budello calcareo buio e umido che forse ha dato origine alla leggenda della Fömnì, misterioso spirito femminile che si diceva dimorasse in quel luogo. Lungo l’arco alpino vi sono diverse testimonianze di esseri affini a questo, intenti a lavare panni o a svolgere altre occupazioni tipicamente femminili – la stessa famosa Corna Büsa, cuore del sacro vallivo, ha una sua leggenda similare. Nei pressi del lavatoio si trova inoltre una cappelletta votiva dedicata alla Madonna. 


La cappella del “Ciàpa
Similarmente a quanto appena esposto, tra i faggi e le valli strozzate nella dolomia principale che precipitano in dirupi e crepacci ai piedi di Costa Imagna verso il fondo della valle, si trova la santella del Ciàpa, di incerta origine – probabilmente un ex-voto di un abitante soprannominato così – che raffigura al suo interno una Madonna della Corna Büsa. Poco oltre si trova la località detta Foppa dell’Acqua, con una sorgente e un piccolo riparo naturale. Il nostro appello ai conoscitori della zona è di farsi avanti nel testimoniare eventuali racconti legati a questo luogo o al lavatoio della Fömnì.


La Madonna di Raal
L’intensa devozione sentita nei confronti della figura femminile della Madonna trova riscontro anche in questa località. A Rale, un’effige della stessa era posta – e probabilmente lo è ancora, dobbiamo verificare – tra le alte fronde di un faggio secolare, ed era meta di processioni e probabilmente rogazioni al chiarore dei lumini; non risulta però dalle fonti il preciso momento annuale in cui avvenivano tali processioni.

La “pesca degli infanti” alla Serrada
Ancora un luogo d’acque e ancora presenze femminili: si diceva che le donne gravide, dopo una faticosa camminata a piedi scalzi, si portassero a un certo invaso d’acqua della Serrada (antico toponimo dell’odierno Resegone) che abbiamo associato alla grande pozza di abbeverata della Forcella Alta, unico luogo con caratteristiche tali in questo territorio arido. Vi si recavano, si diceva, per pregare e tornare così alle proprie dimore con il figlioletto appena “pescato”…

Strani rumori dal sottosuolo tra Redunda e Monte Tesoro
Portandoci in località Redunda, qui si raccontava che vi venissero seppelliti gli equini morti, segno probabile della presenza di qualche pozzo o abissetto carsico in loco. Questi, la notte, si “facevano sentire” scalpitando furiosamente dal sottosuolo. Il tema dei rumori sotterranei, boati e strane vibrazioni è ripreso in un altro racconto riguardante il Monte Tesoro: echi spettrali di collisioni e franare di sassi si avvertivano (e si dice si avvertano ancora) soprattutto durante i temporali lungo i versanti torredebusini del monte, mentre dalle parti di Costa Imagna era comune sentirli dopo il tramonto nei pressi delle tribuline poste lungo le antiche mulattiere alle sue pendici. Un immaginario “infero” che potrebbe trovare una spiegazione geologica nella già citata abbondanza di fenomeni carsici tipica della zona – ma lasciamo alla geologia una parola a proposito, se mai vi sarà.


Spettri e strìe
Immancabili infine i racconti riguardanti le ombre dei morti: a Novembre, lungo le mulattiere di Costa, si diceva fosse comune l’incontro con gli spettri dopo il tramonto, e per questo si raccomandava alle donne di coprirsi il capo nel caso dovessero uscire di casa. Rimane labile traccia invece della secolare paura di streghe e creature affini: sembra però che si sospettasse non poco dei gatti quali agenti del maligno o strìe camuffate e pronte a recar danno.

Con questo breve viaggio immaginario tra le contrade di Costa Imagna speriamo di risvegliare altre memorie per poter proseguire nella raccolta di testimonianze che non vadano così perdute.
Per eventuali contatti a proposito, oltre ai commenti qui e sui social : mac.m@live.it


venerdì 6 marzo 2020

Una visita a San Rocco

Una narcotica processione serale lenta risale la mulattiera appena prima dell'imbrunire di maggio: la valle è ricca di selve ed acque rinvigorenti di primavera, nell'aria fresca vibra il profumo degli alberi in fiore. Riacquista forza, l'olezzo silvestre, quando stupefatto incontra quello denso e polveroso dell'incenso retto dal cresimando. Le voci in preghiera si intrecciano come la trama di un tessuto sottile, insieme al canto sommesso del cuculo e del ruscello che scroscia sul fondo ormai buio della valle. Timida occhieggia la giovane rosa canina dai bordi del sentiero; giochi misteriosi di lucciole e il silenzio tutto intorno, portavoce della notte, avvolgono il secolare corteo dei fedeli.
Qual è la meta di questi antichi, domestici pellegrinaggi? Cimiteri minuti  di campagna, edicole votive o santelle solitarie nell'ombra dei boschi o appena fuori dai borghi. Un filo delicato di rosari e orazioni legava i vivi e i morti in quelle lontane sere della tarda primavera. E nel sussulto della bella stagione quasi si annida uno spasmo nascosto, l'ombra scura dietro lo specchio turchese degli alti cieli solstiziali. Il ricordo taciuto delle pestilenze passate, del tempo in cui il passo claudicante della morte udivasi sicuro tra le vie delle contrade, la notte come il giorno, grigio di piaga dilagante ed estremo pianto. Si sa di intere frazioni predate da ogni vita umana, fatti di un tempo inconcepibile, quando anche le campane rimasero mute nelle chiese esauste dalle processioni e dai funerali inarrestabili.



REAZIONE PSICHICA: UN SOGNO RECENTE
Cammino lungo il Sentierone bergamasco, in una sua versione dai connotati medievali, al crepuscolo di una sera d'inverno. Pochi i passanti intorno a me. Mi accorgo che verso il fondo della via, verso Piazza Pontida, nel centro della strada è riverso ordinatamente su decine di barelle di tela e legno un numero imprecisato ma grande di persone morenti, sfigurate spaventosamente dal nuovo morbo che domina la città, e il mondo tutto. Il fumo dei roghi dei cadaveri, vicini e lontani, si diffonde nell'aria mentre cala l'oscurità della notte, assieme ai gemiti dei malati e ai pianti di disperazione dei parenti, che da vicino li assistono. Alcuni di questi, caduti come in estasi psicotica, staccano pezzi di lebbra nerastra e marcescente dai corpi dei loro malati e li mangiano nell'inutile speranza di rendersi immuni al contagio. Mi tengo in disparte. Il senso di terrore collettivo, dell'inesplicabile e inevitabile tragedia di un qualcosa che è andato completamente fuori controllo, avvolge ogni parte dell'atmosfera. Mi allontano da lì in cerca di un luogo sicuro nei borghi della città, luogo che ho la consapevolezza che non troverò.

RITORNO AL PRESENTE
Rimangono oggi dei testimoni ripudiati e dimenticati, le solitarie edicole dei morti della piaga, vetuste custodi delle ossa degli avi, e ricordano al viandante di pregare per loro con le parole chiare dei loro epitaffi.
Le santelle sono i silenti custodi di una saggezza antica e abiurata, consegnate alla rovina dall'incuria del Benessere. Ma ancora in questi giorni sono i Santi e i numi potenti, fatti a pezzi dalla lebbra dell'intonaco corroso, che le proteggono, e che non dimenticano, San Rocco in primis, seguito dal cane, Sant'Antonio Abate e San Sebastiano, San Cristoforo e San Michele... la mano delicata del frescante ci scaraventa per un attimo nel mezzo di quei momenti bui della storia d'Europa.



UN RIVERBERO SECOLARE
Le santelle dedicate ai morti della piaga sono spesso, nell'immaginario alpino popolare, il luogo di partenza o destinazione di spettrali processioni di morti.

Vi furono anche sulle Alpi nel Medioevo Les processions blanches che hanno dovuto lasciare strani ricordi nella fantasia degli alpigiani. Quelle processioni si facevano specialmente quando una calamità colpiva una popolazione. Allora tutti gli abitanti di un villaggio o di una regione intera si coprivano con veli, panni e anche cenci, purché fossero bianchi, e si andavano aggirando in lunghe processioni, implorando il perdono delle loro colpe. [...] e come avviene nella Valle di Susa, anche in Isvizzera i fantasmi vanno con frequenza vicino alle cappelle ed alle chiese rovinate [...]. (1)


Ecco che la peste viene allora portata, a seconda dei luoghi, da una donna di alta statura e  dall'aspetto pauroso, probabile incarnazione oscura della vecchia Perchta, dagli uomini della peste, compagni dei nostri untori, e da altri strani fantasmi dai connotati morbosi, come i fuochi fatui:

Secondo altre leggende svizzere, una Dama bianca chiamata Mara portava la peste da cantone a cantone ed il terribile flagello fu visto dalla gente atterrita come un popolo azzurro che volava sulle fosse recenti, o come fiammelle anche azzurre vaganti sulla superficie dei laghi. (2)



Vada come vada, qualsiasi calamità di questo genere ben si presta a divenire una sorta di "chiave" per la creazione o l'apertura di spazi sotterranei dell'immaginario, in grado di spalancare le porte a forze caotiche, nel segno epocale dell'opera al Nero alchemico, storicamente rigenerante  per via della Distruzione.

1,2: M.S. Lopez, Leggende delle Alpi, Ed. Il Punto 2014.





lunedì 4 novembre 2019

Valenze folcloriche della speleologia orobica 4 - Carsismo e stregonerie

Fino a pochi decenni orsono la figura della strega nelle sue diverse sfaccettature e interpretazioni era ancora ben radicata nell'immaginario e nel vissuto quotidiano delle popolazioni alpine e non solo. Elementi anche reali, più o meno identificabili come stregoni o streghe erano tacitamente riconosciuti dalle comunità, e si ritrovano, anche nei testi, esempi di fatti a essi correlati (1). Inevitabilmente si tendeva quindi ad associare per via simpatica questi esseri, posti spesso al margine della società locale, ai luoghi circostanti più nascosti o minacciosi, dando vita anche a racconti e leggende piuttosto articolati (2).
Nell'ambito orobico, le informazioni toponomastiche legate alle cavità sotterranee consultate fino ad ora hanno restituito una quantità piuttosto esigua di indicazioni a proposito; allargando quindi per l'occasione l'indagine all'intero settore lombardo, si è delineata una generalissima "geografia carsica della stregoneria" che, numericamente suddivisa per provincia, ha portato a questi dati:

BS 7 - CO 5 - BG 3 - VA 2 - SO 1  (3)

dove le cifre indicano il numero di cavità direttamente legate, per la denominazione locale dialettale, o per le vicende narrate, a materia di streghe e affini.
Il ruolo che storicamente l'inquisizione ha avuto nel plasmare l'immaginario delle popolazioni prealpine di una data area rispetto ad un'altra è argomento non trattabile in questa sede; ci si concentrerà quindi sulle sole cavità legate al territorio orobico. Rimane da sottolineare, in ogni caso, il carattere ormai sfuggente di gran parte delle denominazioni sopravvissute, anche a causa di una certa tendenza, diffusa tra gli speleologi, all'accantonare i dati di carattere etnografico o folcloristico relativi alle cavità da loro esplorate.
Da un punto di vista più simbolico, la grotta rimanda naturalmente all'universo femminile, segnato dall'oscurità vitale del grembo materno e del cielo notturno. Così la stessa inaccessibilità e paurosità di questi luoghi così vicini al mondo ctonio, negati alla vista, li ha favoriti da subito quali siti d'elezione per Sabbat e riunioni (d'estasi?) similari per streghe, stregoni, diavoli e animali dai connotati "demoniaci". A proposito di quest'ultima categoria di esseri, viene spontaneo notare come molti Strigiformi risiedano abitualmente, durante il giorno, in luoghi quali caverne o similari.
In Italia gli esempi riscontrabili in letteratura di grotte o buchi frequentati da inquietanti entità femminili si sprecano; da notare anche come, rimanendo in ambito alpino, laddove la natura geologica del terreno non permetta sviluppi carsici, i siti stregoneschi divengano luoghi di confine, liminali, come le viscide e buie forre dei torrenti, le vicinanze dei crocicchi e dei ponti, i grandi massi erratici che paiono posti in luoghi dove, senza un intervento prodigioso, non avrebbero senso di essere (4).

Il sàs da la sc’trìa di Samolaco. Oltre al repellente pannello indicativo, si nota la caratteristica striatura che ha generato la leggenda associata (v.nota 4).

Tornando alle rocce carbonatiche orobiche, troviamo qualche racconto di sicuro interesse per l'appassionato. In bassa Val Seriana, ad Albino, troviamo il Büs de la Stréa (LoBg 1023):
Durante il medioevo, secondo la leggenda, un gruppo di Stree si stanziò in media Val Seriana. Nessuno sapeva il come ed il perché fossero arrivate, forse per sfuggire ad altre persecuzioni. Esse si nascondevano nei boschi e scelsero come dimora le varie cavità e grotte dei dintorni. Ben presto si registrarono gli effetti della loro presenza: morti inspiegabili, malattie, carestie, sterilità, bestie ammalate, catastrofi atmosferiche e via discorrendo… I valligiani, dopo una pubblica riunione decisero di dare loro la caccia per metterle a pubblica giustizia. Iniziò quindi la caccia alle streghe nella boscaglie circostanti la zona di Albino. Dopo giorni di rastrellamenti molte di loro vennero catturate. L’ultima di queste Stree aveva dimora in una grotta sopra Albino, gli uomini accerchiarono la zona, la fattucchiera vedendosi così spacciata, prima di essere catturata si mise a graffiare le pareti della grotta in modo forsennato lasciando su di esse i profondi solchi delle sue unghie (5).
Anche in questo caso, come per i già numerosi "cören del Diavolo"(6) e similari, la fantasia popolare coltiva narrazioni sul suolo fertile della "meraviglia naturale", dando prova di una capacità di costruzione per immagini che divengono quasi oniriche.
Sempre in Val Seriana, a Casnigo, si trova la Fontana de Pì (LoBg 1032), grotta che "[...] si trovava a metà salita fra la frazione Serio e Casnigo, a tre o quattro metri sopra il livello stradale, vicino ad una sorgente d’acqua. Vi abitava la Egia da Pì (la vecchia della ripa), incaricata di fabbricare i bambini per le spose del paese"(7). Da notare la presenza di una fonte e di una figura ad essa legata, tema comunissimo anche se non così diffuso lungo l'arco orobico.
Non troppo lontano, esiste ad Entratico un'altra Büsa de la Stréa (LoBg 1234), ma ad oggi (e a mai più?) non vi sono ulteriori informazioni a riguardo.
In ambito extra orobico, ma relativo al fiume Brembo in quanto si è in alta pianura bergamasca, a Marne circolava la diceria che nelle cavità a ridosso del fiume abitassero delle streghe di bellissimo aspetto che la notte andavano a dissetarsi ai fontanì della zona, e che poi attiravano i ragazzi e li facevano così annegare. Tornando in montagna, nel territorio delle Grigne, e sempre in relazione a una sorgente, il Funtanìn de la Tur a Esino Lario, si diceva che una strega, residente nella torre in questione, avesse deciso un giorno di mettere un gatto nero - vivo, si intende - a bollire sul focolare. Questo poi si libera, schizzando fuori dal pentolone ed emettendo versi paurosi; nello stesso tempo un'immane massa d'acqua scaturisce dal Funtanìn e si abbatte sul paese (8).
A Costa Imagna, il lavatoio principale vede la presenza di uno strano spirito femminile, il foemnì, e proprio all'interno della struttura stessa si può notare ancora oggi l'ingresso di una piccola cavità, non sappiamo se naturale o artificiale, correlata allo scorrere dell'acqua, e che probabilmente ha contribuito al diffondersi di tale racconto (9).
Essenziale quindi, in molti di questi racconti, il triplice accostamento di lontanissima matrice storica costituito da donna, giovane o vecchia che sia, acqua e grotta, caverna o cavità. Non mancano ovviamente, almeno dal punto di vista toponomastico, altri esempi di queste presenze sulle montagne bergamasche (10), ma le storie a queste collegate sono ormai, probabilmente, perdute.

Zona del Roccolo di Strìe presso Azzone da una cartolina del 1986, con annessa chiesetta "d'ordinanza".


NOTE
1 Da non dimenticare tra costoro quelli che "segnavano" nell'accezione negativa del termine. 
2 "Sempre legato al discorso delle streghe e degli stregoni, voglio raccontare un fatto [...] accaduto al mio bisnonno Luigi Peroni. Questi era sacrista nella parrocchia di Valgoglio; un giorno, durante un forte temporale, egli andò a sunà l'tép. Ad un certo punto [...] lo raggiunse  il parrocco, il quale gli disse: "Arda Lüige chèla ègia so lé sota come la bala!". Il mio bisnonno rispose: "La ède mia!". Allora il parrocco gli disse: "Met sö 'l to pé sura 'l me!". Così facendo, il mio bisnonno vide allora una vecchietta sul sagrato della chiesa che ballava e sgomitava sotto la pioggia, senza però bagnarsi.  A.Chioda, Valgoglio e la sua gente, Ed.Com&Print, Brescia 2009, p.104
3 Notare come la grande parte dei toponimi si situino in area bresciana (Val Camonica e vicinanze) e il comense, territori nei quali l'inquisizione agì in misura maggiore.
4 Per la Val Brembana,tra le altre: https://www.leggende.vallebrembana.org/strega.html
In Val Chiavenna si trova
il  “sàs da la sc’trìa, il sasso della strega, chiamato così perché un’antica leggenda vuole che sia stato luogo di sosta prediletto o addirittura dimora di una pestifera strega. Anche il segno misterioso viene spiegato da questa leggenda. La strega che abitava dietro il masso, un bel giorno, volle combinare un terribile scherzo agli abitanti di Schenone e Nogaredo, e decise di farlo rotolare giù nella Bolgadrégna, per fermare l’acqua e non farla più arrivare al piano. Si diede, allora, a spingere e spingere, ma il masso non si  muoveva. Lungi dall’arrendersi, prese una bella catena, lo legò e cominciò a tirare, con tutta la forza che aveva in corpo. Ma neppure così il masso si spostò, neanche di un solo millimetro. Alla fine si dovette dare per vinta, e gli abitanti di Schenone e Nogaredo poterono continuare a godersi tranquillamente l’acqua del torrente". (http://www.paesidivaltellina.it/camminasamolaco/index.htm).    
5 Tratto da http://www.terraorobica.net/Articoli/Leggende/Ol%20Bus%20de%20la%20Strea.htm
6 Numerosi massi sparsi per le vallate prealpine, che presentano morfologie carsiche superficiali tali da farli apparire come "segnati" da zoccoli o impronte animali affini.
7 Tratto da Basezzi N., Il leggendario nelle grotte bergamasche, https://www.nottole.it/pubblicazioni/Nottolario_numero12_2005.pdf
8 Per la vicenda di Marne e quella di Esino Lario, Gleria E., Contributo per una ricerca sul folklore delle grotte lombarde, http://spazioinwind.libero.it/folkgrotte/lombardia.htm
9 Ringrazio M.Trabucchi per questa piccola "indiscrezione leggendaria".
10 Es. il Roccolo della Strìa in Val di Scalve, il Fontanì della Strìa in Val Brembilla, e altri.

giovedì 15 agosto 2019

Non rompete i coglioni con il Tempo

Non si ha che da perder tempo, o meglio, per non scadere nel Baudelarianesimo più becero: il più alto raggiungimento umano, l'estasi terrena, altro non pare essere che l'annientamento temporale - la morte in vita più o meno definitiva, l'abbandono della corporeità quotidiana, miserabile e greve, per qualcosa che la trascendi. Noto argomento d'iniziazione. Le ore e i giorni divorati dalla persistenza della memoria, falsamente sempre più labile: nel frattempo ogni cosa sedimenta nelle argille del subconscio. Ogni esperienza si fa stantia, sciacquettando mollemente tra i flutti salmastri della ricorrenza*. Evasione o ebbrezza, ogni piacere si fa sovrumano se abita la purezza dell'atemporalità. Vorrei porre l'attenzione sull'atto creativo, che avvicina all'assoluto, alla perdita del tempo. Mi si rimprovera una mancanza di concretezza, di produttività... intrinsecamente occidentale, la necessità di produrre inquina anche la purezza dell'atemporalità. Si può essere beati - e artisti - senza l'intima necessità di dover partorire?
ecco una lista di pratiche che possono favorire un'ascesa più o meno intensa del Serpente che divora il Tempo.

Meditazione
Uso di sostanze inebrianti
Musica
Danza
Sessualità
Insonnia volontaria
Ispirazione artistica
Pratica onirica
Magia
Psicosi
Preghiera
Distruzione della routine quotidiana
Digiuno


La necessità creativa materiale, molto osannata da noialtri, è l'unica tra le pratiche che possa dare esempi visibili di ciò che accade nel momento dell'estasi - nel momento in cui non è contaminata dal mestiere. Altrimenti diviene affare sociale, trascinando con sé la validità della pratica. Le due componenti, estasi e creatività materiale, possono coesistere solo nel "genio**", spesso a spese della salute del soggetto stesso. In ogni caso, il benessere assoluto, che non ha a che fare con lo stato normale di corporeità, contrasta con la necessità (ri)produttiva. Questa prospettiva apre abissi che vanno molto oltre il senso comune dell'esistenza, senso basato del resto su una grande limitatezza percettiva della stessa, tipica di gran parte degli esseri umani attuali***.

*a meno di spezzare violentemente il proprio moto indotto tramite atti di Volontà.
**definizione poco consona ma dettata dalle necessità del medium comunicativo qui utilizzato.
***ho esperienza solo di questi, qui e ora.

sabato 9 marzo 2019

Valenze folcloriche della speleologia orobica 3 - I ladri e i loro buchi

Nei pressi della "grotta del Pacì", tra Canto Alto e Basso

Nel territorio orobico è riconosciuta la presenza di diverse cavità correlate toponomasticamente a vicissitudini di briganti, malfattori, o ladri che pare le abbiano in qualche modo utilizzate come covo e nascondiglio(1). Da una prospettiva semplicemente visiva oggigiorno risulta in effetti facile immaginare come personaggi di tal genere, storicamente esistiti o meno, potessero trovare rifugio e via di fuga nel labirinto di boscaglie e abbandono tipico del paesaggio della nostra montagna. Dei sentieri, delle cascine e di mille altri piccoli segnali antropici un tempo ben definiti oggi non rimane che la rovina(2), e quel che c'è di nascosto come le grotte appunto è destinato a divenirlo sempre di più, complice la mancanza di cura e interesse. 
Al tempo del formarsi delle dicerie sui briganti le cose stavano diversamente; ogni piccolo anfratto roccioso, ogni lembo di pascolo o di bosco era conosciuto spesso con un suo nome proprio dall'abitante del posto. Il territorio aveva una sua ben precisa identità toponomastica localmente riconosciuta. L'accesso a luoghi che oggi diremmo “selvaggi” era garantito da una rete di “infrastrutture naturali” oggetto di continua premura e controllo; i versanti, i boschi e le selve apparivano puliti in quanto sottoposti al pascolo e alla coltivazione. In uno scenario simile l'universo carsico era sicuramente ben più riconosciuto, almeno superficialmente, da grande parte della popolazione del luogo, con tutto il carico simbolico e narrativo annesso. In questo quadro storico il brigantaggio risulta ben esistente e documentato, anche se naturalmente diviene impossibile risalire con certezza alla presenza in una determinata grotta di un gruppo di ladri o simili. È facile però immaginare un certo grado di possibile connivenza tra questi e la popolazione locale, principalmente nelle fasce più povere della stessa. Appare quindi piuttosto improbabile che gente come i contadini, i pastori o i cacciatori non fossero a conoscenza dell'eventuale presenza di criminali all'interno dei loro luoghi d'elezione; sicuramente avevano una conoscenza del loro territorio del tutto superiore a quella media dell'abitante attuale dello stesso. Ipotesi di una fine tessitura di “favori reciproci” tra le due parti non sono improbabili. Questa vicendevole simpatia può aver portato del resto a quella sedimentazione nell'immaginario popolare di alcune famose figure di briganti assurte a veri e propri “miti” collettivi; a questa è seguita la transizione dal fatto locale alla memoria storica condivisa, costellata poi di episodi al limite del leggendario. L'esempio orobico di riferimento è il Pacì Paciana(3), che tra la cima e le pendici del Canto Alto pare fosse di casa in diverse cavità “nascoste”(4). La grotta-caverna-spelonca diviene in quest'ottica, ancora una volta, il deposito delle paure rinnegate ed evitate dall'uomo: il ladro vi si annida al suo interno, invisibile, pronto ad emergerne per compiere i suoi delitti non appena le luci del giorno si fanno morenti. Ad oggi le cavità orobiche correlate – nel toponimo - a vicende ladronesche sono circa una decina (5), essendo probabilmente la LOBG 3683 e la LOBG 1474 assimilabili alla stessa vicenda(6). Da questo carattere sotterraneo di devianza emana un riflesso più recente e in qualche modo rassicurante, quello delle grotte cosiddette “dei partigiani”, anch'esse piuttosto numerose nelle Alpi Orobie(7). Si tratta bene o male dello stesso tema pur se trasposto in chiave diversa, quella della ribellione ad un ordine sociale sentito ormai diffusamente come ingiusto, imposto e scomodo. La caverna diviene quindi ancora il grembo dal quale trarre nuova linfa per una possibile rinascita e ricostruzione del mondo(8). 



NOTE
1 altrove, sempre in Lombardia, le grotte divengono luogo stesso del crimine. Esempi si ritrovano nei pressi del monte Maddalena e dell'altopiano di Cariadeghe nel bresciano. Gleria E., Contributo per una ricerca sul folklore delle grotte lombarde http://spazioinwind.libero.it/folkgrotte/lombardia.htm
2 o peggio, il rinnovamento mal riuscito.
3  https://www.valbrembanaweb.com/valbrembanaweb/sitogino/personaggi/paci_paciana/paci_paciana.html
4 in primis LOBG 1065, negli immediati pressi del Canto Basso, e LOBG 1061 a Ambria di Zogno.
5 LOBG1450, LOBG1104, LOBG1065, LOBG1061, LOBG1015, LOBG1115, LOBG3639, LOBG3683, LOBG1474, LOBG1379.
6 “Nella località Castèl a Parre Inferiore, erano visibili fino al 1300 i ruderi di un antico castello circondato da fortificazioni. Nei pressi partiva un cunicolo che sfociava sulla strada tra Ponte Nona e Ponte Selva. Ancora oggi si può notare un largo foro praticato nella roccia che si insinua sotto terra in direzione di casa Caminelli, foro chiamato “Caverna dei ladri”. Gli informatori riferiscono anche dell'esistenza di numerosi altri cunicoli colleganti Parre di Sopra e Parre di Sotto. Di qui il fiorire di storie di briganti, comuni a molte località della Valle Seriana" (Anesa, Carissoni, Rondi, 1981; Beduschi 1983); da Gleria E., op. cit., http://spazioinwind.libero.it/folkgrotte/lombardia.htm
7 LOBG7331, LOBG3656, LOBG3655, LOBG1290, LOLC5020, LOBG1458, LOBG1446, LOLC5013.
8 di certo questa non è l'unica interpretazione possibile del rapporto che il brigantaggio e le grotte avevano nell'immaginario popolare. Per quanto riguarda LOBG1379, ad esempio, si è a conoscenza di un racconto popolare di Albino, nel quale è descritta l'attività criminale di una donna e dei suoi familiari, che dopo aver derubato e assassinato i viandanti ne gettavano i corpi nella suddetta grotta. (Anesa, Rondi, 1981) 

giovedì 17 gennaio 2019

Valenze folcloriche della speleologia orobica 2 - Büs Senedèl LO BG 1420

L'ingresso del Senedèl (Sorisole)

Di scarso interesse etnografico, a prima vista, la vicenda riguardante il bus Senedèl, sito in Val Baderem, nei pressi della sorgente da cui scaturisce il torrente Morla. Si narrava infatti che una famiglia vi avesse dimorato, sul principio del secolo scorso, sostentandosi grazie alla raccolta di legname(1). Chi fossero gli abitanti del Senedèl e per quanto tempo vi si fossero insediati, sempre che siano mai esistiti, non è dato sapere. Quel che appare interessante è il confronto obbligato tra questa e le numerose altre storie di uomini vissuti nelle grotte che si riscontrano su tutto l'arco alpino. Riesce difatti arduo immaginarsi oggi la possibilità di una permanenza prolungata in luoghi spesso resi invisibili dall'irruenza della giovane boscaglia, cresciuta là dove fino a pochi decenni or sono non c'era che pascolo e nuda roccia. Grotte di questo tipo, oggi dimora di rovi, vitalba, volpi e tassi, sono sempre di semplice accesso ad andamento orizzontale, molte volte caverne o grottoni tipici dei conglomerati. Eppure le testimonianze, poi divenute aneddotiche, non mancano. Poco tempo fa alcune donne di Poscante ci parlarono di un immigrato slavo andato a vivere, in solitudine, in una certa grotta a monte del paese(2). In Val del Giongo, sempre ai piedi del Canto Alto, dimorava in un buco il “Tarzanì” mentre sopra Cassiglio, nel selvaggio Bus del Colonel, un ex-ufficiale, per misteriose ragioni, si ritirò in isolamento(3). Poco più a nord, tra le strette valli della Val Moresca, in un riparo ricavato da grandi massi viveva “ol Fracasèt”(4). Spostandoci in alta Val San Martino, a Torre de' Busi, sulle pendici del Monte Tesoro, viveva il “Lupo”, uomo monco, mentre nell'adiacente Carenno un'intera famiglia risiedeva in una nicchia sulla mulattiera che porta alla località Piazza.

Una grotta un tempo abitata in Val Nossana (Premolo)
 In Val Seriana, salendo lungo la Val Nossana, si nota una grotta in conglomerato integrata un tempo da quelli che oggi sono resti di muri a secco, abitata un tempo, nella stagione estiva, da una famiglia estremamente povera. Quest'ultimo caso rimanda a svariati altri di cavità trasformate in rudimentali abitazioni grazie alla costruzione di muri, finestre, porte e focolari supplementari. Un esempio splendido in questo senso, quasi monumentale, è la cà Pipeta a Samolaco, in Valchiavenna, che presenta diversi locali abitabili, struttura ricavata scavando al di sotto di un enorme masso.
Cà Pipeta (Samolaco)

Dato di rilievo nel riportare la storia di queste grotte, ed elemento comune a molte di queste, è l'aspetto dell'isolamento sociale volutamente ricercato dalle figure che si tramanda le abitassero. Approfondire questo fatto richiede spazi e tempi che esulano dagli scopi di questa ricerca; tuttavia è possibile fornire qualche suggerimento di un certo interesse. Nell'ambito alpino è comune la sopravvivenza odierna di narrazioni e iconografie riguardanti il mito dell'uomo selvatico, figura metamorfica oggetto di tanti studi e testi. Era questa una creatura ambigua, arcaica e sapienziale, isolata dalla comunità valligiana ma della cui esistenza tutti erano a conoscenza. Molto frequentemente l'uomo selvatico dimorava in grotte o spelonche lontane dagli abitati, in uno stato di primordiale affinità con le forze naturali, rispecchiate dal suo aspetto animalesco. A volte il suo carattere semi-umano viene del tutto meno, lasciando spazio a quello di esseri più antichi e radicati nel leggendario di ascendenza culturale centro europea(5). Essere sfuggente, possedeva conoscenze non comuni che occasionalmente trasmetteva agli uomini: arti come la caseificazione, la cura del bestiame, financo la fitoterapia. L'aiuto dato alla popolazione in questo senso lo avvicina da una parte ai santi eremiti, in primis a Sant'Onofrio(6), spesso venerati nelle valli in chiese, oratori e cappellette votive. La compenetrazione tra animale e uomo, nel senso benefico e utilitario del termine, può inoltre essere associata a figure antichissime relative allo sciamanesimo. Ma andremmo troppo lontani.
Il Sant'Onofrio di Santa Brigida
Questi ultimi motivi sembrano essere ad oggi assenti nei racconti riguardanti i vari “eremiti” orobici, così come non siamo a conoscenza della presenza di figure solitarie femminili, ma non è da escludersi che in passato potessero essere presenti. In generale su tutto l'arco orobico pare assai sporadico il manifestarsi di figure accostabili ai guaritori o a coloro che “segnavano”, assai presenti in altri ambiti alpini(7). Ritroviamo invece questi poteri miracolosi in diversi personaggi ecclesiastici(8). Che vi sia stata una sorta di “trasferimento funzionale” da quelle a questi ultimi non è oggi storicamente accertabile.

NOTE
(1) R.Zambelli 1968
(2) probabilmente il Buco di Val Fosca LO BG 1381, ma non ne siamo certi data la sua attuale irreperibilità.
(3) http://forum.valbrembanaweb.com/trekking-escursioni-valle-brembana-orobie-f87/
(4) ibidem
(5) nello specifico, si trovano identificazioni con entità simili ai folletti, agli orchi e ai giganti; per quanto riguarda le donne selvatiche, anche l'immaginario relativo alla stregoneria.
(6) http://paoloferliga.it/pdf/eremiti.pdf
(7) per una rassegna generale sull'argomento cfr. Baldini E., Bellosi G., Tenebroso Natale, il lato oscuro della grande festa, Laterza, Bari, 2018, pp. 160-167
(8) es.  «Ol pret di Bà», Don Francesco Brignoli, o Don Antonio Rubbi, preòst sant di Sorisole.