venerdì 17 aprile 2026

All'arco di Pegherolo

 [Qualche impressione passeggera legata ad una visita a tale anfratto brembano. Il testo è parzialmente revisionato dall'AI].

Di ritorno dall’arco di Pegherolo, la sensazione dominante è quella di attraversare una valle scavata con violenza, come incisa a colpi di piccone. Il paesaggio appare profondamente modellato, a tratti quasi inaccessibile, e in altri sorprendentemente ampio. I fianchi della valle sono molto ripidi e sono costellati da pinnacoli calcarei erosi nel corso dei millenni da pioggia e gelo. La roccia, il bianco calcare di Esino, è consumata lentamente dagli agenti atmosferici, restituendo una morfologia aspra, segnata e instabile. L’arco di Pegherolo, pur nella sua evidenza, si trova in una posizione difficile, soprattutto dal punto di vista fotografico. Si presenta come un imponenete pinnacolo traforato, probabilmente residuo di una struttura più ampia, forse una formazione carsica crollata nel tempo. 

La valle sembra essere stata frequentata nel tempo quasi esclusivamente da boscaioli, come suggerisce la presenza diffusa di numerosi poiat. In prossimità di queste strutture si trovano spesso piccole cavità naturali, verosimilmente utilizzate come riparo, ai tempi, dai vecchi carbonai. In una di queste, particolarmente nascosta e di dimensioni ridotte, ho trovato tre pietre disposte come sedili, insieme a tracce nerastre di antiche combustioni. La posizione del riparo in questione è defilata, fuori dal sentiero e su un tratto ripido, addossata al versante e celata dietro un poiat: bisogna cercarlo. È probabile che siano passati anni, forse decenni, da quando qualcuno ha sistemato quelle pietre — un segno minimo, ma ancora leggibile, della presenza umana. 

In questa valle domina il bostrico tipografo, al punto che in diversi tratti ripidi del sentiero è stato necessario intervenire per liberare il passaggio dagli alberi morti. Il versante, in alcuni punti, è ingombro di tronchi devastati dall'opera del coleottero e quindi successivamente abbattuti. La rimozione si è resa evidentemente necessaria per evitare situazioni pericolose lungo il versante.  Accanto al deperimento degli abeti, del resto probabilmente frutto di piantumazioni artificiali da reddito, emerge la presenza del faggio, che qui appare vitale e dominante.  Su uno di questi esemplari ho notato una cicatrice nella corteccia che ricordava la runa Ur. Facendo un breve censimento botanico della zona, in realtà abbastanza prematuro data la stagione, ho contato circa venticinque, trenta specie differenti. Poca roba, per ora, dato il contesto. Durante il percorso ho riscontrato anche che  il profumo del mezereo (Daphne mezereum), quest’anno risulta insolitamente debole, quasi assente.

Dal punto di vista geologico, il complesso Pegherolo–Sasso Badile si configura come un sovrascorrimento: rocce calcaree più recenti sovrapposte a substrati più antichi di natura metamorfica. Nonostante ciò, non sembrano svilupparsi grandi fenomeni carsici: le cavità osservate, sempre in conglomerato, sono modeste, più simili a ripari che a vere grotte. Uno di questi ripari, di dimensioni maggiori, conserva i resti di un muro a secco, di difficile attribuzione cronologica. 

Il sentiero per giungere all'arco, piuttosto ripido e impegnativo, è segnato da bolli gialli molto frequenti, così come da una segnaletica recente e capillare. Ed è proprio questo che solleva qualche dubbio. Questa crescente tendenza a “valorizzare” e rendere accessibile ogni ambiente montano appare, in contesti come questo, eccessiva. Un’escursione di questo tipo non è adatta a tutti, e può facilmente trasformarsi in un’esperienza pericolosa per chi non ha sufficiente esperienza. In certi casi, più che avvicinare le persone alla montagna, rischia di allontanarle — o peggio, di esporle a rischi inutili. Vale davvero la pena investire risorse per rendere accessibili luoghi così impervi? È una domanda che resta aperta. Nonostante ciò, è improbabile che questa valle diventi una meta frequentata: la sua natura selettiva la protegge ancora, in un certo senso.

Nel pianoro di Prato Pegherolo ho incontrato un uomo, insieme alla moglie e ad alcuni amici, nei pressi di una baita ancora non ristrutturata. Proveniva dalla pianura, e lavorava come falegname; mi ha raccontato di voler recuperare la struttura mantenendone il più possibile il carattere originario, ma con l'idea di rivestire il tutto in legno, cosa che personalmente trovo poco coerente con il contesto architettonico tradizionale della zona. Ma tant'è. Una cosa interessante riguarda la modalità con cui hanno ottenuto la casa: si tratta di un usufrutto concesso dal comune. L’abitazione resterà quindi a loro disposizione per tutta la vita, ma non passerà in eredità ai figli o ai nipoti — tornerà invece al comune. È una scelta consapevole, pensata per evitare la frammentazione della proprietà tra molti eredi e, allo stesso tempo, per non lasciare un peso a chi probabilmente non avrebbe interesse a gestire o mantenere l’immobile. Una soluzione pragmatica a un problema connaturato a proprietà di questo tipo, le quali finiscono spesso come ruderi. Prato Pegherolo è ampio e suggestivo, con pascoli aperti e diverse costruzioni sparse. Secondo quanto riferito, questa zona rappresenterebbe il nucleo più antico dell’insediamento, precedente allo sviluppo del vicino abitato di Piazzatorre. Poco al di sotto di Prato Pegherolo si trovano le principali sorgenti della valle: due fontane ben strutturate, con acqua fresca, limpida e di ottima qualità. Subito fuori dal bosco, provenendo dall'arco, è presente anche una sorgente minore, che però, al momento dell’osservazione, risultava in secca a causa del prolungato periodo di siccità. Nella stessa area sono presenti diverse grotte in conglomerato. Una dovrebbe trovarsi poco distante, sul versante, ma non sono riuscito a individuarla. Più avanti, nei pressi di una valletta chiamata “Valle degli Orsi”, si trovano altre cavità: il nome deriverebbe proprio dalla presenza di queste grotte, un tempo ritenute possibili rifugi per gli orsi. 







sabato 14 marzo 2026

Orridi, cipressi, praterie

Una visita al cimitero: io sono un cimitero deambulante, araldo sterile dell'ossario, immerso nel mondo, nel vento, nei pollini volteggianti per le valli secondo i capricci sottili delle orbite atmosferiche. Sto invecchiando; non che la cosa mi turbi molto, per ora, se non per la faccia sconvolta che mi tocca osservare tutte le volte che passo davanti a un qualche materiale riflettente. Non mi sono mai troppo identificato nel mio corpo, se non nei momenti obbligati della sofferenza.

Tornando al cimitero alla fine dell'inverno insubrico, ibridazione tra le estinte austerità del gelo alpino e le miti clemenze del Mediterraneo lacustre, la primavera serpeggia come rarefazione di morte tra i precoci fiori nemorali. Dopo la visita a mio padre, camminando ancora una volta sulle colline rocciose a strapiombo sul lago, nelle fessure dei muri a secco di dolomie e conglomerati corrugati, i raggi sghembi dell'ultimo sole del giorno accendono di colori freddi le primule e gli anemoni.

Il distacco si fa più grande, le distanze spazio-temporali divengono sempre più incomprensibili, mentre, avanzando per i sentieri, cerco di ricordare il mio stesso essere fare la medesima cosa venticinque anni prima — egli, animato dalle sue fantasie di verdi virgulti e tiepidi venti collinari, camminava lungo gli stessi viottoli, allora più nudi e solitari, panicamente masturbandosi al riparo degli spinosi prugnoli?

Voltando lo sguardo, dall'altra parte dell'ampia valle glaciale, ai piedi del monte, gli alti scuri cipressi del piccolo cimitero di montagna. Sono già fuori dai tuoi giochi, mondo? La tua rutilante, incontrollata caduta nel mio abisso mi ha già annoiato?


Non serbo per me fuochi virili di tradizione — solo fiamme selvatiche di infinito, languido stupore di bellezza. Come voleva mio padre, sulla sua tomba ho onorato lui e gli avi dimenticati. Una piuma pesa spesso come una croce, e viceversa.

Le betulle, come scheletri pallidi in equilibrio precario sulle balze incostanti del colle, sono testimoni del mio ritorno in questi luoghi. Ovunque lunghe erbe gialle e rinsecchite testimoniano con i loro smorti filamenti la fine dell'inverno; il passo le trascina via con sé.

Salii lungo questi sentieri assolati le prime volte con mio padre e con il mio io di allora, appunto. Quale stagione era? Mi sfuggono i particolari, ma faceva caldo, e c'era un grosso gatto nero morto lungo la via...

In cima a un muro di luce bianca, sfrangiata dai mille tralci di carici e pàlei, si affaccia una vecchia cascina vuota, le cui imposte chiuse paiono voler negare la metamorfosi dei secolari prati aridi nella prima, rada boscaglia pioniera. Un quarto di secolo prima vidi questo luogo diverso.

Infine, come in una vertigine, si spalancano improvvisi gli alti vuoti degli orridi, verticali sul lago d'inchiostro verde, echeggiante il verde scuro dei cipressi del cimitero. Eccomi finalmente sul filo di lama dolomitico, rappresentazione e formula di questo giorno; sono vivo, ancora, tra abissi e ricordi.

martedì 15 aprile 2025

"in un angusto ripiano è il Monastirolo..."

 

 
La luce folgora e acceca gli alberi in fiore nei boschi perduti dell’alta Brianza. Nel meriggio assonnato di un giorno d’aprile vado vagando per la Porchera d’Olgiate, con la sua torre in rovina, verso i colli soprastanti. Raggiungo Mondonico per i paesaggi desolati della bulimia edilizia; una volta giunto all’interno del Parco del Curone, noto che qualcosa si è salvato. Mondonico, dal grande hortus conclusus cintato in pietra, ricorda ancora le delizie delle frasche e delle ville lombarde di almeno un secolo fa. Alcune vie selciate conducono ancora da lì al colle, e mi dirigo fantasticando verso Monastirolo, contrada che so essere ancora vergine di strade. Una stretta scalinata e poi una mulattiera preservata dall’invadenza dei rovi, fatte di arenarie di collina a grana fine, di un colore quasi da vetro di damigiana, accompagnano il passo insieme al chiacchiericcio degli uccelli e allo sgocciolio delle lingue nerastre dei rivi nelle vallecole via via attraversate. È quel momento della primavera in cui ci si muove in questi luoghi come in cerca di una rivelazione; il non ancora manifesto prelude la sua comparsa nel respiro diafano e angosciante della luce che si fa assoluta, conducendo infine al solstizio.

 
Dopo un crocevia raccolto tra le pieghe argillose del colle, un’ombra verde e umida anticipa infine l’accrocchio sfasciato di case meschine che è ancora Monastirolo. Sul molle orlo del monte, osservo lo straniamento di un abitato così vicino alla metropoli sottostante ma rimasto fermo al suo abbandono. Volevano sì portarci una strada: la ruspa adibita allo scopo giace in letargo in un ripostiglio fitto di rovi dal quale traspaiono le sue lamiere giallo industriale. Non mi spiego questa fortuna. La contrada intanto è cullata dal sonno verde di decomposizione dei boschi nemorali, ombrosi e umidi, che la circondano. Le sue pietre squadrate di arenaria, gli infissi e gli intonaci polverizzati sentono l’abbraccio vegetale circostante. Le case antiche si stringono tra loro in strettoie ricavate dalla costa collinare: gli spiritelli vaganti vi si intrufolano tra un soffio buio di cantina e una lama di luce arroventata dal sole. Una sola fontana, timida sulla piazzucola tappezzata di licheni, serviva la contrada. Una vite antica distende i suoi tralci ritorti sui ballatoi di legno roso di una casa abbandonata che si affaccia a pochi metri dalla piazza. È forse una discendente della rinomata malvasia che qui veniva prodotta prima della funesta filossera?

 
Qui mi ristoro brevemente, sento delle voci, vedo un paio di persone, i soli abitanti ancora presenti, per loro ascetica scelta. Li comprendo alla perfezione. Lasciandomi infine alle spalle quest’angolo di silenzi collinari, di smeraldini ricordi della Brianza che fu, mi inoltro nelle selve abbandonate a solatio, ricolme ora di luce. Muovo appena un passo oltre e avverto il demone meridiano tutt’intorno – ogni albero, ogni germoglio vibra adesso nell’ora assoluta. Sono forse posseduto? Sono il sogno dei vagabondi dei boschi, movimento fermo come vento, zefiro mite e vivificante tra i virgulti e le tane dei tassi. Su questi colli ammantati di verde velluto i giorni si rincorrono tra le pieghe dell’eternità. “Il salmo di terza compieta cita il demonio della sesta, del mezzogiorno, come il più importuno e pericoloso di tutti […] l’ozio e l’umidore selvatico, il pericolo del rilassamento dei nervi, il rischio delle vesti discinte, tutta l’abominazione della nuvolaglia grigia e dei cieli azzurri! Le ore in cui l’aria è afosa mettono in fregola, sommuovono lo sciame urlante degli angeli cattivi”. Ben vengano! Travolto dalla furia dei fauni a mezzogiorno, cammino invisibile sulla via del ritorno, nel rigurgito arioso dei pollini e delle brezze incostanti nel bosco ancora nudo. Sono ancora una volta, definitivamente, un vizioso della solitudine. 


 

sabato 6 aprile 2024

So Early in the Appennini's Spring

Una distesa di dolcezze collinari che invitano a cammini senza fine, a sonni e teneri abbandoni distesi sui vasti prati d’appennino. Si palesa ancora il mistero di questa stagione, il cui nome è Resurrezione dall’effimero e dalla morte; con essa risorgono squilibri e angosce dovute al trionfo crescente e implacabile della luce, che crudele mette a nudo ogni cosa. Amo la penombra, ma puntando a Sud gradualmente ogni tumulto mentale viene riportato all’orbita fissa dello scrivente che è quella dell’essere vago e profondo, serio e scanzonato, piuttosto martoriato, vagabondo di mete irreali. Gli alti cieli appenninici sono diversi da quelli più serrati delle Alpi, ai quali sono avvezzo. In essi si specchia il vicino Mediterraneo, le cui acque antiche furono conoscitrici dell’uomo, che a sua volta lo popolò dei suoi strani dei.
 
Calanchi a nudo.
 
 Come il mare, quelle terre richiamano alla libertà di rotte tracciate nell’ignoto. Un ignoto comunque benevolo, forse senza meta: sopravvivenze di una natura potente e maestosa, ma ordinata, quasi schiva, poiché frutto di un addomesticamento millenario da parte dell’uomo che fu. Tutt’intorno domina la progenie vegetale e proliferante dei verdi in mille gradazioni e tonalità, figli di una primavera precoce, qua e là illuminati da pallide occhiate di sole che si alternano nel silenzio dell’orizzonte, e sporadiche macchie scintillanti fioriture di cadmio e bianco spento di agli e brassicacee. Più in basso, sulle linee ordinate dei coltivi, il rosa carico e minuzioso dei fiori di pesco.
 
Un invito al cammino.


Geometrie vive.
 
Le terre brune e già riarse dei campi a riposo racchiudono a volte visioni sorprendenti di incolti fioriti che stupiscono per la semplice bellezza che offrono. Nei pressi sperduti di questi, nelle notti di luna, nascosti dalle tenebre d’argento, al suono del solo vento che zufola dalle vette lontane, è facile immaginare danze e giochi dei nostri antichi vicini, fate, mazzamorelli e quant’altro, qui ancora avvistati fino a non molto tempo fa. Poi sono d’un tratto come scomparsi, rintanatisi forse nei buchi e nelle voragini gessose così simili alle aperture dei regni sotterranei dei tumuli e delle colline di smeraldo del piccolo popolo d’Irlanda e di Scozia. In attesa di cosa?
 
https://www.focus.it/ambiente/ecologia/strani-avvistamenti-in-un-fascicolo-della-forestale-dedicato-a-gnomi-e-fate-dei-boschi   

Gnomino dde'bbosco.
 
 Non mi è mai interessata la potenza della natura selvaggia fine a sé stessa: di questa l’universo ne è pieno da scoppiare, raffreddandosi al contempo. Conta quello che la nostra specie è riuscita a costruire nel corso inesorabile dei secoli e dei millenni e delle milioni di morti e lacrime, e accoppiamenti voluti o meno nel fondo nero dei ricordi che non ci appartengono, contano le conoscenze ripudiate che portavano la bellezza nel quotidiano e non l’odio e l’alienazione tipici della macchina. Tornando all’appennino tosco-emiliano, all’improvviso un paese di torrette, scalinate e castelli si erge su cristalli di gesso e su vene d’acque termali. Sembra non vi siano abitanti, ma solo moltitudini di anziani alla ricerca di scampoli di una salute perduta nello stabilimento miracolosamente ancora attivo, e simile a un brutto ospedale. 
 
Brisighella. 

 
Abbandono, ancora.
 
La fortuna attuale di questi luoghi è un’appendice di quella ottocentesca dello sfruttamento delle cave di gesso, a sua volta praticata eredità millenaria. Per l’appassionato sono presenti in loco musei a cielo aperto con forni di cottura riqualificati – probabilmente in attesa di nuovo abbandono. Muovendoci ancora, percorrendo la strada che va scendendo verso Imola, lungo le serpentine di asfalto sempre in procinto di sprofondare nella sabbia dei calanchi una fugace apparizione si palesa all’improvviso: pare una chiesetta diroccata, come tante altre ne abbiamo viste nei dintorni di vetusti caseggiati anch’essi sperduti tra i colli. Appena nei pressi un solitario camposanto custodisce tra le sue povere mura gli avi silenti che lì abitarono.
 
Limbo.
 
 La chiesa, devastata dal tempo, è dedicata a un arcaico santo orientale, Mamete di Cesarea, patrono delle puerpere poiché lui stesso sfamato dal latte di cerve selvatiche – è facile immaginare il successo secolare di un culto del genere, in ambienti pastorali di questo tipo - Vivebat inter bestias Quo cive gaudent angeli… pare di sentire i sussurri dei morti poco lontani, gente di fede e di fatica, ora dimenticata, polvere di ossa fiduciose nella resurrezione che avviene in ogni momento intorno a noi, nella terra e nell’aria di questo anfratto di Appennino, nel meriggio di inizio primavera. 
 
Fine del viaggio.

 
 
 

giovedì 28 dicembre 2023

Suggestioni archetipiche dalla leggenda di Sant'Uberto

 

Il tre di novembre, nel pieno della stagione venatoria, si celebra in ambiente cattolico il santo patrono dei cacciatori per eccellenza, almeno per quel che riguarda l’Europa centro-occidentale. Da vegetariano pluriennale, la vicenda agiografica di Sant’Uberto cattura comunque il mio interesse – così come il mondo della caccia europea in generale – per certi suoi rimandi enigmatici a un probabile sostrato culturale ormai perduto nel buio dei secoli. La pratica venatoria conserva del resto ancora oggi aspetti arcaici per via della sua stessa natura cruenta, logica conseguenza del contatto immediato con le forze naturali. La devozione a Sant’Uberto, ormai solo sporadicamente praticata, è appunto uno di questi*. Immersa nella penombra silvestre delle colline delle Ardenne, la leggenda del santo si mescola alla realtà politica del tempo e alle epiche cacce autunnali al cinghiale dei carolingi, specchio queste ultime del potere guerriero della dinastia. Azzardare una caccia di questo tipo in quella stagione difficile, sia per le condizioni ambientali – le piogge insistenti e il freddo incombente che flagellano il bosco – che per il comportamento dei suidi in amore, di norma più aggressivo, era chiaro segno di forza e potere. Le Ardenne erano inoltre la culla della dinastia carolingia e pipinide, favorite ai tempi appunto dall’operato di Uberto vescovo di Liegi ma anche dal suo immediato predecessore. Al di là della tardiva sovrapposizione agiografica e quindi iconografica tra la figura di Sant’Uberto e quella del suo antecedente Sant’Eustachio, di cui non si ha certezza storica riguardo l’esistenza, sovrapposizione legata alla figura tradizionale del cervo quale animale anticamente ritenuto proverbiale avversario del serpente, sono interessanti alcuni echi simbolici che suggeriscono reminiscenze culturali ormai perdute. La caratterizzazione simbolica del santo rimanda infatti, per certi suoi aspetti, alla figura primordiale del “Signore degli Animali”, principalmente per quel che riguarda i temi del sacrificio e dell’offerta propiziatori dedicati al santo stesso. Era tradizione nelle Ardenne, tra i nobili cacciatori, votare la caccia a Uberto offrendo anche parte della prima selvaggina abbattuta; troviamo inoltre, in una agiografia più tarda (XI sec.) lo stesso tema trattato in chiave differente. Un certo conte Alberto di Namur, infatti, era solito opprimere i possedimenti ecclesiastici di quelle terre. Tre suoi esattori, in particolare, rubarono un porco al monastero di Anserenne, ma non poterono poi cucinarlo e quindi consumarlo perché il fuoco non si accendeva in alcun modo, per influenza di Sant’Uberto. Dopo averlo divorato crudo, denotando così la loro intrinseca, anticristiana bestialità, successivamente morirono. Questo evento convinse il conte Alberto a redimersi, recandosi poi in pellegrinaggio alle reliquie del santo. Questi elementi – l’offerta propiziatoria e l’impossibilità del consumo del porco rubato – rimandano a tradizioni ben più antiche delle quali rimane traccia letteraria: nel medioevo inglese troviamo in Sir Gawain la splendida e naturalistica descrizione conclusiva di una scena di caccia al cervo, con lo svisceramento delle carcasse delle cerve uccise che prevede un inaspettato momento di offerta alle forze naturali:

La testa e il collo troncano quindi, separano il lombo dal dorso, gettano in un cespuglio il compenso del corvo.

Nei miti nordici, un episodio in particolare ricorda la vicenda degli esattori di Alberto:

Si racconta che una volta Odino, Hoenir e Loki stavano viaggiando tra le montagne e in regioni desolate e avevano difficoltà a procurarsi il cibo. Scesi però in valle, trovarono una mandria di buoi; perciò ne presero uno, lo uccisero e si apprestarono a cucinarlo. Quando giudicarono che fosse pronto, si prepararono a mangiarlo, ma lo trovarono ancora crudo. Lo cucinarono una seconda volta e si prepararono a mangiarlo, ma di nuovo trovarono che non era cotto. Allora cominciarono a domandarsi da che cosa potesse dipendere questo fatto. In quel mentre udirono una voce proveniente dai rami di una quercia, proprio sopra di loro: l’essere che stava lassù aveva il potere di impedire che il fuoco cuocesse. Guardarono verso l’alto e videro un’aquila assai grande. L’aquila disse: “se mi darete la mia parte di bue, il fuoco cuocerà”. Essi acconsentirono.

Si tratta certamente qui di suggestioni difficilmente verificabili, come sempre quando si tratta di archetipi della tradizione dalle radici talmente profonde da risultare ormai invisibili a noi; ma proprio in virtù di questi loro attributi nascosti, spesso solo intuibili, il loro potere rimane ancorato agli strati profondi della psiche. In questo senso le figure dei santi possono ancora valere quali simboli universali validi nella ricerca ed esplorazione su più livelli di questi stessi strati.

 

*Quasi tutti i riferimenti del presente post derivano dall'ottimo testo di P.Galloni, Storia e Cultura della Caccia, Laterza, 2000. Le altre citazioni sono tratte da Sir Gawain e il Cavaliere Verde, Adelphi 1986, e G.C.Isnardi, I Miti Nordici, Longanesi 2018.

 

Albrecht Durer Saint Hubert In Adoration Before A Cross Carried By A Stag

particolare di caccia con falcone dal dipinto sottostante

particolare di caccia al cervo dal dipinto sottostante; si notino le recinzioni preparate appositamente ai margini del dirupo e la balestra portata dal cavaliere

bottega del maestro della vita della vergine - conversione di sant'uberto, seconda metà del XV sec. National Gallery

Schiele Visione sant uberto 1916

Von Stuck 1890