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domenica 23 luglio 2023

Vagheggio a maggio in Val Taleggio

 

 

 
 
Ancora una volta, quest'anno, provo l'effetto di questi luoghi nello sfavillare di un giorno di maggio "normale", comunque reduce dai soliti stravolgimenti climatici e in fin dei conti antropici ai quali, purtroppo, bisognerà abituarsi per questioni di mera sopravvivenza nella bruttura crescente del Kali Yuga. In questa valle appartata la primavera è matura: il verde acido delle faggete in boccio abbraccia lo zampillare delle acque sorgenti dagli anfratti scuri delle argilliti, acque tra le più apprezzabili delle montagne lombarde, limpide e fredde dopo i precedenti giorni di pioggia. Mentre cammino su una traccia di sentiero, da Vedeseta ad Avolasio, raggiungo i dintorni della contrada di Salguggia (trovo i toponimi taleggini molto affascinanti, come si vedrà poco oltre). Intorno si affacciano resti diruti di stalle, casèl e fienili che sono apparizioni improvvise nel fortunato abbandono in cui versano. I muri sono bianchi di pietre calcaree, i tetti in lastre di pietra di Berbenno, invece, sono neri del fradiciume delle piogge primaverili scese come una benedizione nei giorni scorsi. La loro fortuna nella perdizione è non avere ancora perso il loro carattere a causa dell’arrivo di nuove strade e conseguenti ristrutturazioni casuali. Sorge un significato da questi luoghi che si manifesta, per me, sempre più in una sorta di orgoglio distaccato che si nutre di fantasmi. In questo ha un ruolo simbolico di rilievo la recente scomparsa di mio padre. Gli antenati senza volto e senza nome che modellarono attraverso secoli di immense fatiche, spesso nella povertà, gli spazi rurali del nostro vivere le montagne, assumono le sembianze di una razza di giganti scomparsi, in grado di riapparire ormai solo nei sogni – e comunque molto sporadicamente.
 
 Ci sono valli che più di altre possiedono un potenziale narrativo del loro irrecuperabile passato, e questo si materializza nelle loro peculiarità paesaggistiche: nella bergamasca, ad esempio, in Val Taleggio la presenza di formidabili acque calcaree e di vaste praterie d’altura concretizza la secolare vocazione casearia; la Val San Martino sente lo spirito del vino, delle selve di castagno e dell’arte dell’uccellagione con i suoi cadenti roccoli di crinale, e così via.  Il costruito storico taleggino si manifesta anche al di là dei suoi manufatti: lo spirito di quei giganti è nel vento che scendendo dai monti intorno sferza le alte erbe degli antichi pascoli, nell’ombra dei boschi che drappeggia le argille trasudanti acque, raccolte poi nelle pietre lavorate delle fontane e dei lavatoi nelle contrade. Il silenzio sembra l’unico testimone rimasto di quei tempi remoti; le popolazioni di queste valli non hanno mai avuto la necessità di narrarsi durevolmente se non attraverso le loro opere materiali. Popoli dalla memoria scritta quasi nulla; certo cantavano… ma la loro memoria è incisa nel paesaggio stesso che per secoli abitarono, e poi abbandonarono. Se vi è traccia della loro scrittura questa è materica e spesso labile, i cui mezzi sono diversi da quelli di nostra abitudine – solo questo fatto reca suggestioni di una civiltà “altra”. Vagando per monti e valli emergono i segni incisi nella pietra, senza tempo. Croci confinarie oggi spesso nascoste dal folto dei boschi pionieri che vanno riconquistando prati e pascoli; architravi in pietra e legno firmati da spettri di genti senza volto; pietre di potere fittamente costellate da coppelle incise chissà quando e per quale scopo; le minute, spesso eleganti scritture presenti nelle cappellette votive di campagna, segni di una vicinanza al sacro accostabile a quelli, più rari, fatti in carboni di legna all’interno di grotte e ripari asciutti nel cuore dei boschi.
 

 Il paesaggio nasconde anche un’altra scrittura sempre sull’orlo dell’oblio, quella della micro-toponomastica locale, scrigno di informazioni per gente più erudita di me. Io mi accontento del fascino che certe designazioni portano con sé: una sorgente detta Bragoleggia, inghiottita ormai dalla boscaglia nei pressi di una stalla in Valle Asinina; il passo Baciamorti; la contrada di Avolasio; la sorgente incrostante della Mufolenta; i piani d’Alben; la Scandolera, località un tempo molto probabilmente caratterizzata dalla presenza di tetti in scandole – potrei andare avanti molto a lungo, in quanto trovo la toponomastica molto rilassante. Tutti questi sono dati e conoscenze bistrattate e rimosse spesso dai nostri stessi padri, la cui probabile imminente scomparsa ci pone davanti al senso di quella che chiamiamo, nel bene o nel male, “tradizione”, e di quello che questa ancora può darci in termini di suggestioni e conoscenza.
 

 

martedì 12 ottobre 2021

Appunti alpini - Alpe Predoria e versante O Monte Pisello


 

P (Partenza) dalla strada per il Passo San Marco a quota 1500 mt. circa, base per il rifugio Alpe Piazza. Giunti lì abbiamo proseguito fino all'Alpe Pedroria, e poi esplorato il versante O del Pisello, per poi scendere alle stalle e alpeggi sottostanti, nell'alta Val Roncaiola, risalendo infine alla Predoria.


Genii tutelari (o spiriti silvani) alla Corte Grassa.




  

 




Alpe Baitridana (dall'omonimo dosso boscoso soprastante): da notare oltre al buono stato dell'impianto paesaggistico, gli splendidi, vari, piccoli casèl per la conservazione del latte.


    Vecchio caalècc per la lavorazione del Bitto appena sopra l'alpe Piazza; bellissimi i pianori sommitali del Baitridana, sulla cui costa è possibile trovare un interessante masso con incisione cruciforme, probabilmente confinario. La zona in generale è conosciuta per i suoi ritrovamenti di massi coppellati (vedere link risorsa in fondo).


Stallino sottostante l'alpe Pedroria. La posizione di tutti gli alpeggi della valle è estremamente panoramica.


Bàrech nell'alta Val Roncaiola, raggiunta con un traverso su sentiero segnato Cai molto disagevole. Presenza di camosci, galli forcelli, vipere. da questa si ritorna verso l'alpe Pedroria passando da altri piccoli alpeggi (Alpe Eterna). Nonostante il luogo molto isolato, l'alpe è ancora utilizzata da equini.

La zona della baita Eterna presenta diversi recinti litici ma sembrerebbe priva di incisioni. Sullo sfondo a sinistra la IGM riporta una "Cima della Paglia", molto probabilmente il toponimo deriva dalla pratica di taglio di erba magra sulle sue pendici.




La grande abbondanza di acqua si nota anche dall'onnipresenza di sorgenti e abbeveratoi in tutta la zona. In loco un masso coppellato; si è appena sotto la Pedroria, che invece presenta, appena a monte della stessa, diverse incisioni recenti (caratteri alfabetici, in un caso riquadrati).



Caalècc ancora molto in forma, pare appena risistemati, nella conca sottostante la Pedroria, in alta val Roncaiola.



Colchico autunnale ai piedi della Corte Grassa; il prato da sfalcio concimato è il suo habitat ottimale.


Per ulteriori informazioni riguardanti la presenza di petroglifi schematici in zona, rinvenuti e studiati tra la fine degli anni '90 e i primi '00, rinvio al seguente articolo:
https://www.academia.edu/11180141/Petroglifi_schematici_nella_valle_del_Bitto_di_Albaredo

mercoledì 9 gennaio 2019

Valenze folcloriche della speleologia orobica 1 - Note metodologiche; Crepaccio della Rocca LO BG 1058 (S.Pellegrino Terme)

NOTE METODOLOGICHE

Grande clamore mediatico e fantasmagorico s'è ridestato, negli ultimi tempi, nei confronti del multiforme universo montano. Esso si nutre dell'ego dei nuovi consumatori dell'imbellettata immagine che la ragnatela offre della montagna, quasi sempre sottovuoto, o meglio moderna (mere)promotrice di sé stessa ai loro appetiti pulsionali.
Pare doveroso quindi contribuire a siffatto stato delle cose con questa nuova piccola ricerca incentrata sui sotterranei legami culturali che dai tempi più remoti esistono tra mondi carsici e l'immaginario popolare.
Lo studio si concentra sulle cavità orobiche – in primis brembane e seriane – che presentavano, alla data 1981, quella del famoso catasto che del resto rimane la nostra fonte principale, una nota di interesse folcloristico non meglio specificata all'interno del catasto stesso. L'intento è quello di incrociare la ricerca bibliografica con quella sul campo per reperire il maggior numero di informazioni a proposito di questi rimandi culturali prima che vadano definitivamente persi.*
Alle cavità di interesse squisitamente folkloristico segnalate sul vecchio catasto abbiamo annesso anche quelle che possono rivelare argomenti inerenti al tema sulla base della loro denominazione.**
Abbiamo aggiunto anche ulteriori luoghi di interesse sulla base di racconti e leggende reperiti nei testi.
Si tratta in realtà di una ricerca complessa sotto molti punti di vista, data l'età ormai vetusta della maggior parte dei rimandi catastali, i più recenti dei quali valicano raramente gli anni Sessanta del secolo scorso. Inoltre molte delle grotte e cavità segnalate risultavano di collocazione dubbia o incerta già all'epoca della redazione del catasto.
Vorrei sottolineare che la finalità di tutto questo deve essere intesa come quasi puramente estetica, priva di qualsivoglia ammiccamento accademico o di repellenti approcci come quelli volti alla “valorizzazione” territoriale per “portare” la gente in montagna... Noi crediamo che quello (pre)alpino sia un mondo morto e fascinoso, capace però ancora di elargire alcune delle sue gemme oscure e dimenticate... spesso a caro prezzo di chi le ricerca.

*la ricerca bibliografica prevede, oltre alla consultazione di testi fisici, anche la ricerca web, così come quella sul campo va intesa spesso come un riscontro con la variegata popolazione locale o con quella di speleologi e affini, oltre all'attenta analisi del territorio oggetto di studio.
**ad esempio, LO1021 il Bus del Mago di Gazzaniga, o LO1359 Cesa del Diaol (Chiesa del Diavolo), di Ardesio.


Crepaccio della Rocca  LO BG 1058 - San Pellegrino Terme

Crepaccio della Rocca

 Castelli arroccati su vette inaccessibili, posti a guardia di città o villaggi e attraversati da un labirinto nascosto di cunicoli e passaggi sotterranei, tutti elementi ricorrenti nel mondo fiabesco delle storie infantili, paiono essere l'ispirazione ideale per avventurarsi sugli irti pendii a monte di Piazzacava (San Pellegrino Terme). Qui la leggenda, riportata negli anni Trenta dal Frassoni, narra appunto della presenza di tali anfratti segreti nelle viscere del monte.
Del resto, non sembrano emerse ad oggi evidenze archeologiche nella zona strettamente relativa alla cavità in questione. In località Torre, poco più a valle, pare vi fosse un casale fortificato*, ma ciò non giustifica la leggenda relativa alla località Rocca; crediamo di essere in presenza quindi di una significazione toponomastica dovuta all'intersecarsi tra memorie storiche sedimentate nell'immaginario degli abitanti e morfologia vera e propria del territorio della “Rocca” di Piazzacava, promontorio dolomitico dalle aguzze sommità che possono evocare torri e bastioni di umano artificio.

cascinale in zona

Evitando i pascoli ancora utilizzati dal punto di vista zootecnico dai locali, i quali producono anche notevoli formaggi, ci siamo avvicinati al versante settentrionale del promontorio in questione, in un paesaggio ancora ruralmente pregiato, risalendone le boscaglie abbandonate per un centinaio di metri. Appena oltre il fondo si fa più tormentato e la dolomia principale inizia a dare il meglio di sé , spalancando sulla destra il Crepaccio della Rocca. Un nostro conoscente geologo aveva accennato, tempo fa, al fatto che tutta questa zona sia oggi molto “instabile” e che si stia muovendo non poco – questo il succo del discorso, non potendo noi entrare nel dettaglio. Abbiamo la conferma della cosa quando successivamente consultiamo il rilievo della cavità datato 1932: da allora possiamo constatare con sicurezza la presenza di almeno un grosso scollamento, il quale in realtà ha alterato sensibilmente la fisionomia complessiva del Crepaccio.
Questi luoghi sono citati anche altrove, a proposito di una favoletta popolare che ha per protagonisti un lupo e una volpe:

[…] un tale Matièt della contrada Grabbia di San Giovanni Bianco aveva ucciso una mucca malata (forse era pazza...) e l'aveva seppellita in cima al curnù, una sporgenza rocciosa che sovrasta la località Rocca, poco a monte di San Pellegrino Terme […]**.

*http://www.comune.sanpellegrinoterme.bg.it/turismo/la-storia/
**T.Bottani, W.Taufer, Racconti popolari brembani, Comunità Montana Valle Brembana, Bergamo, 2001, p.73

croce (confinaria?) sulla strada verso Alino
 


venerdì 26 ottobre 2018

Seguendo la Cacciamorta per i dossi della Mughera

E mi sovvien che un vecchio uccellatore
(e noi, fanciulli ancora, intorno intorno
ascoltavamo con pupille immote)
narrava del Diavolo la caccia
pei dossi della squallida Mughera.
Negra di pelo, orribile, con gli occhi 

fiammeggianti,, vedevasi una cagna
fuggire velocissima ululando:
e dietro ad essa un'affannosa muta
di segugi fantastici, e dovunque
voci d'inferno e strider di catene.
                               (B.Belotti, in "Val Brembana", poemetto, 1930)

L'imminente 31 Ottobre è di ispirazione per questa curiosa esplorazione lungo le alture a nord di Zogno. Lo spunto è dato anche da un bel testo di Vittorio Polli,* che accompagna il lettore alla scoperta dei luoghi patrii di don Antonio Rubbi (1693-1785), prevosto famoso per le sue guarigioni miracolose. Ci si muove quindi tra due temi di cultura popolare sotterranea dagli antichi rimandi e radici: la Caccia Selvaggia, che in una delle sue innumerevoli declinazioni alpine, e qui nella fattispecie orobica, diventa Cacciamorta, e la figura dai labili contorni "sciamanici" del prete guaritore. 


Luoghi certo vicini a un centro importante quale è e fu Zogno, ma proprio per questo enormemente ricchi di testimonianze antropiche nascoste all'ombra della giovane boscaglia che inesorabilmente divora quelli che furono i vecchi pascoli di queste alture. Partendo dalle Tre Fontane di Zogno, una piccola traccia nei pressi della chiesa ci permette di addentrarci tra le pendici della Mughera. Qui, tra vallecole e forre umide, si sale circondati dal muschio di vecchi muri a secco verso Pradonecco, contrada natale del prevosto. Forse questa era la via percorsa dal Rubbi quando andava a dir messa alla chiesa sottostante.

Guardiamo il precipizio che scende sopra le Tre Fontane, dove un viottolo nell'erba alta corre giù come un ragazzo svelto e saldo sulle gambe: un precipizio che è ancora la strada per andare alla chiesa delle Tre Fontane. In questa chiesa il prete Rubbi giovane ha incominciato a dir messa; e forse saliva a Padronecco ogni sera, dove l'orizzonte più vasto e l'aria più limpida, meglio nutrivano il suo animo predestinato.**

Padronecco e i suoi vasti (per quanto tempo ancora?) prati

 Da questo piccolo borgo diparte una mulattiera che porta in alto, verso altre lontane e solitarie contrade, fin su al Sonzogno, meta oggi prevista ma sfortunatamente non raggiunta. Prima però, è d'obbligo una deviazione verso la Mughera e il selvatichetto Pizzo di Zogno, là dove la Cacciamorta imperversava nelle notti invernali, ormai anche per noi imminenti. Seguendo un buon sentiero a nord dell'abitato, ci si addentra nella quintessenza delle prealpi dimenticate. Dall'altra parte della valle sta dimenticato un edificio, visibile nel bosco che si sta denudando in questo pomeriggio di fine Ottobre; la decisione di puntare ad esso è subconscia ma scontata, man mano che ci avviciniamo.



Una minuscola cava di "spolverino" lungo il sentiero. Questo è il colore originario del costruito di questi luoghi

I rovi sono fitti a tal punto che avvicinarsi a questa stalla è impensabile. Si nota come le pietre di cui sono costituiti gli edifici della zona siano irregolari, di qualità non eccelsa, tanto che in due occasioni, la prima in questa stalla appunto, dei grossi buchi presenti nelle pareti degli stessi sono stati "tappati" con semplici accumuli di sassi. La stalla non deve essere, in realtà, stata abbandonata da molto, in quanto il tetto è risistemato; ciò non toglie che il senso di desolazione è palpabile. Affascina il pensiero di segugi infernali al trotto in questi boschi scoscesi, la notte.

Stalla dal toponimo sconosciuto in Mughera

Proseguendo si scavalla un costone percorso dai pali dell'elettricità per portarsi a quello che scende dal Pizzo di Zogno (912 metri). Paurosi dirupi calcarei si spalancano a destra del costone e ospitano contorte (e franose) morfologie rocciose.

Nelle fauci calcaree della Mughera

Superato il Pizzo, uno splendido esempio di roccolo bergamasco (roccolo di Pice) si adagia su una passata. L'uccellagione era assai praticata in tutta la zona; appare inevitabile ripensare alle implicazioni narrative date dal contrasto apparente tra l'ambiente impervio di queste creste e l'esistenza nei pressi di queste di storiche strutture fisse per la caccia.

Roccolo di Pice


Dal roccolo di Pice una bella traccia scende, a volte a naso, verso Pernice, altra bella borgata di Zogno, ma prima di prenderla, si può tergiversare proseguendo ancora sul filo di costa verso la zona del Corno dell'Arco, giungendo in breve ad un altro fascinoso appostamento di caccia, racchiuso in un circolo di carpini e betulle che la morente luce autunnale rende quasi fantasmagorico.

Là dove passa la Cacciamorta

Torniamo sui nostri passi scendendo a Pernice. La bellezza e il carattere di queste contrade sono ben descritte dal Polli:

E una nuova chiara lezione che illustra la vita dei gruppi di case-famiglia sparse sui pendii, come le antiche tribù, con le loro vecchie dimore, le porte basse, i balconi di legno; i prati e i boschi intorno, limiti di una vita passata e di un non dimenticato modo di sostentarsi [...]
Lontani da queste costruzioni, altri gruppi di case-famiglia, vivono sulla loro terra con i nomi antichi e con le stesse sembianze dei progenitori: tutti hanno i loro soprannomi che sono rimasti  a distinguere i vari rami e le discendenze meglio dei nomi; il monte di Zogno è tutto organizzato in questo modo.***

Lo stemma dei Sonzogni a Pernice di Zogno

Dalla Pernice, la vecchia mulattiera riconduce al capoluogo traversando boschi e località che alla fine, tornati al cimitero di Zogno, permettono la comprensione dello stridente contrasto essenziale tra un modo di vivere che si è affermato nell'ultimo mezzo secolo, nei confronti di quello più antico di cui i nostri boschi e le nostre mulattiere sono intrisi. Di botto si è di nuovo nella contemporaneità delle villette modulari e della bruttura anestetizzante connaturata alla "città diffusa". Appena al di fuori di questa, nel buio immobile della notte invernale così come nella calura atroce del meriggio estivo, sulla schiena arsa della Mughera, i sussurri della memoria popolare non smettono oggi di raccontare leggende dal fondo della storia.

Stalla innominata tra Pernice e Pradonecco

*Polli Vittorio, La piccola patria, Il museo della valle editore, Bergamo 1972
**ibidem, p.34
***ibidem, p.33

martedì 28 agosto 2018

Una ascesa al Canto Alto di 120 anni fa

Chi mi conosce, per sua disgrazia, sa quanto mi sia caro lo smarrirsi consapevole nelle memorie morenti delle nostre Prealpi Orobiche, il divenirne cercatori, esploratori delle lontananze, dei silenziosi anfratti dove sempre vi è traccia antica, per chi la sa osservare; e non smetterò di affermare la nostra incompresa fortuna, quella di possedere sul territorio una potente rete di rimandi ad una cultura di giganti, quella rurale dei nostri vecchi, in procinto di chiudersi, vittima di sé stessa, come accade ad ogni ciclo di civiltà. Sul nulla che ci attende preferisco non dilungarmi.
Sapete anche del mio grande amore per la sentinella dei bergamaschi, il  Canto Alto detto anche Pizzidente ( http://umorismodaforca.blogspot.com/2013/04/canto-alto-notte-daprile.html ) ; esploratolo in lungo e in largo, ma mai abbastanza, il rileggere di luoghi che posso percorrere attraverso la memoria dell'esperienza diretta, nonostante la narrazione in questione si situi in un contesto temporale remoto (almeno nei termini della temporalità odierna), è qualcosa che non posso non condividere con i Followers of the High Peak (or High Mountain). Così come anche questo pezzo: https://www.youtube.com/watch?v=PcLW-0YZavI
Detto fatto: Alessandro Alebardi, uomo di ambiente ecclesiastico, descrive la salita al Canto dalla Cà del Lacc di Ponteranica Alta, nel 1898: credo che per i conoscitori si possa trattare di un piccolo resoconto gustoso.
Notare che la grande affinità dell'itinerario con quello odierno è resa possibile solo grazie al fatto che la zona è sotto la legislazione del Parco dei Colli; ma questa è un'altra complessa questione dai diversi risvolti.

[testo tratto da "Alessandro Alebardi, Sulle Prealpi Bergamasche, tip. Fagnani e Galeazzi, Bergamo, 1898.
vi si trovano interessanti descrizioni anche riguardo il Misma, il Podona, il Pertus, il Formico; https://archive.org/stream/sulleprealpiberg00aleb/sulleprealpiberg00aleb_djvu.txt ]



 
 Al Canto Alto (m. 1146) dal quale si ha 
magnifica ed estesa vista, tanto sulla pianura, 
che sui monti a tramontana, si può salire da 
Sorisole e dal Colle della Maresana. 

Da Sorisole, un sentiero mulattiero, però 
molto ripido, porta fino alla Cascina del Canto 
Alto (m. 939), dalla quale rimane poi a sa¬ 
lire il pascolo per giungere alla vetta (m. 1146). 

La salita da Sorisole ha però due incon¬ 
venienti : il primo, quello di doversi portare 
fino al paese, da Bergamo, e sono otto chi¬ 
lometri di strada piana (parlo per quelli, cui 
scopo della gita è muovere le gambe, non 
farsi portare in carrozza); poi, quello del 
sentiero, molto erto e che, attaccato alla roccia 
brulla ed esposto al sole di mattina e mez¬ 
zogiorno, riesce pesante per il calore, che si 
riceve dal sole, da una parte, e pel riverbero 
della roccia, dall’altra. A meno di salirlo di 
buon mattino, non è da consigliare, molto più 
che, arrivati alla Cascina, c’ è poi da salire 
tutta la punta a pascolo ed a pendenza assai 
pronunciata. 

Più bella e dilettevole ed assai comoda è 
la strada della Maresana, per molto tratto 
ombreggiata e che, mentre quella di Sorisole 
non ha che la vista di una valle, questa, di 
mano in mano che prosegue, ha variatissime 
vedute, prima sulla Valle Seriana, sulla pia¬ 
nura e sulla Valle di Sorisole, poi sulla val¬ 
letta di Olera, ed infine, arrivati all’altipiano 
della Braghizia (Braghessa), sulla bella valle 
di Poscante e lungo la Valle Brembana. 

Della strada di Sorisole, quando si è detto 
che parte dal paese e va al Canto Alto, è 
detto tutto, non essendovi altro sentiero che 
possa far sbagliare: di quella della Maresana 
è ben diversamente, essendovi molti sentieri 
e facilità di fuorviarsi in mezzo a tutte le 
colline che si devono girare. Però m’ inge¬ 
gnerò segnare il sentiero il più minutamente 
possibile, a rischio di noiose ripetizioni, per¬ 
chè ognuno, che voglia fare questa bellissima 
salita, non abbia a perdere tempo in andiri¬ 
vieni, chè in montagna, riesce più noioso ri¬ 
tornare sui proprii passi per aver sbagliato 
un sentiero, che fare doppia strada diretta e 
profittevole al proprio scopo. 

Saliamo dunque alla Maresana, sia seguendo
la strada della Zarda, sia direttamente lungo 
la Tremana e su pel Costone. 

Dalla chiesina della Maresana (m. 545) 
dobbiamo salire a quel roccolo lungo, che si 
vede sul colle verso mattina. Dalla chiesina, 
perciò, pigliamo a destra, verso mattina, ra¬ 
sentando il roccolo lì vicino. Poco avanti sono 
due sentieri, appena segnati però da specie 
di careggiate : 1’ uno più alto, l’altro più basso. 
Questo ultimo va a finire a quella casetta, 
che si vede giù basso nella rientranza del 
colle; da questa ad altra più avanti e risale 
infine, da una parte al piano del colle, e va, 
dall’altro, alle case del Castello, che sono ap¬ 
punto quelle case, che si vedono in gruppo 
sopra il promontorio alla nostra tramontana. 

L’altro sentiero, che tiene più alto, è quello 
da seguire, e va a terminare precisamente al 
roccolo lungo, in cima del colle, che abbiamo 
veduto a mattina appena allontanati di poco 
dalla chiesina della Maresana. 

Dove finisce il roccolo c’ è anche la così 
detta Tribulina dei Morti del 1630 (m. 679). 
Dietro la Tribulina c’ è il sentiero, sul ver¬ 
sante di mattina del colle, sempre piano, che 
mena alla Cà del lacc. Non si può sbagliare 
neppure volendo perchè il sentiero è uno solo. 

Prima di arrivare alla Cà del lacc, se si 
guarda un po’ più basso e più indietro della 
palazzina, si vede una roccia nera. Lì c’è un 
lontanino di acqua eccellente, al quale si 
discende per un sentieruolo, che parte dalla 
destra della Cà del lacc vicino al muro di 
cinta della casa, e dista meno di cinque mi¬ 
nuti. 

Se non si è provveduto acqua alla Chie- 
sina della Maresana, dove c’ è un pozzo di 
acqua piovana buonissima, di cui ora tiene 
la chiave il così detto Romito della Chiesa, 
qui è il luogo opportuno per provvedersene 
di eccellente, giacché, dopo, fino alla Bra- 
ghizia non se ne trova altra. 

Lo spuntino, dopo un bocconcino alla Ma¬ 
resana, è meglio farlo più avanti al roccolo 
dei quattro sentieri. 

Giunti, dunque, alla Cà del lacc , bella pa¬ 
lazzina con avanti un roccolo ed un minu¬ 
scolo laghetto fatto d’acqua piovana (m. 691) 
si prende la stradetta a sinistra del muro di 
cinta della casa, in piccola ascesa, che, poi, 
divenuta subito sentiero appena salita un po’ 
di roccia e continua a sinistra del colle Su- 
lino passando vicino ad un roccolo, fin che 
sbocca in un piccolo ripiano (m. 763), dal 
quale si vede, abbasso, a sinistra, tutto di¬ 
steso il paese di Sorisole. 

Qui vi sono due sentieri: l’uno che va 
avanti diritto: l’altro, che tende a sinistra e 
gira tutto il colle Luorida. E’ questo di si¬ 
nistra che si deve prendere. 

Poco più avanti il sentiero biforcasi di 
nuovo: l’uno scende a sinistra verso Sorisole: 
l’altro va diritto. Si continua con quest’ ultimo, 
che tende a salire a destra. Lungo tutto 
questo sentiero si ha sempre in vista, alla 
nostra sinistra, il paese di Sorisole. 

Girato il colle, si riesce sopra una piccola 
sella (m. 764) dalla quale, mentre si perde 
di vista Sorisole, si vede invece, a destra, la 
valle di Olera. Qui si imbocca subito il sen¬ 
tiero che va diritto sulla destra del colle e 
verso la Valle di Olera. Fatti pochi passi, si 
trovano due pozze, nelle quali si ferma l’acqua 
piovana e, poco più avanti, comparisce, giù 
a destra, nella valle, il paesello di Olera. Il 
sentiero continua finché giunge al punto ove 
sono due roccoli, 1’ uno a sinistra del sentiero, 
l’altro in salita, continuazione del primo: c'è 
anche una cisterna, che però ora non serve. 

Qui vi sono quattro sentieri. 

Il primo, a destra, che scende al paesello 
di Olera. 

Il secondo, che continua sul fianco destro 
del colle e si vede, in distanza passare, gi¬ 
rando a destra, sotto alcune roccie, nelle quali 
appare una buca (la grotta di Paci Padana ), 
mena alla sella, dalla quale si può scendere 
dall’altra parte a Poscante, ovvero, tenendo 
la costa di mezzogiorno del Monte Cavallo, 
andare a Monte di Nese. 

Il terzo, continuazione, verso il versante 
di sera, di quello pel quale siamo venuti, 
gira indietro dall’altra parte del colle e ri¬ 
torna a Sorisole. 
Il quarto, quello da seguire, sale in mezzo 
alla continuazione del roccolo, poi, in mezzo a 
roccie. ad altro roccolo, che si attraversa 
passando a sinistra del casello. 

Oltrepassato il roccolo, il sentiero gira il 
collino sul suo fianco destro. Dall’altra parte 
di questo collino, quasi in cima, c’è una ca¬ 
setta, e vicino a questa una piccola sorgente. 

Il sentiero, da qui, continua salendo fino 
ad una piccola sella, poi ad un’altra e, gi¬ 
rando ancora a destra il collino, riesce ad 
una terza piccola sella. Notisi che, in tutta 
la lunghezza del sentiero delle selle, si vede 
sempre, a sinistra, di là della valle, il sentiero 
che da Sorisole, lungo il fianco del monte 
brullo, sale al Canto Alto. 

Arrivati all’ultima sella, ci sarebbe un sen¬ 
tiero, che, scendendo a sinistra e rasentando 
tutte le roccie a picco del Canto Alto, mena 
ai piedi del prato, dal quale si sale poi alla 
cascina e quindi alla cima del monte : ma è 
poco praticabile prima di tutto, poi, terminando 
in fondo al prato, lascia assai più salita da 
fare, di quella che abbisogni tenendo il sen¬ 
tiero del costone, che è quello che stiamo se¬ 
guendo. 

Saliamo, adunque, per le roccie lungo il 
fianco del monte, ed in poco tempo arriviamo 
alla sella, sulla quale alla nostra sinistra, si 
trova un bellissimo sentiero piano, che ci mena 
alla Cascina Braghizia (Braghessa) m. 1032. 
Questa casetta ha una cisterna buonissima. 

Dalla Braghizia al Canto Alto non occor¬ 
rono più di venti minuti, lasciando quel sen¬ 
tiero che, rasentando una piccola siepe, si 
vede che va a girare il monte, e salendo in¬ 
vece direttamente la costa. 

Per quanto si stia sul ciglio della costa e 
si veda alla nostra sinistra le roccie del monte 
scendere a picco, non c’è però alcun pericolo, 
chè, volendo, si può anche tenersi alquanto 
più basso nel versante di destra. 

Così si sale alla punta (m. 1146) la quale 
ha un circuito piano di una trentina di metri, 
e da dove la vista può spaziare tutt’ intorno 
non arrestata da alcun altro monte vicino più 
alto, essendo questo affatto isolato.

giovedì 9 agosto 2018

Sulla presunta "Madonna Nera" di Scasletto



Scasletto (Valtorta, BG) è una piccola contrada alpina preservata ancora, ad oggi, dall'arrivo della strada e nonostante ciò ancora presumibilmente abitata, almeno saltuariamente - questo è ciò che abbiamo potuto dedurre dalla nostra ultima recente visita, in piena estate. Il fascino di questo grumo di vecchie case di pietra, addossate alla costa del monte, è quello della lontananza irrimediabile di un tempo vicino ma perduto, del suono della fontana ai margini del bosco, acqua che scorre ormai inascoltata nei meriggi infuocati d'agosto così come nelle cieche notti immobili dell'inverno montano. La nostra visita è stata motivata anche e soprattutto dalla lettura di un recente articolo apparso sull'ultimo dei "quaderni brembani" *,  che oltre ad averci permesso di scoprire un altro angolo di storia nascosta delle nostre Orobie, cosa per cui ringraziamo infinitamente l'autore, ha messo in chiaro, nero su bianco, l'origine iconografica delle (poche) Madonne Nere brembane, riconducibili fondamentalmente al motivo della Santa Casa di Loreto. A Scasletto si trova per l'appunto un curioso affresco, ricondotto forse troppo entusiasticamente dall'autore al medesimo tema della Madonna Nera. Ci permettiamo di fare quindi alcune osservazioni a proposito di questa ipotesi che, a fronte di un esame diretto, non appare più sostenibile. Quelle qui di seguito sono notate del resto dall'autore stesso, in qualche misura:
- La composizione figurativa non prevede evidentemente l'incarnato scuro per la sola figura della Vergine: tutti i personaggi presenti presentano infatti la medesima tonalità, la quale è presente anche nell'aureola e nel cielo raffigurati. Oltre all'ipotesi di rimaneggiamenti posteriori, non sarebbe da escludere quella di un deterioramento dell'impasto pittorico utilizzato per l'affresco.
- L'iconografia della Madonna di Scasletto non rispecchia quella canonica della Madonna di Loreto. La rappresentazione appare più conforme a schemi compositivi più tradizionali.
  L'autore dell'articolo prosegue notando la presenza di una "bizzarra appendice", simile a una coda serpentiforme, fuoriuscire dal posteriore del Gesù Bambino in braccio a sua madre. Questa viene ricondotta poi alle tentazioni occorse al santo Antonio abate, che del resto ritroviamo a più riprese nella storia culturale e folklorica della valle**. Tralasciando il fatto della probabile unicità di una rappresentazione del genere, mai riscontrata in altri ambiti (ma questa può essere espressione di ignoranza da parte dello scrivente), ma comunque in ogni caso assai coraggiosa, oltre che oltraggiosa, pensiamo che si tratti fondamentalmente di una svista: l'aver scambiato per coda un semplice motivo del panneggio del vestito - assai rovinato, del resto, dall'usura del tempo. Parrebbe inoltre, a uno sguardo più approfondito, che ai piedi della Madonna vi fossero uno o più putti; nell'insieme, la teoria di un "cristo con la coda" apparirebbe quantomeno grottesca.
Con ciò nulla si toglie all'interesse generale per l'argomento "scottante" delle Madonne Nere, ben rappresentate anche nella storia artistica della valle Brembana, e oggetto di catalogazione nell'articolo in questione, di cui invitiamo quindi alla lettura per coloro che ne fossero interessati.

* http://www.valbrembanaweb.it/centroculturale/QUADERNI-BREMBANI-16.pdf
**Vedi il ciclo di affreschi nell'oratorio/ chiesa della Torre di Valtorta, e le figure ricorrenti del carnevale di Valtorta.