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martedì 12 ottobre 2021

Appunti alpini - Alpe Predoria e versante O Monte Pisello


 

P (Partenza) dalla strada per il Passo San Marco a quota 1500 mt. circa, base per il rifugio Alpe Piazza. Giunti lì abbiamo proseguito fino all'Alpe Pedroria, e poi esplorato il versante O del Pisello, per poi scendere alle stalle e alpeggi sottostanti, nell'alta Val Roncaiola, risalendo infine alla Predoria.


Genii tutelari (o spiriti silvani) alla Corte Grassa.




  

 




Alpe Baitridana (dall'omonimo dosso boscoso soprastante): da notare oltre al buono stato dell'impianto paesaggistico, gli splendidi, vari, piccoli casèl per la conservazione del latte.


    Vecchio caalècc per la lavorazione del Bitto appena sopra l'alpe Piazza; bellissimi i pianori sommitali del Baitridana, sulla cui costa è possibile trovare un interessante masso con incisione cruciforme, probabilmente confinario. La zona in generale è conosciuta per i suoi ritrovamenti di massi coppellati (vedere link risorsa in fondo).


Stallino sottostante l'alpe Pedroria. La posizione di tutti gli alpeggi della valle è estremamente panoramica.


Bàrech nell'alta Val Roncaiola, raggiunta con un traverso su sentiero segnato Cai molto disagevole. Presenza di camosci, galli forcelli, vipere. da questa si ritorna verso l'alpe Pedroria passando da altri piccoli alpeggi (Alpe Eterna). Nonostante il luogo molto isolato, l'alpe è ancora utilizzata da equini.

La zona della baita Eterna presenta diversi recinti litici ma sembrerebbe priva di incisioni. Sullo sfondo a sinistra la IGM riporta una "Cima della Paglia", molto probabilmente il toponimo deriva dalla pratica di taglio di erba magra sulle sue pendici.




La grande abbondanza di acqua si nota anche dall'onnipresenza di sorgenti e abbeveratoi in tutta la zona. In loco un masso coppellato; si è appena sotto la Pedroria, che invece presenta, appena a monte della stessa, diverse incisioni recenti (caratteri alfabetici, in un caso riquadrati).



Caalècc ancora molto in forma, pare appena risistemati, nella conca sottostante la Pedroria, in alta val Roncaiola.



Colchico autunnale ai piedi della Corte Grassa; il prato da sfalcio concimato è il suo habitat ottimale.


Per ulteriori informazioni riguardanti la presenza di petroglifi schematici in zona, rinvenuti e studiati tra la fine degli anni '90 e i primi '00, rinvio al seguente articolo:
https://www.academia.edu/11180141/Petroglifi_schematici_nella_valle_del_Bitto_di_Albaredo

lunedì 24 maggio 2021

Racconti e apparizioni di Costa Imagna (BG)

 


Costa Imagna è uno dei paesi dal carattere più spiccatamente “montano” della valle omonima, sia in forza della sua localizzazione, adagiato com’è a circa mille metri di quota sulle verdeggianti pendici del Monte Tesoro, sia in virtù della sua lunga storia costruitasi sul millenario rapporto tra uomo e ambiente naturale, rapporto che col passare del tempo ha potuto generare un patrimonio di cultura materiale ad oggi ancora visibile quando non rovinato dall’incuria o dall’estetica contemporanea – la Valle Imagna custodisce ancora molti esempi a proposito, a partire dai tesori della sua architettura tradizionale. Accanto al patrimonio visibile, esiste un archivio nascosto di conoscenze immateriali che in quanto tali sono da recuperare e custodire con maggiore urgenza in vista della loro progressiva dimenticanza e conseguente inevitabile rimozione dalla cultura della collettività. I racconti e le leggende popolari degli ambiti alpini – e quindi orobici – pur presentando spesso tratti fondamentali comuni tra le diverse località, assumono di volta in volta una valenza e un significato particolari in quanto legati di frequente a specifici luoghi delle stesse, con i loro aspetti morfologici, toponomastici, storici e via dicendo. In questa prospettiva abbiamo deciso di proseguire con il lavoro di ricerca e raccolta delle leggende intorno all’Albenza iniziato con Torre de’ Busi spostando la nostra attenzione sul versante valdimagnino. Perché Costa? Oltre alla vicinanza geografica con Torre de’ Busi, la quale permette eventuali raffronti sui rapporti esistenti oggi e in passato tra le valli Imagna e San Martino, di grande interesse è la pluralità di contesti territoriali tipici di questo comune, impreziosito dai suoi pascoli e dai suoi boschi, dalle sue sorgenti e dalle grotte, dal costruito antropico tradizionale. 

RACCONTI E DICERIE

La “Fömnì”

Di notevole pregio naturalistico è la zona di Costa Imagna che fa capo alla grande “gola” rocciosa nella quale oggi purtroppo confluisce grande parte della rete fognaria del comune. A monte di questa si trova oggi il vecchio lavatoio, dalla notevole struttura architettonica, che doveva servire tutta il circondario. Quel che desta più interesse, in virtù di isomorfismi ed assonanze tra contesti simili in tutta la valle, è la piccola cavità rocciosa che si spalanca all’interno dello stesso lavatoio, sua fonte. Questa è uno stretto budello calcareo buio e umido che forse ha dato origine alla leggenda della Fömnì, misterioso spirito femminile che si diceva dimorasse in quel luogo. Lungo l’arco alpino vi sono diverse testimonianze di esseri affini a questo, intenti a lavare panni o a svolgere altre occupazioni tipicamente femminili – la stessa famosa Corna Büsa, cuore del sacro vallivo, ha una sua leggenda similare. Nei pressi del lavatoio si trova inoltre una cappelletta votiva dedicata alla Madonna. 


La cappella del “Ciàpa”
Similarmente a quanto appena esposto, tra i faggi e le valli strozzate nella dolomia principale che precipitano in dirupi e crepacci ai piedi di Costa Imagna verso il fondo della valle, si trova la santella del Ciàpa, di incerta origine – probabilmente un ex-voto di un abitante soprannominato così – che raffigura al suo interno una Madonna della Corna Büsa. Poco oltre si trova la località detta Foppa dell’Acqua, con una sorgente e un piccolo riparo naturale. Il nostro appello ai conoscitori della zona è di farsi avanti nel testimoniare eventuali racconti legati a questo luogo o al lavatoio della Fömnì.


La Madonna di Raal
L’intensa devozione sentita nei confronti della figura femminile della Madonna trova riscontro anche in questa località. A Rale, un’effige della stessa era posta – e probabilmente lo è ancora, dobbiamo verificare – tra le alte fronde di un faggio secolare, ed era meta di processioni e probabilmente rogazioni al chiarore dei lumini; non risulta però dalle fonti il preciso momento annuale in cui avvenivano tali processioni.

La “pesca degli infanti” alla Serrada
Ancora un luogo d’acque e ancora presenze femminili: si diceva che le donne gravide, dopo una faticosa camminata a piedi scalzi, si portassero a un certo invaso d’acqua della Serrada (antico toponimo dell’odierno Resegone) che abbiamo associato alla grande pozza di abbeverata della Forcella Alta, unico luogo con caratteristiche tali in questo territorio arido. Vi si recavano, si diceva, per pregare e tornare così alle proprie dimore con il figlioletto appena “pescato”…

Strani rumori dal sottosuolo tra Redunda e Monte Tesoro
Portandoci in località Redunda, qui si raccontava che vi venissero seppelliti gli equini morti, segno probabile della presenza di qualche pozzo o abissetto carsico in loco. Questi, la notte, si “facevano sentire” scalpitando furiosamente dal sottosuolo. Il tema dei rumori sotterranei, boati e strane vibrazioni è ripreso in un altro racconto riguardante il Monte Tesoro: echi spettrali di collisioni e franare di sassi si avvertivano (e si dice si avvertano ancora) soprattutto durante i temporali lungo i versanti torredebusini del monte, mentre dalle parti di Costa Imagna era comune sentirli dopo il tramonto nei pressi delle tribuline poste lungo le antiche mulattiere alle sue pendici. Un immaginario “infero” che potrebbe trovare una spiegazione geologica nella già citata abbondanza di fenomeni carsici tipica della zona – ma lasciamo alla geologia una parola a proposito, se mai vi sarà.


Spettri e strìe
Immancabili infine i racconti riguardanti le ombre dei morti: a Novembre, lungo le mulattiere di Costa, si diceva fosse comune l’incontro con gli spettri dopo il tramonto, e per questo si raccomandava alle donne di coprirsi il capo nel caso dovessero uscire di casa. Rimane labile traccia invece della secolare paura di streghe e creature affini: sembra però che si sospettasse non poco dei gatti quali agenti del maligno o strìe camuffate e pronte a recar danno.

Con questo breve viaggio immaginario tra le contrade di Costa Imagna speriamo di risvegliare altre memorie per poter proseguire nella raccolta di testimonianze che non vadano così perdute.
Per eventuali contatti a proposito, oltre ai commenti qui e sui social : mac.m@live.it


mercoledì 9 gennaio 2019

Valenze folcloriche della speleologia orobica 1 - Note metodologiche; Crepaccio della Rocca LO BG 1058 (S.Pellegrino Terme)

NOTE METODOLOGICHE

Grande clamore mediatico e fantasmagorico s'è ridestato, negli ultimi tempi, nei confronti del multiforme universo montano. Esso si nutre dell'ego dei nuovi consumatori dell'imbellettata immagine che la ragnatela offre della montagna, quasi sempre sottovuoto, o meglio moderna (mere)promotrice di sé stessa ai loro appetiti pulsionali.
Pare doveroso quindi contribuire a siffatto stato delle cose con questa nuova piccola ricerca incentrata sui sotterranei legami culturali che dai tempi più remoti esistono tra mondi carsici e l'immaginario popolare.
Lo studio si concentra sulle cavità orobiche – in primis brembane e seriane – che presentavano, alla data 1981, quella del famoso catasto che del resto rimane la nostra fonte principale, una nota di interesse folcloristico non meglio specificata all'interno del catasto stesso. L'intento è quello di incrociare la ricerca bibliografica con quella sul campo per reperire il maggior numero di informazioni a proposito di questi rimandi culturali prima che vadano definitivamente persi.*
Alle cavità di interesse squisitamente folkloristico segnalate sul vecchio catasto abbiamo annesso anche quelle che possono rivelare argomenti inerenti al tema sulla base della loro denominazione.**
Abbiamo aggiunto anche ulteriori luoghi di interesse sulla base di racconti e leggende reperiti nei testi.
Si tratta in realtà di una ricerca complessa sotto molti punti di vista, data l'età ormai vetusta della maggior parte dei rimandi catastali, i più recenti dei quali valicano raramente gli anni Sessanta del secolo scorso. Inoltre molte delle grotte e cavità segnalate risultavano di collocazione dubbia o incerta già all'epoca della redazione del catasto.
Vorrei sottolineare che la finalità di tutto questo deve essere intesa come quasi puramente estetica, priva di qualsivoglia ammiccamento accademico o di repellenti approcci come quelli volti alla “valorizzazione” territoriale per “portare” la gente in montagna... Noi crediamo che quello (pre)alpino sia un mondo morto e fascinoso, capace però ancora di elargire alcune delle sue gemme oscure e dimenticate... spesso a caro prezzo di chi le ricerca.

*la ricerca bibliografica prevede, oltre alla consultazione di testi fisici, anche la ricerca web, così come quella sul campo va intesa spesso come un riscontro con la variegata popolazione locale o con quella di speleologi e affini, oltre all'attenta analisi del territorio oggetto di studio.
**ad esempio, LO1021 il Bus del Mago di Gazzaniga, o LO1359 Cesa del Diaol (Chiesa del Diavolo), di Ardesio.


Crepaccio della Rocca  LO BG 1058 - San Pellegrino Terme

Crepaccio della Rocca

 Castelli arroccati su vette inaccessibili, posti a guardia di città o villaggi e attraversati da un labirinto nascosto di cunicoli e passaggi sotterranei, tutti elementi ricorrenti nel mondo fiabesco delle storie infantili, paiono essere l'ispirazione ideale per avventurarsi sugli irti pendii a monte di Piazzacava (San Pellegrino Terme). Qui la leggenda, riportata negli anni Trenta dal Frassoni, narra appunto della presenza di tali anfratti segreti nelle viscere del monte.
Del resto, non sembrano emerse ad oggi evidenze archeologiche nella zona strettamente relativa alla cavità in questione. In località Torre, poco più a valle, pare vi fosse un casale fortificato*, ma ciò non giustifica la leggenda relativa alla località Rocca; crediamo di essere in presenza quindi di una significazione toponomastica dovuta all'intersecarsi tra memorie storiche sedimentate nell'immaginario degli abitanti e morfologia vera e propria del territorio della “Rocca” di Piazzacava, promontorio dolomitico dalle aguzze sommità che possono evocare torri e bastioni di umano artificio.

cascinale in zona

Evitando i pascoli ancora utilizzati dal punto di vista zootecnico dai locali, i quali producono anche notevoli formaggi, ci siamo avvicinati al versante settentrionale del promontorio in questione, in un paesaggio ancora ruralmente pregiato, risalendone le boscaglie abbandonate per un centinaio di metri. Appena oltre il fondo si fa più tormentato e la dolomia principale inizia a dare il meglio di sé , spalancando sulla destra il Crepaccio della Rocca. Un nostro conoscente geologo aveva accennato, tempo fa, al fatto che tutta questa zona sia oggi molto “instabile” e che si stia muovendo non poco – questo il succo del discorso, non potendo noi entrare nel dettaglio. Abbiamo la conferma della cosa quando successivamente consultiamo il rilievo della cavità datato 1932: da allora possiamo constatare con sicurezza la presenza di almeno un grosso scollamento, il quale in realtà ha alterato sensibilmente la fisionomia complessiva del Crepaccio.
Questi luoghi sono citati anche altrove, a proposito di una favoletta popolare che ha per protagonisti un lupo e una volpe:

[…] un tale Matièt della contrada Grabbia di San Giovanni Bianco aveva ucciso una mucca malata (forse era pazza...) e l'aveva seppellita in cima al curnù, una sporgenza rocciosa che sovrasta la località Rocca, poco a monte di San Pellegrino Terme […]**.

*http://www.comune.sanpellegrinoterme.bg.it/turismo/la-storia/
**T.Bottani, W.Taufer, Racconti popolari brembani, Comunità Montana Valle Brembana, Bergamo, 2001, p.73

croce (confinaria?) sulla strada verso Alino
 


martedì 28 agosto 2018

Una ascesa al Canto Alto di 120 anni fa

Chi mi conosce, per sua disgrazia, sa quanto mi sia caro lo smarrirsi consapevole nelle memorie morenti delle nostre Prealpi Orobiche, il divenirne cercatori, esploratori delle lontananze, dei silenziosi anfratti dove sempre vi è traccia antica, per chi la sa osservare; e non smetterò di affermare la nostra incompresa fortuna, quella di possedere sul territorio una potente rete di rimandi ad una cultura di giganti, quella rurale dei nostri vecchi, in procinto di chiudersi, vittima di sé stessa, come accade ad ogni ciclo di civiltà. Sul nulla che ci attende preferisco non dilungarmi.
Sapete anche del mio grande amore per la sentinella dei bergamaschi, il  Canto Alto detto anche Pizzidente ( http://umorismodaforca.blogspot.com/2013/04/canto-alto-notte-daprile.html ) ; esploratolo in lungo e in largo, ma mai abbastanza, il rileggere di luoghi che posso percorrere attraverso la memoria dell'esperienza diretta, nonostante la narrazione in questione si situi in un contesto temporale remoto (almeno nei termini della temporalità odierna), è qualcosa che non posso non condividere con i Followers of the High Peak (or High Mountain). Così come anche questo pezzo: https://www.youtube.com/watch?v=PcLW-0YZavI
Detto fatto: Alessandro Alebardi, uomo di ambiente ecclesiastico, descrive la salita al Canto dalla Cà del Lacc di Ponteranica Alta, nel 1898: credo che per i conoscitori si possa trattare di un piccolo resoconto gustoso.
Notare che la grande affinità dell'itinerario con quello odierno è resa possibile solo grazie al fatto che la zona è sotto la legislazione del Parco dei Colli; ma questa è un'altra complessa questione dai diversi risvolti.

[testo tratto da "Alessandro Alebardi, Sulle Prealpi Bergamasche, tip. Fagnani e Galeazzi, Bergamo, 1898.
vi si trovano interessanti descrizioni anche riguardo il Misma, il Podona, il Pertus, il Formico; https://archive.org/stream/sulleprealpiberg00aleb/sulleprealpiberg00aleb_djvu.txt ]



 
 Al Canto Alto (m. 1146) dal quale si ha 
magnifica ed estesa vista, tanto sulla pianura, 
che sui monti a tramontana, si può salire da 
Sorisole e dal Colle della Maresana. 

Da Sorisole, un sentiero mulattiero, però 
molto ripido, porta fino alla Cascina del Canto 
Alto (m. 939), dalla quale rimane poi a sa¬ 
lire il pascolo per giungere alla vetta (m. 1146). 

La salita da Sorisole ha però due incon¬ 
venienti : il primo, quello di doversi portare 
fino al paese, da Bergamo, e sono otto chi¬ 
lometri di strada piana (parlo per quelli, cui 
scopo della gita è muovere le gambe, non 
farsi portare in carrozza); poi, quello del 
sentiero, molto erto e che, attaccato alla roccia 
brulla ed esposto al sole di mattina e mez¬ 
zogiorno, riesce pesante per il calore, che si 
riceve dal sole, da una parte, e pel riverbero 
della roccia, dall’altra. A meno di salirlo di 
buon mattino, non è da consigliare, molto più 
che, arrivati alla Cascina, c’ è poi da salire 
tutta la punta a pascolo ed a pendenza assai 
pronunciata. 

Più bella e dilettevole ed assai comoda è 
la strada della Maresana, per molto tratto 
ombreggiata e che, mentre quella di Sorisole 
non ha che la vista di una valle, questa, di 
mano in mano che prosegue, ha variatissime 
vedute, prima sulla Valle Seriana, sulla pia¬ 
nura e sulla Valle di Sorisole, poi sulla val¬ 
letta di Olera, ed infine, arrivati all’altipiano 
della Braghizia (Braghessa), sulla bella valle 
di Poscante e lungo la Valle Brembana. 

Della strada di Sorisole, quando si è detto 
che parte dal paese e va al Canto Alto, è 
detto tutto, non essendovi altro sentiero che 
possa far sbagliare: di quella della Maresana 
è ben diversamente, essendovi molti sentieri 
e facilità di fuorviarsi in mezzo a tutte le 
colline che si devono girare. Però m’ inge¬ 
gnerò segnare il sentiero il più minutamente 
possibile, a rischio di noiose ripetizioni, per¬ 
chè ognuno, che voglia fare questa bellissima 
salita, non abbia a perdere tempo in andiri¬ 
vieni, chè in montagna, riesce più noioso ri¬ 
tornare sui proprii passi per aver sbagliato 
un sentiero, che fare doppia strada diretta e 
profittevole al proprio scopo. 

Saliamo dunque alla Maresana, sia seguendo
la strada della Zarda, sia direttamente lungo 
la Tremana e su pel Costone. 

Dalla chiesina della Maresana (m. 545) 
dobbiamo salire a quel roccolo lungo, che si 
vede sul colle verso mattina. Dalla chiesina, 
perciò, pigliamo a destra, verso mattina, ra¬ 
sentando il roccolo lì vicino. Poco avanti sono 
due sentieri, appena segnati però da specie 
di careggiate : 1’ uno più alto, l’altro più basso. 
Questo ultimo va a finire a quella casetta, 
che si vede giù basso nella rientranza del 
colle; da questa ad altra più avanti e risale 
infine, da una parte al piano del colle, e va, 
dall’altro, alle case del Castello, che sono ap¬ 
punto quelle case, che si vedono in gruppo 
sopra il promontorio alla nostra tramontana. 

L’altro sentiero, che tiene più alto, è quello 
da seguire, e va a terminare precisamente al 
roccolo lungo, in cima del colle, che abbiamo 
veduto a mattina appena allontanati di poco 
dalla chiesina della Maresana. 

Dove finisce il roccolo c’ è anche la così 
detta Tribulina dei Morti del 1630 (m. 679). 
Dietro la Tribulina c’ è il sentiero, sul ver¬ 
sante di mattina del colle, sempre piano, che 
mena alla Cà del lacc. Non si può sbagliare 
neppure volendo perchè il sentiero è uno solo. 

Prima di arrivare alla Cà del lacc, se si 
guarda un po’ più basso e più indietro della 
palazzina, si vede una roccia nera. Lì c’è un 
lontanino di acqua eccellente, al quale si 
discende per un sentieruolo, che parte dalla 
destra della Cà del lacc vicino al muro di 
cinta della casa, e dista meno di cinque mi¬ 
nuti. 

Se non si è provveduto acqua alla Chie- 
sina della Maresana, dove c’ è un pozzo di 
acqua piovana buonissima, di cui ora tiene 
la chiave il così detto Romito della Chiesa, 
qui è il luogo opportuno per provvedersene 
di eccellente, giacché, dopo, fino alla Bra- 
ghizia non se ne trova altra. 

Lo spuntino, dopo un bocconcino alla Ma¬ 
resana, è meglio farlo più avanti al roccolo 
dei quattro sentieri. 

Giunti, dunque, alla Cà del lacc , bella pa¬ 
lazzina con avanti un roccolo ed un minu¬ 
scolo laghetto fatto d’acqua piovana (m. 691) 
si prende la stradetta a sinistra del muro di 
cinta della casa, in piccola ascesa, che, poi, 
divenuta subito sentiero appena salita un po’ 
di roccia e continua a sinistra del colle Su- 
lino passando vicino ad un roccolo, fin che 
sbocca in un piccolo ripiano (m. 763), dal 
quale si vede, abbasso, a sinistra, tutto di¬ 
steso il paese di Sorisole. 

Qui vi sono due sentieri: l’uno che va 
avanti diritto: l’altro, che tende a sinistra e 
gira tutto il colle Luorida. E’ questo di si¬ 
nistra che si deve prendere. 

Poco più avanti il sentiero biforcasi di 
nuovo: l’uno scende a sinistra verso Sorisole: 
l’altro va diritto. Si continua con quest’ ultimo, 
che tende a salire a destra. Lungo tutto 
questo sentiero si ha sempre in vista, alla 
nostra sinistra, il paese di Sorisole. 

Girato il colle, si riesce sopra una piccola 
sella (m. 764) dalla quale, mentre si perde 
di vista Sorisole, si vede invece, a destra, la 
valle di Olera. Qui si imbocca subito il sen¬ 
tiero che va diritto sulla destra del colle e 
verso la Valle di Olera. Fatti pochi passi, si 
trovano due pozze, nelle quali si ferma l’acqua 
piovana e, poco più avanti, comparisce, giù 
a destra, nella valle, il paesello di Olera. Il 
sentiero continua finché giunge al punto ove 
sono due roccoli, 1’ uno a sinistra del sentiero, 
l’altro in salita, continuazione del primo: c'è 
anche una cisterna, che però ora non serve. 

Qui vi sono quattro sentieri. 

Il primo, a destra, che scende al paesello 
di Olera. 

Il secondo, che continua sul fianco destro 
del colle e si vede, in distanza passare, gi¬ 
rando a destra, sotto alcune roccie, nelle quali 
appare una buca (la grotta di Paci Padana ), 
mena alla sella, dalla quale si può scendere 
dall’altra parte a Poscante, ovvero, tenendo 
la costa di mezzogiorno del Monte Cavallo, 
andare a Monte di Nese. 

Il terzo, continuazione, verso il versante 
di sera, di quello pel quale siamo venuti, 
gira indietro dall’altra parte del colle e ri¬ 
torna a Sorisole. 
Il quarto, quello da seguire, sale in mezzo 
alla continuazione del roccolo, poi, in mezzo a 
roccie. ad altro roccolo, che si attraversa 
passando a sinistra del casello. 

Oltrepassato il roccolo, il sentiero gira il 
collino sul suo fianco destro. Dall’altra parte 
di questo collino, quasi in cima, c’è una ca¬ 
setta, e vicino a questa una piccola sorgente. 

Il sentiero, da qui, continua salendo fino 
ad una piccola sella, poi ad un’altra e, gi¬ 
rando ancora a destra il collino, riesce ad 
una terza piccola sella. Notisi che, in tutta 
la lunghezza del sentiero delle selle, si vede 
sempre, a sinistra, di là della valle, il sentiero 
che da Sorisole, lungo il fianco del monte 
brullo, sale al Canto Alto. 

Arrivati all’ultima sella, ci sarebbe un sen¬ 
tiero, che, scendendo a sinistra e rasentando 
tutte le roccie a picco del Canto Alto, mena 
ai piedi del prato, dal quale si sale poi alla 
cascina e quindi alla cima del monte : ma è 
poco praticabile prima di tutto, poi, terminando 
in fondo al prato, lascia assai più salita da 
fare, di quella che abbisogni tenendo il sen¬ 
tiero del costone, che è quello che stiamo se¬ 
guendo. 

Saliamo, adunque, per le roccie lungo il 
fianco del monte, ed in poco tempo arriviamo 
alla sella, sulla quale alla nostra sinistra, si 
trova un bellissimo sentiero piano, che ci mena 
alla Cascina Braghizia (Braghessa) m. 1032. 
Questa casetta ha una cisterna buonissima. 

Dalla Braghizia al Canto Alto non occor¬ 
rono più di venti minuti, lasciando quel sen¬ 
tiero che, rasentando una piccola siepe, si 
vede che va a girare il monte, e salendo in¬ 
vece direttamente la costa. 

Per quanto si stia sul ciglio della costa e 
si veda alla nostra sinistra le roccie del monte 
scendere a picco, non c’è però alcun pericolo, 
chè, volendo, si può anche tenersi alquanto 
più basso nel versante di destra. 

Così si sale alla punta (m. 1146) la quale 
ha un circuito piano di una trentina di metri, 
e da dove la vista può spaziare tutt’ intorno 
non arrestata da alcun altro monte vicino più 
alto, essendo questo affatto isolato.

giovedì 9 agosto 2018

Sulla presunta "Madonna Nera" di Scasletto



Scasletto (Valtorta, BG) è una piccola contrada alpina preservata ancora, ad oggi, dall'arrivo della strada e nonostante ciò ancora presumibilmente abitata, almeno saltuariamente - questo è ciò che abbiamo potuto dedurre dalla nostra ultima recente visita, in piena estate. Il fascino di questo grumo di vecchie case di pietra, addossate alla costa del monte, è quello della lontananza irrimediabile di un tempo vicino ma perduto, del suono della fontana ai margini del bosco, acqua che scorre ormai inascoltata nei meriggi infuocati d'agosto così come nelle cieche notti immobili dell'inverno montano. La nostra visita è stata motivata anche e soprattutto dalla lettura di un recente articolo apparso sull'ultimo dei "quaderni brembani" *,  che oltre ad averci permesso di scoprire un altro angolo di storia nascosta delle nostre Orobie, cosa per cui ringraziamo infinitamente l'autore, ha messo in chiaro, nero su bianco, l'origine iconografica delle (poche) Madonne Nere brembane, riconducibili fondamentalmente al motivo della Santa Casa di Loreto. A Scasletto si trova per l'appunto un curioso affresco, ricondotto forse troppo entusiasticamente dall'autore al medesimo tema della Madonna Nera. Ci permettiamo di fare quindi alcune osservazioni a proposito di questa ipotesi che, a fronte di un esame diretto, non appare più sostenibile. Quelle qui di seguito sono notate del resto dall'autore stesso, in qualche misura:
- La composizione figurativa non prevede evidentemente l'incarnato scuro per la sola figura della Vergine: tutti i personaggi presenti presentano infatti la medesima tonalità, la quale è presente anche nell'aureola e nel cielo raffigurati. Oltre all'ipotesi di rimaneggiamenti posteriori, non sarebbe da escludere quella di un deterioramento dell'impasto pittorico utilizzato per l'affresco.
- L'iconografia della Madonna di Scasletto non rispecchia quella canonica della Madonna di Loreto. La rappresentazione appare più conforme a schemi compositivi più tradizionali.
  L'autore dell'articolo prosegue notando la presenza di una "bizzarra appendice", simile a una coda serpentiforme, fuoriuscire dal posteriore del Gesù Bambino in braccio a sua madre. Questa viene ricondotta poi alle tentazioni occorse al santo Antonio abate, che del resto ritroviamo a più riprese nella storia culturale e folklorica della valle**. Tralasciando il fatto della probabile unicità di una rappresentazione del genere, mai riscontrata in altri ambiti (ma questa può essere espressione di ignoranza da parte dello scrivente), ma comunque in ogni caso assai coraggiosa, oltre che oltraggiosa, pensiamo che si tratti fondamentalmente di una svista: l'aver scambiato per coda un semplice motivo del panneggio del vestito - assai rovinato, del resto, dall'usura del tempo. Parrebbe inoltre, a uno sguardo più approfondito, che ai piedi della Madonna vi fossero uno o più putti; nell'insieme, la teoria di un "cristo con la coda" apparirebbe quantomeno grottesca.
Con ciò nulla si toglie all'interesse generale per l'argomento "scottante" delle Madonne Nere, ben rappresentate anche nella storia artistica della valle Brembana, e oggetto di catalogazione nell'articolo in questione, di cui invitiamo quindi alla lettura per coloro che ne fossero interessati.

* http://www.valbrembanaweb.it/centroculturale/QUADERNI-BREMBANI-16.pdf
**Vedi il ciclo di affreschi nell'oratorio/ chiesa della Torre di Valtorta, e le figure ricorrenti del carnevale di Valtorta.

venerdì 12 gennaio 2018

Apparizioni e dicerie di Torre de' Busi e dintorni - una raccolta [in aggiornamento]


Il grembo della leggenda sono le impressioni del profondo inverno

I più remoti, eppur vicini, anfratti delle valli avvolti da trame denudate d'edera e spini, ricordi morti come fossili ghiacciati sulle tracce dei sentieri sepolti: segreti di cacciatori defunti, queste tracce nere di selvaggina sulla neve, nel rincorrere la preda, nel farsi preda, cacciati a loro volta dalla crudeltà silenziosa del freddo rigido e opaco, foriero di fame.
Nel gelo e nel silenzio della notte di Gennaio, poche erano le luci che occhieggiavano dalle finestre delle cascine sulle vallate buie tutt'intorno. Era il momento del ritrovo delle famiglie nelle stalle o dinanzi ai focolari, quando la solitudine alpestre rinnovava i sortilegi delle antiche storie. I vecchi narravano del bosco e le sue ombre, delle bocche spalancate delle caverne dove le volpi si rintanano, sul fondo più buio e scosceso delle valli, di bestie favellanti linguaggi profetici nella notte di san Silvestro. Storie disegnate sulle rocce calcaree delle nostre terre dal sangue versato dei clan, sostanza della visione evocante immagini brulicanti che dai primordi si riproducono nelle notti di neve.
Queste valli sono come libri, le cui pagine richiuse su scaffali polverosi sono rami, tronchi e rampicanti intricati e invadenti - leggere è percorrere questi monti rinselvatichiti lungo vecchie tracce.
Inverno feroce, luce tagliente, metti a nudo con artigli di ghiaccio ogni versante, scoprendonde i segreti: stalle, cascine, sentieri e corni di roccia. Esangue cantastorie, rompi la monotonia delle tue lunghe notti raccontando storie oscure, cantando vecchi canti, trascinando nello stupore e nel timore gli infanti e non solo, evocando l'ombra che scurisce i confini di luoghi familiari.

Qui di seguito, un tentativo di raccolta sintetica di leggende e dicerie del territorio di Torre de' Busi e immediati dintorni. (loc. sta per "località" , fraz. sta per "frazione").

- monte s. Margherita, versante NO: teatro di avvistamenti della famosa Cacciamorta, sarabanda infernale dalla storia millenaria; a seconda delle versioni, si presentano tre cagnolini o un cane a tre teste.
Per le varie frazioni si aggirava anche la "bùna càscia": si sentivano cani ululare, e si diceva che lasciassero pezzi di carne appesi agli alberi.
A Colle di Sogno la casàda dol Diaòl: latrati e ringhiare di cani imperversavano per l'alta frazione di Carenno e dintorni; un testimone, ad oggi vivente, si sarebbe ritrovato una notte in camera da letto la casàda, terrorizzandolo alquanto.
Nei pressi di Assa la cacciamorta scendeva dal crinale del Pertus.
- castello Casarola, loc. : vi si narra dello spettro di un uomo in catene, morto di sete e fame.
- castello Casarola, loc. : vi si narra dello spettro di una creatura dalle sembianze caprine, compagna dell'uomo di cui sopra.
- castello Casarola, loc. : vi era un pozzo detto "del diavolo", abbattuto "accidentalmente" da una ruspa, con la delicatezza tipica dei cementificatori lombardi.
- castello di Casarola, loc. : vi si narra di un conte morto in qualche modo in un gabinetto, strangolato o forse murato vivo (quest'ultima ipotesi potrebbe riferirsi però all'uomo in catene, di cui sopra).
- castello di Casarola, loc. : la padrona nobile del castello, detta Résinèla, venne murata viva al suo interno a causa della sua cattiveria. La notte se ne sentono ancora i lamenti.
- Incasone, loc. : è stato avvistato una sorta di lumino rosso percorrere ripetutamente il prato in paurosa pendenza  di questa località.
- Fornace, presso via Fontana: si dice che vi si nascose Mussolini nel '44, e che vi fosse una zecca (conio di monete) nascosta.
- Sonne: zona di acque meandriformi lungo la provinciale che porta a Torre, una diceria piuttosto pazzesca narra ivi dello sbarco degli americani durante la seconda guerra mondiale, a bordo di un piroscafo (sic)
- val Fosca: sede di molteplici avvistamenti del famigerato Bés Gatobe, la biscia-gatto dallo sguardo omicida, chimera alpina conosciuta con svariati nomi da qui all'Austria e oltre. "Stà tent ad andà in dì bòsc che ghe in gìr ol Gatobe" ; "Ghe ne sò nel Broghèt" . Pare fosse in grado anche di saltare i corsi d'acqua.
- val Fosca: luogo di inumazione del "Baet", uomo assai malvagio in vita, nel suo fondo più inaccessibile, laddove non giunge il suono delle campane. In altra versione, a mio avviso più affidabile, il "baet" ("baita" in bergamasco) è nome del luogo dove viene seppelito un prete assai malvagio, detto "mutù", da tre uomini, che hanno l'ordine di sodomita memoria di non voltarsi una volta compiuto il loro dovere. Uno di essi (o forse tutti) trasgredisce la direttiva e muore sul colpo.
- val Fosca : vi venivano in generale esiliate le anime malvagie,non accettate al camposanto, si sconsigliava di passarvi la notte o durante i temporali, poiché vi si sentivano spettri e alberi che si spezzavano ma che il giorno dopo, senza alcuna spiegazione, erano integri al loro posto.
- cà Brago, loc : c'era una non meglio identificata casa infestata dal fantasma di un suicida.
- col di Fopa, loc. : la baita del Màgher, luogo di passaggio lungo un'erta mulattiera, era teatro di bizzarre dicerie. Bisognava , secondo alcuni, lasciarli del cibo ad ogni passaggio, altrimenti si veniva maledetti; secondo altri, era il Màgher stesso a offrire un mestolo di minestra ai viandanti; secondo altri ancora il Màgher offriva del vino ai già alticci passanti reduci dalle notti d'osteria - i quali avevano quindi il pretesto per tornare a casa completamente in palla, probabilmente.
- Valcava, fraz. : vi si avvistava la donna del Gioco al valico.
- Maglio, presso Regurida: negli anni '50 del XX secolo è stata avvistata la donna del Gioco sul ponticello che porta alla mulattiera in una notte estiva. Il fatto causò gran scalpore.
La donna del Gioco è anche visibile, di notte, troneggiare su tutta la vallata, con una gamba sul monte s.Margherita e una sul monte Tesoro. Da altri è chiamata col nome più brianzolo "Giubiana".
- ponte della Lisegna, presso Tegiola : presso la grotta al di sopra della strada, si dice che prima della costruzione della stessa, durante la seconda guerra mondiale, vi trovassero riparo bande di giovani che non volevano essere arruolati. Sempre nella stessa grotta, alla fine della guerra, sarebbe stato ritrovato un cadavere di incerta origine.
- cà Macone, loc. presso Sogno : la lacca, o pozzo verticale situata nei pressi, si dice fosse un tempo talmente profonda da portare alla sorgente dell'Ovrena, diverse centinaia di metri più a valle. Questo prima di essere completamente riempita di immondizia, purtroppo. Un'altra diceria riguarda un figlio non voluto che sarebbe stato gettato dentro la notte stessa del parto; secondo altri il neonato sarebbe invece stato lasciato nella zona della sella verso Carenno.
- Sogno, fraz. : una certa casa, contraddistinta dalla particolare foggia delle finestre, era famoso luogo di spettri. I ripidi castagneti e gli erti sentieri della zona pare siano in generale piuttosto "frequentati"...
- Colle di Sogno (Carenno) : lungo la mulattiera che saliva al colle da Carenno, si trova a un certo punto una cappelletta nei cui dintorni dimoravano i "capelloni", strani spettri dai lunghi capelli incontrati più volte dagli abitanti del luogo che si attardavano la sera. La zona è luogo di altri incontri bizzarri: spettri di vecchie che ramazzano e catene che risuonano.
- Colle di Sogno (Carenno) : lungo la strada che porta al borgo, in prossimità dei grandi faggi circostanti, si avvertivano la notte strane presenze invisibili, con sospiri, passi e strepiti. Sempre in questa zona, le coppie che si appartavano in automobile venivano spesso disturbate da strane e innaturali vibrazioni che scuotevano l'abitacolo.
- Il monte Brughetto presenta, sul versante che si circosrcive arrivando al Colle di Sogno, grandi muri a secco, che diceria popolare diceva fossero resti di un convento di frati - forse di rimando a quello, realmente esistente, del Pertus più a settentrione. In realtà si tratta delle strutture di supporto alla cava di pietra presente in loco, e utilizzata per la costruzione della parrocchiale di Carenno agli inizi del '900.
- monte Tesoro : i suoi soleggiati versanti prativi che dominano la vallata della Sonna ospitano diverse cavità carsiche, in una delle quali si dice abitasse in pianta stabile un personaggio soprannominato "Lupo". Di storie di persone che abitano grotte poste in luoghi più o meno remoti è pieno tutto l'arco alpino. Rimembranze dell'uomo delle selve?
- monte Tesoro : era luogo d'elezione della paurosa cavra Besula (o Sbrésola, Sbrégiola) altra tipica creatura infernale alpina.
- strada provinciale che porta a Colle di Sogno : nei pressi di Barilette, prima della valletta della Chigarolla, sulla sinistra si alza la vecchia mulattiera che porta a Piea / San Marco. La prima minuscola stalletta che vi si incontra era abitata dal "Carunfa", che porgeva ai viandanti un mestolo di minestra (vedi sopra, il Màgher al col di Fòpa).
- Mòrcc di càmp, chiesetta dei Morti all'imbocco della valle della Sonna : era luogo di avvistamento di vere e proprie processioni di spettri, forse i morti del paese. Uno di questi poteva porgere al viandante una candela, che una volta scomparsa la processione, diveniva un osso (in altri contesti orobici, vedi per es. Ornica, un serpente).
- Lacca di Fò, alla cascina omonima : si dice fosse talmente profonda da arrivare all'Adda.
- Nata di Barilette , loc. : si dice fosse talmente profonda da arrivare al mare.
- Cà Martinone , loc. : sede della leggenda dei gatti parlanti.
- Cà Bianca, loc. presso San Marco (Piea) : avvistamenti di uno spettro.
- òl brusàtt : uomo blasfemo e malvagio, avendo distrutto in un impeto d'ira bestemmiante un crocefisso, venne trasportato dalla chiesetta di s.Michele al cimitero avvolto nelle fiamme.
- un altro lumino vagante si vedeva di notte muoversi nella valle della Sonna, più o meno tra le contrade di Urida e Introbina.
-San Gottardo : era presente lo "sperèt malègn", che si aggirava la sera sotto i portici delle cascine.
-Valcava: all'Alpino, vecchio albergo, si diceva che si sentissero gli spiriti.

[La lista è in aggiornamento].
seguirà a breve, spero, una raccolta più articolata riguardante racconti e leggende della valle.








lunedì 2 giugno 2014

Città infinita e Ultimo uomo

Un altro legame primordiale, quello che legava gli uomini alla loro terra di origine e appartenenza, è venuto meno nello svolgersi dell'ultimo secolo: l'importanza del sentirsi sostanziati anche dall'essenza di quella che con le sue peculiarità è la terra di ognuno. L'uomo del Kali-Yuga è disidentificato e frammentato anche a causa del suo essersi estirpato dai luoghi caratteristici della sua particolare gente. Il proliferare di non-luoghi divorando la bellezza e la specificità annulla anche il senso. Il non-luogo è sradicato nei confronti del territorio, e allo stesso tempo, in virtù della sua disgraziata presenza fisica - asettica, anonima e isolata dal contesto circostante - ne deturpa la fisionomia più umana, basata ad esempio sull'utilizzo di materiali e di tecniche costruttive tipiche e locali.
La bruttura standardizzata di acciaio, cemento e asfalto omogeneizza il territorio impedendo all'uomo medio, di per sé già privo di iniziativa personale, di ampliare i propri orizzonti estetici e visivi, e quindi intellettuali. In questo senso si situa l'idiozia delle "ferie" massificate, delle masse che puntualmente, in dati periodi dell'anno, si riversano dalle infernali città-termitaio verso mete e luoghi prefissati di modo da "staccare" momentaneamente dall'orrida e meccanizzata routine lavorativa di ogni giorno.
La struttura stessa della metropoli infinita odierna, "città lineare" senza limiti, distesa spesso poco funzionale di grigiore e banalità, limitando la visione di orizzonti di bellezza e di eterogeneità, porta ad una mancanza di impulsi orientabili al sovrasensibile o comunque all'extra-umano, il che è una importante condizione preliminare all'accesso a stati più spiritualizzati dell'essere.