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lunedì 24 maggio 2021

Racconti e apparizioni di Costa Imagna (BG)

 


Costa Imagna è uno dei paesi dal carattere più spiccatamente “montano” della valle omonima, sia in forza della sua localizzazione, adagiato com’è a circa mille metri di quota sulle verdeggianti pendici del Monte Tesoro, sia in virtù della sua lunga storia costruitasi sul millenario rapporto tra uomo e ambiente naturale, rapporto che col passare del tempo ha potuto generare un patrimonio di cultura materiale ad oggi ancora visibile quando non rovinato dall’incuria o dall’estetica contemporanea – la Valle Imagna custodisce ancora molti esempi a proposito, a partire dai tesori della sua architettura tradizionale. Accanto al patrimonio visibile, esiste un archivio nascosto di conoscenze immateriali che in quanto tali sono da recuperare e custodire con maggiore urgenza in vista della loro progressiva dimenticanza e conseguente inevitabile rimozione dalla cultura della collettività. I racconti e le leggende popolari degli ambiti alpini – e quindi orobici – pur presentando spesso tratti fondamentali comuni tra le diverse località, assumono di volta in volta una valenza e un significato particolari in quanto legati di frequente a specifici luoghi delle stesse, con i loro aspetti morfologici, toponomastici, storici e via dicendo. In questa prospettiva abbiamo deciso di proseguire con il lavoro di ricerca e raccolta delle leggende intorno all’Albenza iniziato con Torre de’ Busi spostando la nostra attenzione sul versante valdimagnino. Perché Costa? Oltre alla vicinanza geografica con Torre de’ Busi, la quale permette eventuali raffronti sui rapporti esistenti oggi e in passato tra le valli Imagna e San Martino, di grande interesse è la pluralità di contesti territoriali tipici di questo comune, impreziosito dai suoi pascoli e dai suoi boschi, dalle sue sorgenti e dalle grotte, dal costruito antropico tradizionale. 

RACCONTI E DICERIE

La “Fömnì”

Di notevole pregio naturalistico è la zona di Costa Imagna che fa capo alla grande “gola” rocciosa nella quale oggi purtroppo confluisce grande parte della rete fognaria del comune. A monte di questa si trova oggi il vecchio lavatoio, dalla notevole struttura architettonica, che doveva servire tutta il circondario. Quel che desta più interesse, in virtù di isomorfismi ed assonanze tra contesti simili in tutta la valle, è la piccola cavità rocciosa che si spalanca all’interno dello stesso lavatoio, sua fonte. Questa è uno stretto budello calcareo buio e umido che forse ha dato origine alla leggenda della Fömnì, misterioso spirito femminile che si diceva dimorasse in quel luogo. Lungo l’arco alpino vi sono diverse testimonianze di esseri affini a questo, intenti a lavare panni o a svolgere altre occupazioni tipicamente femminili – la stessa famosa Corna Büsa, cuore del sacro vallivo, ha una sua leggenda similare. Nei pressi del lavatoio si trova inoltre una cappelletta votiva dedicata alla Madonna. 


La cappella del “Ciàpa”
Similarmente a quanto appena esposto, tra i faggi e le valli strozzate nella dolomia principale che precipitano in dirupi e crepacci ai piedi di Costa Imagna verso il fondo della valle, si trova la santella del Ciàpa, di incerta origine – probabilmente un ex-voto di un abitante soprannominato così – che raffigura al suo interno una Madonna della Corna Büsa. Poco oltre si trova la località detta Foppa dell’Acqua, con una sorgente e un piccolo riparo naturale. Il nostro appello ai conoscitori della zona è di farsi avanti nel testimoniare eventuali racconti legati a questo luogo o al lavatoio della Fömnì.


La Madonna di Raal
L’intensa devozione sentita nei confronti della figura femminile della Madonna trova riscontro anche in questa località. A Rale, un’effige della stessa era posta – e probabilmente lo è ancora, dobbiamo verificare – tra le alte fronde di un faggio secolare, ed era meta di processioni e probabilmente rogazioni al chiarore dei lumini; non risulta però dalle fonti il preciso momento annuale in cui avvenivano tali processioni.

La “pesca degli infanti” alla Serrada
Ancora un luogo d’acque e ancora presenze femminili: si diceva che le donne gravide, dopo una faticosa camminata a piedi scalzi, si portassero a un certo invaso d’acqua della Serrada (antico toponimo dell’odierno Resegone) che abbiamo associato alla grande pozza di abbeverata della Forcella Alta, unico luogo con caratteristiche tali in questo territorio arido. Vi si recavano, si diceva, per pregare e tornare così alle proprie dimore con il figlioletto appena “pescato”…

Strani rumori dal sottosuolo tra Redunda e Monte Tesoro
Portandoci in località Redunda, qui si raccontava che vi venissero seppelliti gli equini morti, segno probabile della presenza di qualche pozzo o abissetto carsico in loco. Questi, la notte, si “facevano sentire” scalpitando furiosamente dal sottosuolo. Il tema dei rumori sotterranei, boati e strane vibrazioni è ripreso in un altro racconto riguardante il Monte Tesoro: echi spettrali di collisioni e franare di sassi si avvertivano (e si dice si avvertano ancora) soprattutto durante i temporali lungo i versanti torredebusini del monte, mentre dalle parti di Costa Imagna era comune sentirli dopo il tramonto nei pressi delle tribuline poste lungo le antiche mulattiere alle sue pendici. Un immaginario “infero” che potrebbe trovare una spiegazione geologica nella già citata abbondanza di fenomeni carsici tipica della zona – ma lasciamo alla geologia una parola a proposito, se mai vi sarà.


Spettri e strìe
Immancabili infine i racconti riguardanti le ombre dei morti: a Novembre, lungo le mulattiere di Costa, si diceva fosse comune l’incontro con gli spettri dopo il tramonto, e per questo si raccomandava alle donne di coprirsi il capo nel caso dovessero uscire di casa. Rimane labile traccia invece della secolare paura di streghe e creature affini: sembra però che si sospettasse non poco dei gatti quali agenti del maligno o strìe camuffate e pronte a recar danno.

Con questo breve viaggio immaginario tra le contrade di Costa Imagna speriamo di risvegliare altre memorie per poter proseguire nella raccolta di testimonianze che non vadano così perdute.
Per eventuali contatti a proposito, oltre ai commenti qui e sui social : mac.m@live.it


lunedì 4 novembre 2019

Valenze folcloriche della speleologia orobica 4 - Carsismo e stregonerie

Fino a pochi decenni orsono la figura della strega nelle sue diverse sfaccettature e interpretazioni era ancora ben radicata nell'immaginario e nel vissuto quotidiano delle popolazioni alpine e non solo. Elementi anche reali, più o meno identificabili come stregoni o streghe erano tacitamente riconosciuti dalle comunità, e si ritrovano, anche nei testi, esempi di fatti a essi correlati (1). Inevitabilmente si tendeva quindi ad associare per via simpatica questi esseri, posti spesso al margine della società locale, ai luoghi circostanti più nascosti o minacciosi, dando vita anche a racconti e leggende piuttosto articolati (2).
Nell'ambito orobico, le informazioni toponomastiche legate alle cavità sotterranee consultate fino ad ora hanno restituito una quantità piuttosto esigua di indicazioni a proposito; allargando quindi per l'occasione l'indagine all'intero settore lombardo, si è delineata una generalissima "geografia carsica della stregoneria" che, numericamente suddivisa per provincia, ha portato a questi dati:

BS 7 - CO 5 - BG 3 - VA 2 - SO 1  (3)

dove le cifre indicano il numero di cavità direttamente legate, per la denominazione locale dialettale, o per le vicende narrate, a materia di streghe e affini.
Il ruolo che storicamente l'inquisizione ha avuto nel plasmare l'immaginario delle popolazioni prealpine di una data area rispetto ad un'altra è argomento non trattabile in questa sede; ci si concentrerà quindi sulle sole cavità legate al territorio orobico. Rimane da sottolineare, in ogni caso, il carattere ormai sfuggente di gran parte delle denominazioni sopravvissute, anche a causa di una certa tendenza, diffusa tra gli speleologi, all'accantonare i dati di carattere etnografico o folcloristico relativi alle cavità da loro esplorate.
Da un punto di vista più simbolico, la grotta rimanda naturalmente all'universo femminile, segnato dall'oscurità vitale del grembo materno e del cielo notturno. Così la stessa inaccessibilità e paurosità di questi luoghi così vicini al mondo ctonio, negati alla vista, li ha favoriti da subito quali siti d'elezione per Sabbat e riunioni (d'estasi?) similari per streghe, stregoni, diavoli e animali dai connotati "demoniaci". A proposito di quest'ultima categoria di esseri, viene spontaneo notare come molti Strigiformi risiedano abitualmente, durante il giorno, in luoghi quali caverne o similari.
In Italia gli esempi riscontrabili in letteratura di grotte o buchi frequentati da inquietanti entità femminili si sprecano; da notare anche come, rimanendo in ambito alpino, laddove la natura geologica del terreno non permetta sviluppi carsici, i siti stregoneschi divengano luoghi di confine, liminali, come le viscide e buie forre dei torrenti, le vicinanze dei crocicchi e dei ponti, i grandi massi erratici che paiono posti in luoghi dove, senza un intervento prodigioso, non avrebbero senso di essere (4).

Il sàs da la sc’trìa di Samolaco. Oltre al repellente pannello indicativo, si nota la caratteristica striatura che ha generato la leggenda associata (v.nota 4).

Tornando alle rocce carbonatiche orobiche, troviamo qualche racconto di sicuro interesse per l'appassionato. In bassa Val Seriana, ad Albino, troviamo il Büs de la Stréa (LoBg 1023):
Durante il medioevo, secondo la leggenda, un gruppo di Stree si stanziò in media Val Seriana. Nessuno sapeva il come ed il perché fossero arrivate, forse per sfuggire ad altre persecuzioni. Esse si nascondevano nei boschi e scelsero come dimora le varie cavità e grotte dei dintorni. Ben presto si registrarono gli effetti della loro presenza: morti inspiegabili, malattie, carestie, sterilità, bestie ammalate, catastrofi atmosferiche e via discorrendo… I valligiani, dopo una pubblica riunione decisero di dare loro la caccia per metterle a pubblica giustizia. Iniziò quindi la caccia alle streghe nella boscaglie circostanti la zona di Albino. Dopo giorni di rastrellamenti molte di loro vennero catturate. L’ultima di queste Stree aveva dimora in una grotta sopra Albino, gli uomini accerchiarono la zona, la fattucchiera vedendosi così spacciata, prima di essere catturata si mise a graffiare le pareti della grotta in modo forsennato lasciando su di esse i profondi solchi delle sue unghie (5).
Anche in questo caso, come per i già numerosi "cören del Diavolo"(6) e similari, la fantasia popolare coltiva narrazioni sul suolo fertile della "meraviglia naturale", dando prova di una capacità di costruzione per immagini che divengono quasi oniriche.
Sempre in Val Seriana, a Casnigo, si trova la Fontana de Pì (LoBg 1032), grotta che "[...] si trovava a metà salita fra la frazione Serio e Casnigo, a tre o quattro metri sopra il livello stradale, vicino ad una sorgente d’acqua. Vi abitava la Egia da Pì (la vecchia della ripa), incaricata di fabbricare i bambini per le spose del paese"(7). Da notare la presenza di una fonte e di una figura ad essa legata, tema comunissimo anche se non così diffuso lungo l'arco orobico.
Non troppo lontano, esiste ad Entratico un'altra Büsa de la Stréa (LoBg 1234), ma ad oggi (e a mai più?) non vi sono ulteriori informazioni a riguardo.
In ambito extra orobico, ma relativo al fiume Brembo in quanto si è in alta pianura bergamasca, a Marne circolava la diceria che nelle cavità a ridosso del fiume abitassero delle streghe di bellissimo aspetto che la notte andavano a dissetarsi ai fontanì della zona, e che poi attiravano i ragazzi e li facevano così annegare. Tornando in montagna, nel territorio delle Grigne, e sempre in relazione a una sorgente, il Funtanìn de la Tur a Esino Lario, si diceva che una strega, residente nella torre in questione, avesse deciso un giorno di mettere un gatto nero - vivo, si intende - a bollire sul focolare. Questo poi si libera, schizzando fuori dal pentolone ed emettendo versi paurosi; nello stesso tempo un'immane massa d'acqua scaturisce dal Funtanìn e si abbatte sul paese (8).
A Costa Imagna, il lavatoio principale vede la presenza di uno strano spirito femminile, il foemnì, e proprio all'interno della struttura stessa si può notare ancora oggi l'ingresso di una piccola cavità, non sappiamo se naturale o artificiale, correlata allo scorrere dell'acqua, e che probabilmente ha contribuito al diffondersi di tale racconto (9).
Essenziale quindi, in molti di questi racconti, il triplice accostamento di lontanissima matrice storica costituito da donna, giovane o vecchia che sia, acqua e grotta, caverna o cavità. Non mancano ovviamente, almeno dal punto di vista toponomastico, altri esempi di queste presenze sulle montagne bergamasche (10), ma le storie a queste collegate sono ormai, probabilmente, perdute.

Zona del Roccolo di Strìe presso Azzone da una cartolina del 1986, con annessa chiesetta "d'ordinanza".


NOTE
1 Da non dimenticare tra costoro quelli che "segnavano" nell'accezione negativa del termine. 
2 "Sempre legato al discorso delle streghe e degli stregoni, voglio raccontare un fatto [...] accaduto al mio bisnonno Luigi Peroni. Questi era sacrista nella parrocchia di Valgoglio; un giorno, durante un forte temporale, egli andò a sunà l'tép. Ad un certo punto [...] lo raggiunse  il parrocco, il quale gli disse: "Arda Lüige chèla ègia so lé sota come la bala!". Il mio bisnonno rispose: "La ède mia!". Allora il parrocco gli disse: "Met sö 'l to pé sura 'l me!". Così facendo, il mio bisnonno vide allora una vecchietta sul sagrato della chiesa che ballava e sgomitava sotto la pioggia, senza però bagnarsi.  A.Chioda, Valgoglio e la sua gente, Ed.Com&Print, Brescia 2009, p.104
3 Notare come la grande parte dei toponimi si situino in area bresciana (Val Camonica e vicinanze) e il comense, territori nei quali l'inquisizione agì in misura maggiore.
4 Per la Val Brembana,tra le altre: https://www.leggende.vallebrembana.org/strega.html
In Val Chiavenna si trova
il  “sàs da la sc’trìa, il sasso della strega, chiamato così perché un’antica leggenda vuole che sia stato luogo di sosta prediletto o addirittura dimora di una pestifera strega. Anche il segno misterioso viene spiegato da questa leggenda. La strega che abitava dietro il masso, un bel giorno, volle combinare un terribile scherzo agli abitanti di Schenone e Nogaredo, e decise di farlo rotolare giù nella Bolgadrégna, per fermare l’acqua e non farla più arrivare al piano. Si diede, allora, a spingere e spingere, ma il masso non si  muoveva. Lungi dall’arrendersi, prese una bella catena, lo legò e cominciò a tirare, con tutta la forza che aveva in corpo. Ma neppure così il masso si spostò, neanche di un solo millimetro. Alla fine si dovette dare per vinta, e gli abitanti di Schenone e Nogaredo poterono continuare a godersi tranquillamente l’acqua del torrente". (http://www.paesidivaltellina.it/camminasamolaco/index.htm).    
5 Tratto da http://www.terraorobica.net/Articoli/Leggende/Ol%20Bus%20de%20la%20Strea.htm
6 Numerosi massi sparsi per le vallate prealpine, che presentano morfologie carsiche superficiali tali da farli apparire come "segnati" da zoccoli o impronte animali affini.
7 Tratto da Basezzi N., Il leggendario nelle grotte bergamasche, https://www.nottole.it/pubblicazioni/Nottolario_numero12_2005.pdf
8 Per la vicenda di Marne e quella di Esino Lario, Gleria E., Contributo per una ricerca sul folklore delle grotte lombarde, http://spazioinwind.libero.it/folkgrotte/lombardia.htm
9 Ringrazio M.Trabucchi per questa piccola "indiscrezione leggendaria".
10 Es. il Roccolo della Strìa in Val di Scalve, il Fontanì della Strìa in Val Brembilla, e altri.

giovedì 16 giugno 2011

Caduta nella vita


Forme pensiero cristallizzatesi nel reale, attraverso la compulsiva ripetizione di atti che mettono in moto forze invisibili e inconsistenti ma in grado di addensarsi pesantemente ai bordi dell'esistenza di chi o cosa è coinvolto in questo meccanismo. E' questo il versante oscuro delle pratiche apotropaiche e delle maledizioni? Un esempio banale, intriso di vergogna: è possibile che una fantasia sessuale ossessiva solidifichi il proprio immaginario nella vita di tutti i giorni attraverso il sacrificio costante di parti innominabili del sè? Dove va a finire tutta quell'energia autodistruttiva?
La mia mente è una palude i cui miasmi notturni fanno da flebile guida ai pensieri smarriti degli Altri verso la mia realtà. Ma non è così per tutti?
E l'odore dei millenni, le suggestioni più inafferrabili, l'angoscia sfuggente del sole del mattino, la demenza terminale dei linguaggi... fuochi fatui appena scorti tra le ombre della sera.
Le alterità finitamente possibili della natura fanno i loro giochi su questa fitta rete di sensazioni fluide e al limite dell'intuizione, ma sempre comunque pervasive?
Sicuramente il loro limite ultimo e necessario, ormai, non si trova più nella semplicità estraniante della carne...