sabato 13 novembre 2021

La via per il Nord: dal diario di un viaggiatore onirico*.

 

Non soffermiamoci sull’utilità o meno della descrizione che seguirà, né sul suo intimo senso di realtà sfuggente, ma pur sempre sperimentabile, tipico dei più diversi mondi astrali – personalmente, mi accorgo di trovarmi in essi quando permane durante l’intera esperienza un carattere di decisa stabilità vibratoria – nessun mutamento improvviso di piani o simboli; nessuna fastidiosa interferenza da parte di automatismi psichici o forme-pensiero soggettive, così come accade nei sogni. Inoltre, non soffermiamoci sulla convenienza riguardo il rendere “pubblico” – espressione risibile nel momento storico attuale -  questo genere di contenuti definibili “esoterici”: andiamo infatti incontro ad un’epoca nella quale anche questo campo di indagine verrà scandagliato e sintetizzato; andiamo incontro, a mio avviso, all’emersione nel reale della vera magia nera… ma è tempo di andare a Nord.  Sono luoghi, quelli a Settentrione, che ho visitato più volte: vi si aprono valli crepuscolari ammantate di prati umidi e torbiere nere. Grandi montagne, che paiono alti dossi di erba e roccia scura spogli ma bonari, circondano laghi poco profondi le cui acque a volte rilucono nel pulviscolo dorato di interminabili tramonti. Su ogni cosa domina un senso di incomprensibile, mostruosa solitudine. È difficile scorgere segni di presenze intelligenti, in quel mondo di sconfinati spazi silenti; tuttavia, mi è capitato di scoprire simbologie di natura artificiale nascoste qua e là, tutte comunque in relazione all’elemento acqueo, immaginifico di Yesod, la sephirah sessualizzata dei mondi sottili appena percepibili oltre quello grossolano della materia atomica. In particolare, esistono una piccola fontana, poco distante dai grandi stagni, e ancora delle strane ed imponenti vasche litiche, nascoste tra le rade boscaglie di essenze resinose dei versanti dei monti circostanti. Non mi sono mai addentrato oltre in quei boschi, per non rischiare di “perdere il piano”: trovo le foreste e gli spazi alberati personalmente di ardua esplorazione, anche se certo pieni di sorprese e misteri, a causa forse della loro immemore valenza iniziatica. È assai probabile, comunque, che gli stessi acquitrini neri e immobili di quel mondo siano altri potenziali cancelli astrali verso ulteriori piani.

In quelle vallate sterminate mai ho sentito un suono che non fosse il pigro sgocciolare di rivi e sorgenti scure che vanno a morire nelle torbiere. In un’occasione però, dopo aver ammirato per interminabili momenti le volute di pulviscoli dorati mulinare senza suono sulle alte erbe e i canneti bruni, il ritmo pauroso e frenetico di una corsa forsennata è emerso improvviso dalle boscaglie dei primi monti sopra di me, mentre mi dirigevo verso di essi; e un capro maestoso, seguito dal suo gregge, mi è quasi franato addosso. Non credo che fosse semplicemente un simbolo atavico relativo a quel piano; il suo manto, cangiante di marrone profondo e rossiccio, e il suo stesso portamento eccessivamente austero e regale, suggerivano piuttosto la presenza di un qualche demone o intelligenza fuori dalla sfera dell’umano. Per qualche ragione che non posso ricordare non sono riuscito a comunicare con lui.

 


Per raggiungere questi oltre-luoghi posti a settentrione delle mie visioni notturne sono dovuto passare, tra l’altro, sempre dagli stessi avamposti onirici. Essendo questo un fatto soggettivamente piuttosto raro, ovvero la continuità psico-geografica senza modificazioni emotive o mentali di sorta, descriverò di seguito anche questi momenti del viaggio. Ben consapevole del fatto che si tratti di una materia  delicata e appunto soggettiva, non mi soffermerò su molti particolari che potrebbero essere facilmente fraintesi nell’ottica corrente di una narrazione causa-effetto. Ci tengo a sottolineare che non vado inventando nulla: descrivo meccanismi della mente alla portata di chiunque abbia la volontà e l’intelligenza tali da riuscire ad esperirli. Precipitato quindi in un sogno comune, e quindi di incoscienza, e riuscito ad emergere dallo stesso dopo aver assunto la forma appropriata, devo lasciarmi alle spalle – o meglio, ai piedi, in volo – l’inferno automatico delle città di pensiero, labirintiche e ultra-popolate da automi cerebrali e involucri di contenuti mentali disfatti, nella paurosa microgravità di quei cieli; qui si apre un paesaggio che ormai mi è del tutto familiare. In quel momento in cui ogni possibilità finalmente si spalanca in ogni direzione, e solo l’equilibrio tra coscienza ed energia fa da arbitro a ciò che succederà, bisogna puntare senza timori e ripensamenti a Nord, verso dei monti lontani, quasi invisibili sotto coltri di foschie iridate. Sono le Alpi di fantasia della mia giovinezza, passate sotto il filtro della consapevolezza esperienziale acquisita dopo innumerevoli esplorazioni delle stesse nella realtà fisica. Passata una terra di foreste e una stretta gola rocciosa, la desolazione intorno aumenta in proporzione alla diminuzione della vivacità cromatica della “luce di fondo” onirica. Finalmente si apre una sorta di fiordo o valle marittima, il cui mare dai flutti gelidi e grigi lambisce cupe spiagge di sabbie basaltiche. Solo lo sciabordare di quelle antiche acque rompe il silenzio altrimenti mortale di quel luogo. Questo mare freddo è diverso da quello illimitato, lunare e brulicante di entità del Meridione astrale: laddove quello è vivo, fluido e cangiante di immagini e riflessi argentati sotto l’immane astro notturno, lucente come un vetro giallo e bitorzoluto, questo oceano glaciale è fermo, una profonda distesa di fanghiglia e ricordi morti, di fondali melmosi abitati forse solo da relitti densi di mistero e da leviatani primordiali. E su quelle rive di vulcani estinti, punteggiate dal biancore delle masse di neve in dissoluzione sotto i cieli nuvolosi del nord, sorge bizzarramente un casino di caccia abbandonato. Da quanti secoli di notti senza fine appare lì, da quanti sogni che, come meccanismi senza scampo, si ripetono senza fine nello spazio di una sola notte, non ne avrei idea. Ma la sua facciata bassa, chiara e consunta, riflettente quasi i radi raggi solari boreali e di un curioso gusto simil-rococò, abbraccia da sempre gli spogli pianori circostanti, fino alle spiagge poco lontane.  Un altro edificio sorge a breve distanza, questo di fattura meno ricercata, probabilmente la residenza della servitù. Tutto intorno non c’è più traccia di vita o frequentazione alcuna di quei luoghi. Sulla facciata principale del casino, appena decorata dal movimento di stucchi spiraliformi, le finestre si aprono in fila, cieche e buie; entrare all’interno non è semplice, se non attraversando sottilmente l’illusoria materia delle stesse grazie alle particolari leggi della fisica dei sogni. La prima volta riuscii ad accedere solo ai seminterrati e alle cantine sotterranee, un grembo buio dove stanno le cucine e i ripostigli che custodiscono le scorte alimentari. Nella densa e muta penombra non vidi che grandi botti da vino vuote o sfracellate al suolo coperte dai festoni eccessivi della polvere e delle ragnatele – ma intanto, dal buio più raggrumato del fondo, strane processioni di creature avanzavano come dalla memoria di sabba stregoneschi, urinando getti stinti nelle botti ancora buone, gioendo e festando. Inutile perdere tempo onirico con quella roba continuando a scendere; il rischio diviene quello di procedere per labirinti di scale e polverose cantine sotterranee popolate solo da sporadici spettri solitari, senza più via d’uscita se non il risveglio – dopo tempi psichici che paiono eternità. Meglio salire ai piani superiori: qui attende un regno di penombra fossilizzatosi nei vasti saloni adibiti alla defunta buona società che frequentava il casino. Si è quindi avvolti dal silenzio ammuffito degli stucchi anneriti dall’incuria alle pareti, mentre qualche raro e grigiastro raggio di sole filtra dalle imposte bucate e decadenti. Intorno giace il mobilio in rovina, secolare reduce di serate di gala dimenticate: pieds-de-table in noce tarlati e anneriti, banquette curvati da anni di umidità, seggiole e poltrone finemente imbottite di lana completamente devastate dalla polvere, sventrate e marcite nell’attesa che qualcosa potesse dare loro una vita fuori da quella dei sogni. E scrittoi, cassettiere, cabinets ridotti ormai in pezzi, rottami di legno e tessuto nel mezzo di sale abbandonate nella decadenza di uno sfarzo che non è mai esistito. Si giunge al punto in cui non è più possibile rimanere in quel covo di fantasmi, ogni energia vitale venendo via via risucchiata, e bisogna proseguire sfuggendogli. Tornati a più vasti orizzonti e puntando nuovamente a nord, rimane un’ultima tappa: la terra che io chiamo dei coloni, di coloro che già hanno raggiunto il confine di quel mondo descritto all’inizio, ma che non vi si sono ancora avventurati. Vivono, anche in famiglie, all’interno di case rurali di pietra e legno, sparse e rarefatte, dai camini odorosi di fumo, lungo una luminosa e scabra brughiera di soli mughi, eriche e ginepri, verdi spenti prima dell’accesso al Nord. Un senso grande e perduto di antica libertà vige ancora tra quelle genti. Di essi non so dire con sicurezza se appartengano del tutto a quel piano o siano in qualche modo un frutto partorito dal mio cervello parzialmente dormiente.  La prima volta che li incontrai, mi seppero dare frammentarie indicazioni su come proseguire verso quella terra crepuscolare. Il loro aspetto è del tutto umano. Tentarono di ospitarmi alla stregua di una buona famiglia tradizionale, ma annusando la pericolosa comodità psichica di questa offerta, che mi avrebbe con ogni probabilità portato contro la mia volontà da qualche altra parte, nel senso astrale del termine, mi precipitai oltre, raggiungendo infine il Settentrione. Che esistano ulteriori stratificazioni astrali e orizzonti dopo di questo è quasi scontato. Questo mio scritto è solo un personale tentativo di delinearne i caratteri e le simbologie principali, aperto a chiunque abbia la possibilità, ora o in futuro, di effettuare esplorazioni di questo genere; eventuali raffronti simbolici, da cui emergano affinità e divergenze tra esperienze, saranno sempre utili sia a scopo ricreativo che esoterico. 

 

*nota al titolo: la questione, tagliente come un rasoio, di quanto sia lecito divulgare contenuti psichici che abbiano qualche relazione con il risultato di esperimenti di stampo “magico” od “esoterico”, soprattutto quando gli stessi siano svolti in perfetta lucidità e senza l’ausilio di qualsiasi mezzo “alchemico”, è assolutamente anno(i)osa tra i circoli che si occupano di queste faccende. È infatti, a mio avviso, il frutto di una concezione cosmologica che non prevedeva, almeno nel senso tecnologico odierno, l’idea di “simulazione” o “matrice” del reale. Allora forse la pillola rossa, ardente e difficile come i tramonti del Nord, è in questo caso l’elaborazione “giocosa” (più o meno) di questi contenuti.

martedì 12 ottobre 2021

Appunti alpini - Alpe Predoria e versante O Monte Pisello


 

P (Partenza) dalla strada per il Passo San Marco a quota 1500 mt. circa, base per il rifugio Alpe Piazza. Giunti lì abbiamo proseguito fino all'Alpe Pedroria, e poi esplorato il versante O del Pisello, per poi scendere alle stalle e alpeggi sottostanti, nell'alta Val Roncaiola, risalendo infine alla Predoria.


Genii tutelari (o spiriti silvani) alla Corte Grassa.




  

 




Alpe Baitridana (dall'omonimo dosso boscoso soprastante): da notare oltre al buono stato dell'impianto paesaggistico, gli splendidi, vari, piccoli casèl per la conservazione del latte.


    Vecchio caalècc per la lavorazione del Bitto appena sopra l'alpe Piazza; bellissimi i pianori sommitali del Baitridana, sulla cui costa è possibile trovare un interessante masso con incisione cruciforme, probabilmente confinario. La zona in generale è conosciuta per i suoi ritrovamenti di massi coppellati (vedere link risorsa in fondo).


Stallino sottostante l'alpe Pedroria. La posizione di tutti gli alpeggi della valle è estremamente panoramica.


Bàrech nell'alta Val Roncaiola, raggiunta con un traverso su sentiero segnato Cai molto disagevole. Presenza di camosci, galli forcelli, vipere. da questa si ritorna verso l'alpe Pedroria passando da altri piccoli alpeggi (Alpe Eterna). Nonostante il luogo molto isolato, l'alpe è ancora utilizzata da equini.

La zona della baita Eterna presenta diversi recinti litici ma sembrerebbe priva di incisioni. Sullo sfondo a sinistra la IGM riporta una "Cima della Paglia", molto probabilmente il toponimo deriva dalla pratica di taglio di erba magra sulle sue pendici.




La grande abbondanza di acqua si nota anche dall'onnipresenza di sorgenti e abbeveratoi in tutta la zona. In loco un masso coppellato; si è appena sotto la Pedroria, che invece presenta, appena a monte della stessa, diverse incisioni recenti (caratteri alfabetici, in un caso riquadrati).



Caalècc ancora molto in forma, pare appena risistemati, nella conca sottostante la Pedroria, in alta val Roncaiola.



Colchico autunnale ai piedi della Corte Grassa; il prato da sfalcio concimato è il suo habitat ottimale.


Per ulteriori informazioni riguardanti la presenza di petroglifi schematici in zona, rinvenuti e studiati tra la fine degli anni '90 e i primi '00, rinvio al seguente articolo:
https://www.academia.edu/11180141/Petroglifi_schematici_nella_valle_del_Bitto_di_Albaredo

lunedì 24 maggio 2021

Racconti e apparizioni di Costa Imagna (BG)

 


Costa Imagna è uno dei paesi dal carattere più spiccatamente “montano” della valle omonima, sia in forza della sua localizzazione, adagiato com’è a circa mille metri di quota sulle verdeggianti pendici del Monte Tesoro, sia in virtù della sua lunga storia costruitasi sul millenario rapporto tra uomo e ambiente naturale, rapporto che col passare del tempo ha potuto generare un patrimonio di cultura materiale ad oggi ancora visibile quando non rovinato dall’incuria o dall’estetica contemporanea – la Valle Imagna custodisce ancora molti esempi a proposito, a partire dai tesori della sua architettura tradizionale. Accanto al patrimonio visibile, esiste un archivio nascosto di conoscenze immateriali che in quanto tali sono da recuperare e custodire con maggiore urgenza in vista della loro progressiva dimenticanza e conseguente inevitabile rimozione dalla cultura della collettività. I racconti e le leggende popolari degli ambiti alpini – e quindi orobici – pur presentando spesso tratti fondamentali comuni tra le diverse località, assumono di volta in volta una valenza e un significato particolari in quanto legati di frequente a specifici luoghi delle stesse, con i loro aspetti morfologici, toponomastici, storici e via dicendo. In questa prospettiva abbiamo deciso di proseguire con il lavoro di ricerca e raccolta delle leggende intorno all’Albenza iniziato con Torre de’ Busi spostando la nostra attenzione sul versante valdimagnino. Perché Costa? Oltre alla vicinanza geografica con Torre de’ Busi, la quale permette eventuali raffronti sui rapporti esistenti oggi e in passato tra le valli Imagna e San Martino, di grande interesse è la pluralità di contesti territoriali tipici di questo comune, impreziosito dai suoi pascoli e dai suoi boschi, dalle sue sorgenti e dalle grotte, dal costruito antropico tradizionale. 

RACCONTI E DICERIE

La “Fömnì”

Di notevole pregio naturalistico è la zona di Costa Imagna che fa capo alla grande “gola” rocciosa nella quale oggi purtroppo confluisce grande parte della rete fognaria del comune. A monte di questa si trova oggi il vecchio lavatoio, dalla notevole struttura architettonica, che doveva servire tutta il circondario. Quel che desta più interesse, in virtù di isomorfismi ed assonanze tra contesti simili in tutta la valle, è la piccola cavità rocciosa che si spalanca all’interno dello stesso lavatoio, sua fonte. Questa è uno stretto budello calcareo buio e umido che forse ha dato origine alla leggenda della Fömnì, misterioso spirito femminile che si diceva dimorasse in quel luogo. Lungo l’arco alpino vi sono diverse testimonianze di esseri affini a questo, intenti a lavare panni o a svolgere altre occupazioni tipicamente femminili – la stessa famosa Corna Büsa, cuore del sacro vallivo, ha una sua leggenda similare. Nei pressi del lavatoio si trova inoltre una cappelletta votiva dedicata alla Madonna. 


La cappella del “Ciàpa
Similarmente a quanto appena esposto, tra i faggi e le valli strozzate nella dolomia principale che precipitano in dirupi e crepacci ai piedi di Costa Imagna verso il fondo della valle, si trova la santella del Ciàpa, di incerta origine – probabilmente un ex-voto di un abitante soprannominato così – che raffigura al suo interno una Madonna della Corna Büsa. Poco oltre si trova la località detta Foppa dell’Acqua, con una sorgente e un piccolo riparo naturale. Il nostro appello ai conoscitori della zona è di farsi avanti nel testimoniare eventuali racconti legati a questo luogo o al lavatoio della Fömnì.


La Madonna di Raal
L’intensa devozione sentita nei confronti della figura femminile della Madonna trova riscontro anche in questa località. A Rale, un’effige della stessa era posta – e probabilmente lo è ancora, dobbiamo verificare – tra le alte fronde di un faggio secolare, ed era meta di processioni e probabilmente rogazioni al chiarore dei lumini; non risulta però dalle fonti il preciso momento annuale in cui avvenivano tali processioni.

La “pesca degli infanti” alla Serrada
Ancora un luogo d’acque e ancora presenze femminili: si diceva che le donne gravide, dopo una faticosa camminata a piedi scalzi, si portassero a un certo invaso d’acqua della Serrada (antico toponimo dell’odierno Resegone) che abbiamo associato alla grande pozza di abbeverata della Forcella Alta, unico luogo con caratteristiche tali in questo territorio arido. Vi si recavano, si diceva, per pregare e tornare così alle proprie dimore con il figlioletto appena “pescato”…

Strani rumori dal sottosuolo tra Redunda e Monte Tesoro
Portandoci in località Redunda, qui si raccontava che vi venissero seppelliti gli equini morti, segno probabile della presenza di qualche pozzo o abissetto carsico in loco. Questi, la notte, si “facevano sentire” scalpitando furiosamente dal sottosuolo. Il tema dei rumori sotterranei, boati e strane vibrazioni è ripreso in un altro racconto riguardante il Monte Tesoro: echi spettrali di collisioni e franare di sassi si avvertivano (e si dice si avvertano ancora) soprattutto durante i temporali lungo i versanti torredebusini del monte, mentre dalle parti di Costa Imagna era comune sentirli dopo il tramonto nei pressi delle tribuline poste lungo le antiche mulattiere alle sue pendici. Un immaginario “infero” che potrebbe trovare una spiegazione geologica nella già citata abbondanza di fenomeni carsici tipica della zona – ma lasciamo alla geologia una parola a proposito, se mai vi sarà.


Spettri e strìe
Immancabili infine i racconti riguardanti le ombre dei morti: a Novembre, lungo le mulattiere di Costa, si diceva fosse comune l’incontro con gli spettri dopo il tramonto, e per questo si raccomandava alle donne di coprirsi il capo nel caso dovessero uscire di casa. Rimane labile traccia invece della secolare paura di streghe e creature affini: sembra però che si sospettasse non poco dei gatti quali agenti del maligno o strìe camuffate e pronte a recar danno.

Con questo breve viaggio immaginario tra le contrade di Costa Imagna speriamo di risvegliare altre memorie per poter proseguire nella raccolta di testimonianze che non vadano così perdute.
Per eventuali contatti a proposito, oltre ai commenti qui e sui social : mac.m@live.it


martedì 20 ottobre 2020

venerdì 6 marzo 2020

Una visita a San Rocco

Una narcotica processione serale lenta risale la mulattiera appena prima dell'imbrunire di maggio: la valle è ricca di selve ed acque rinvigorenti di primavera, nell'aria fresca vibra il profumo degli alberi in fiore. Riacquista forza, l'olezzo silvestre, quando stupefatto incontra quello denso e polveroso dell'incenso retto dal cresimando. Le voci in preghiera si intrecciano come la trama di un tessuto sottile, insieme al canto sommesso del cuculo e del ruscello che scroscia sul fondo ormai buio della valle. Timida occhieggia la giovane rosa canina dai bordi del sentiero; giochi misteriosi di lucciole e il silenzio tutto intorno, portavoce della notte, avvolgono il secolare corteo dei fedeli.
Qual è la meta di questi antichi, domestici pellegrinaggi? Cimiteri minuti  di campagna, edicole votive o santelle solitarie nell'ombra dei boschi o appena fuori dai borghi. Un filo delicato di rosari e orazioni legava i vivi e i morti in quelle lontane sere della tarda primavera. E nel sussulto della bella stagione quasi si annida uno spasmo nascosto, l'ombra scura dietro lo specchio turchese degli alti cieli solstiziali. Il ricordo taciuto delle pestilenze passate, del tempo in cui il passo claudicante della morte udivasi sicuro tra le vie delle contrade, la notte come il giorno, grigio di piaga dilagante ed estremo pianto. Si sa di intere frazioni predate da ogni vita umana, fatti di un tempo inconcepibile, quando anche le campane rimasero mute nelle chiese esauste dalle processioni e dai funerali inarrestabili.



REAZIONE PSICHICA: UN SOGNO RECENTE
Cammino lungo il Sentierone bergamasco, in una sua versione dai connotati medievali, al crepuscolo di una sera d'inverno. Pochi i passanti intorno a me. Mi accorgo che verso il fondo della via, verso Piazza Pontida, nel centro della strada è riverso ordinatamente su decine di barelle di tela e legno un numero imprecisato ma grande di persone morenti, sfigurate spaventosamente dal nuovo morbo che domina la città, e il mondo tutto. Il fumo dei roghi dei cadaveri, vicini e lontani, si diffonde nell'aria mentre cala l'oscurità della notte, assieme ai gemiti dei malati e ai pianti di disperazione dei parenti, che da vicino li assistono. Alcuni di questi, caduti come in estasi psicotica, staccano pezzi di lebbra nerastra e marcescente dai corpi dei loro malati e li mangiano nell'inutile speranza di rendersi immuni al contagio. Mi tengo in disparte. Il senso di terrore collettivo, dell'inesplicabile e inevitabile tragedia di un qualcosa che è andato completamente fuori controllo, avvolge ogni parte dell'atmosfera. Mi allontano da lì in cerca di un luogo sicuro nei borghi della città, luogo che ho la consapevolezza che non troverò.

RITORNO AL PRESENTE
Rimangono oggi dei testimoni ripudiati e dimenticati, le solitarie edicole dei morti della piaga, vetuste custodi delle ossa degli avi, e ricordano al viandante di pregare per loro con le parole chiare dei loro epitaffi.
Le santelle sono i silenti custodi di una saggezza antica e abiurata, consegnate alla rovina dall'incuria del Benessere. Ma ancora in questi giorni sono i Santi e i numi potenti, fatti a pezzi dalla lebbra dell'intonaco corroso, che le proteggono, e che non dimenticano, San Rocco in primis, seguito dal cane, Sant'Antonio Abate e San Sebastiano, San Cristoforo e San Michele... la mano delicata del frescante ci scaraventa per un attimo nel mezzo di quei momenti bui della storia d'Europa.



UN RIVERBERO SECOLARE
Le santelle dedicate ai morti della piaga sono spesso, nell'immaginario alpino popolare, il luogo di partenza o destinazione di spettrali processioni di morti.

Vi furono anche sulle Alpi nel Medioevo Les processions blanches che hanno dovuto lasciare strani ricordi nella fantasia degli alpigiani. Quelle processioni si facevano specialmente quando una calamità colpiva una popolazione. Allora tutti gli abitanti di un villaggio o di una regione intera si coprivano con veli, panni e anche cenci, purché fossero bianchi, e si andavano aggirando in lunghe processioni, implorando il perdono delle loro colpe. [...] e come avviene nella Valle di Susa, anche in Isvizzera i fantasmi vanno con frequenza vicino alle cappelle ed alle chiese rovinate [...]. (1)


Ecco che la peste viene allora portata, a seconda dei luoghi, da una donna di alta statura e  dall'aspetto pauroso, probabile incarnazione oscura della vecchia Perchta, dagli uomini della peste, compagni dei nostri untori, e da altri strani fantasmi dai connotati morbosi, come i fuochi fatui:

Secondo altre leggende svizzere, una Dama bianca chiamata Mara portava la peste da cantone a cantone ed il terribile flagello fu visto dalla gente atterrita come un popolo azzurro che volava sulle fosse recenti, o come fiammelle anche azzurre vaganti sulla superficie dei laghi. (2)



Vada come vada, qualsiasi calamità di questo genere ben si presta a divenire una sorta di "chiave" per la creazione o l'apertura di spazi sotterranei dell'immaginario, in grado di spalancare le porte a forze caotiche, nel segno epocale dell'opera al Nero alchemico, storicamente rigenerante  per via della Distruzione.

1,2: M.S. Lopez, Leggende delle Alpi, Ed. Il Punto 2014.





lunedì 4 novembre 2019

Valenze folcloriche della speleologia orobica 4 - Carsismo e stregonerie

Fino a pochi decenni orsono la figura della strega nelle sue diverse sfaccettature e interpretazioni era ancora ben radicata nell'immaginario e nel vissuto quotidiano delle popolazioni alpine e non solo. Elementi anche reali, più o meno identificabili come stregoni o streghe erano tacitamente riconosciuti dalle comunità, e si ritrovano, anche nei testi, esempi di fatti a essi correlati (1). Inevitabilmente si tendeva quindi ad associare per via simpatica questi esseri, posti spesso al margine della società locale, ai luoghi circostanti più nascosti o minacciosi, dando vita anche a racconti e leggende piuttosto articolati (2).
Nell'ambito orobico, le informazioni toponomastiche legate alle cavità sotterranee consultate fino ad ora hanno restituito una quantità piuttosto esigua di indicazioni a proposito; allargando quindi per l'occasione l'indagine all'intero settore lombardo, si è delineata una generalissima "geografia carsica della stregoneria" che, numericamente suddivisa per provincia, ha portato a questi dati:

BS 7 - CO 5 - BG 3 - VA 2 - SO 1  (3)

dove le cifre indicano il numero di cavità direttamente legate, per la denominazione locale dialettale, o per le vicende narrate, a materia di streghe e affini.
Il ruolo che storicamente l'inquisizione ha avuto nel plasmare l'immaginario delle popolazioni prealpine di una data area rispetto ad un'altra è argomento non trattabile in questa sede; ci si concentrerà quindi sulle sole cavità legate al territorio orobico. Rimane da sottolineare, in ogni caso, il carattere ormai sfuggente di gran parte delle denominazioni sopravvissute, anche a causa di una certa tendenza, diffusa tra gli speleologi, all'accantonare i dati di carattere etnografico o folcloristico relativi alle cavità da loro esplorate.
Da un punto di vista più simbolico, la grotta rimanda naturalmente all'universo femminile, segnato dall'oscurità vitale del grembo materno e del cielo notturno. Così la stessa inaccessibilità e paurosità di questi luoghi così vicini al mondo ctonio, negati alla vista, li ha favoriti da subito quali siti d'elezione per Sabbat e riunioni (d'estasi?) similari per streghe, stregoni, diavoli e animali dai connotati "demoniaci". A proposito di quest'ultima categoria di esseri, viene spontaneo notare come molti Strigiformi risiedano abitualmente, durante il giorno, in luoghi quali caverne o similari.
In Italia gli esempi riscontrabili in letteratura di grotte o buchi frequentati da inquietanti entità femminili si sprecano; da notare anche come, rimanendo in ambito alpino, laddove la natura geologica del terreno non permetta sviluppi carsici, i siti stregoneschi divengano luoghi di confine, liminali, come le viscide e buie forre dei torrenti, le vicinanze dei crocicchi e dei ponti, i grandi massi erratici che paiono posti in luoghi dove, senza un intervento prodigioso, non avrebbero senso di essere (4).

Il sàs da la sc’trìa di Samolaco. Oltre al repellente pannello indicativo, si nota la caratteristica striatura che ha generato la leggenda associata (v.nota 4).

Tornando alle rocce carbonatiche orobiche, troviamo qualche racconto di sicuro interesse per l'appassionato. In bassa Val Seriana, ad Albino, troviamo il Büs de la Stréa (LoBg 1023):
Durante il medioevo, secondo la leggenda, un gruppo di Stree si stanziò in media Val Seriana. Nessuno sapeva il come ed il perché fossero arrivate, forse per sfuggire ad altre persecuzioni. Esse si nascondevano nei boschi e scelsero come dimora le varie cavità e grotte dei dintorni. Ben presto si registrarono gli effetti della loro presenza: morti inspiegabili, malattie, carestie, sterilità, bestie ammalate, catastrofi atmosferiche e via discorrendo… I valligiani, dopo una pubblica riunione decisero di dare loro la caccia per metterle a pubblica giustizia. Iniziò quindi la caccia alle streghe nella boscaglie circostanti la zona di Albino. Dopo giorni di rastrellamenti molte di loro vennero catturate. L’ultima di queste Stree aveva dimora in una grotta sopra Albino, gli uomini accerchiarono la zona, la fattucchiera vedendosi così spacciata, prima di essere catturata si mise a graffiare le pareti della grotta in modo forsennato lasciando su di esse i profondi solchi delle sue unghie (5).
Anche in questo caso, come per i già numerosi "cören del Diavolo"(6) e similari, la fantasia popolare coltiva narrazioni sul suolo fertile della "meraviglia naturale", dando prova di una capacità di costruzione per immagini che divengono quasi oniriche.
Sempre in Val Seriana, a Casnigo, si trova la Fontana de Pì (LoBg 1032), grotta che "[...] si trovava a metà salita fra la frazione Serio e Casnigo, a tre o quattro metri sopra il livello stradale, vicino ad una sorgente d’acqua. Vi abitava la Egia da Pì (la vecchia della ripa), incaricata di fabbricare i bambini per le spose del paese"(7). Da notare la presenza di una fonte e di una figura ad essa legata, tema comunissimo anche se non così diffuso lungo l'arco orobico.
Non troppo lontano, esiste ad Entratico un'altra Büsa de la Stréa (LoBg 1234), ma ad oggi (e a mai più?) non vi sono ulteriori informazioni a riguardo.
In ambito extra orobico, ma relativo al fiume Brembo in quanto si è in alta pianura bergamasca, a Marne circolava la diceria che nelle cavità a ridosso del fiume abitassero delle streghe di bellissimo aspetto che la notte andavano a dissetarsi ai fontanì della zona, e che poi attiravano i ragazzi e li facevano così annegare. Tornando in montagna, nel territorio delle Grigne, e sempre in relazione a una sorgente, il Funtanìn de la Tur a Esino Lario, si diceva che una strega, residente nella torre in questione, avesse deciso un giorno di mettere un gatto nero - vivo, si intende - a bollire sul focolare. Questo poi si libera, schizzando fuori dal pentolone ed emettendo versi paurosi; nello stesso tempo un'immane massa d'acqua scaturisce dal Funtanìn e si abbatte sul paese (8).
A Costa Imagna, il lavatoio principale vede la presenza di uno strano spirito femminile, il foemnì, e proprio all'interno della struttura stessa si può notare ancora oggi l'ingresso di una piccola cavità, non sappiamo se naturale o artificiale, correlata allo scorrere dell'acqua, e che probabilmente ha contribuito al diffondersi di tale racconto (9).
Essenziale quindi, in molti di questi racconti, il triplice accostamento di lontanissima matrice storica costituito da donna, giovane o vecchia che sia, acqua e grotta, caverna o cavità. Non mancano ovviamente, almeno dal punto di vista toponomastico, altri esempi di queste presenze sulle montagne bergamasche (10), ma le storie a queste collegate sono ormai, probabilmente, perdute.

Zona del Roccolo di Strìe presso Azzone da una cartolina del 1986, con annessa chiesetta "d'ordinanza".


NOTE
1 Da non dimenticare tra costoro quelli che "segnavano" nell'accezione negativa del termine. 
2 "Sempre legato al discorso delle streghe e degli stregoni, voglio raccontare un fatto [...] accaduto al mio bisnonno Luigi Peroni. Questi era sacrista nella parrocchia di Valgoglio; un giorno, durante un forte temporale, egli andò a sunà l'tép. Ad un certo punto [...] lo raggiunse  il parrocco, il quale gli disse: "Arda Lüige chèla ègia so lé sota come la bala!". Il mio bisnonno rispose: "La ède mia!". Allora il parrocco gli disse: "Met sö 'l to pé sura 'l me!". Così facendo, il mio bisnonno vide allora una vecchietta sul sagrato della chiesa che ballava e sgomitava sotto la pioggia, senza però bagnarsi.  A.Chioda, Valgoglio e la sua gente, Ed.Com&Print, Brescia 2009, p.104
3 Notare come la grande parte dei toponimi si situino in area bresciana (Val Camonica e vicinanze) e il comense, territori nei quali l'inquisizione agì in misura maggiore.
4 Per la Val Brembana,tra le altre: https://www.leggende.vallebrembana.org/strega.html
In Val Chiavenna si trova
il  “sàs da la sc’trìa, il sasso della strega, chiamato così perché un’antica leggenda vuole che sia stato luogo di sosta prediletto o addirittura dimora di una pestifera strega. Anche il segno misterioso viene spiegato da questa leggenda. La strega che abitava dietro il masso, un bel giorno, volle combinare un terribile scherzo agli abitanti di Schenone e Nogaredo, e decise di farlo rotolare giù nella Bolgadrégna, per fermare l’acqua e non farla più arrivare al piano. Si diede, allora, a spingere e spingere, ma il masso non si  muoveva. Lungi dall’arrendersi, prese una bella catena, lo legò e cominciò a tirare, con tutta la forza che aveva in corpo. Ma neppure così il masso si spostò, neanche di un solo millimetro. Alla fine si dovette dare per vinta, e gli abitanti di Schenone e Nogaredo poterono continuare a godersi tranquillamente l’acqua del torrente". (http://www.paesidivaltellina.it/camminasamolaco/index.htm).    
5 Tratto da http://www.terraorobica.net/Articoli/Leggende/Ol%20Bus%20de%20la%20Strea.htm
6 Numerosi massi sparsi per le vallate prealpine, che presentano morfologie carsiche superficiali tali da farli apparire come "segnati" da zoccoli o impronte animali affini.
7 Tratto da Basezzi N., Il leggendario nelle grotte bergamasche, https://www.nottole.it/pubblicazioni/Nottolario_numero12_2005.pdf
8 Per la vicenda di Marne e quella di Esino Lario, Gleria E., Contributo per una ricerca sul folklore delle grotte lombarde, http://spazioinwind.libero.it/folkgrotte/lombardia.htm
9 Ringrazio M.Trabucchi per questa piccola "indiscrezione leggendaria".
10 Es. il Roccolo della Strìa in Val di Scalve, il Fontanì della Strìa in Val Brembilla, e altri.

giovedì 15 agosto 2019

Non rompete i coglioni con il Tempo

Non si ha che da perder tempo, o meglio, per non scadere nel Baudelarianesimo più becero: il più alto raggiungimento umano, l'estasi terrena, altro non pare essere che l'annientamento temporale - la morte in vita più o meno definitiva, l'abbandono della corporeità quotidiana, miserabile e greve, per qualcosa che la trascendi. Noto argomento d'iniziazione. Le ore e i giorni divorati dalla persistenza della memoria, falsamente sempre più labile: nel frattempo ogni cosa sedimenta nelle argille del subconscio. Ogni esperienza si fa stantia, sciacquettando mollemente tra i flutti salmastri della ricorrenza*. Evasione o ebbrezza, ogni piacere si fa sovrumano se abita la purezza dell'atemporalità. Vorrei porre l'attenzione sull'atto creativo, che avvicina all'assoluto, alla perdita del tempo. Mi si rimprovera una mancanza di concretezza, di produttività... intrinsecamente occidentale, la necessità di produrre inquina anche la purezza dell'atemporalità. Si può essere beati - e artisti - senza l'intima necessità di dover partorire?
ecco una lista di pratiche che possono favorire un'ascesa più o meno intensa del Serpente che divora il Tempo.

Meditazione
Uso di sostanze inebrianti
Musica
Danza
Sessualità
Insonnia volontaria
Ispirazione artistica
Pratica onirica
Magia
Psicosi
Preghiera
Distruzione della routine quotidiana
Digiuno


La necessità creativa materiale, molto osannata da noialtri, è l'unica tra le pratiche che possa dare esempi visibili di ciò che accade nel momento dell'estasi - nel momento in cui non è contaminata dal mestiere. Altrimenti diviene affare sociale, trascinando con sé la validità della pratica. Le due componenti, estasi e creatività materiale, possono coesistere solo nel "genio**", spesso a spese della salute del soggetto stesso. In ogni caso, il benessere assoluto, che non ha a che fare con lo stato normale di corporeità, contrasta con la necessità (ri)produttiva. Questa prospettiva apre abissi che vanno molto oltre il senso comune dell'esistenza, senso basato del resto su una grande limitatezza percettiva della stessa, tipica di gran parte degli esseri umani attuali***.

*a meno di spezzare violentemente il proprio moto indotto tramite atti di Volontà.
**definizione poco consona ma dettata dalle necessità del medium comunicativo qui utilizzato.
***ho esperienza solo di questi, qui e ora.