Non
soffermiamoci sull’utilità o meno della descrizione che seguirà, né sul suo
intimo senso di realtà sfuggente, ma pur sempre sperimentabile, tipico dei più
diversi mondi astrali – personalmente, mi accorgo di trovarmi in essi quando
permane durante l’intera esperienza un carattere di decisa stabilità vibratoria
– nessun mutamento improvviso di piani o simboli; nessuna fastidiosa
interferenza da parte di automatismi psichici o forme-pensiero soggettive, così
come accade nei sogni. Inoltre, non soffermiamoci sulla convenienza riguardo
il rendere “pubblico” – espressione risibile nel momento storico attuale - questo genere di contenuti definibili
“esoterici”: andiamo infatti incontro ad un’epoca nella quale anche questo
campo di indagine verrà scandagliato e sintetizzato; andiamo incontro, a mio
avviso, all’emersione nel reale della vera magia nera… ma è tempo di andare
a Nord. Sono luoghi, quelli a Settentrione,
che ho visitato più volte: vi si aprono valli crepuscolari ammantate di prati
umidi e torbiere nere. Grandi montagne, che paiono alti dossi di erba e roccia
scura spogli ma bonari, circondano laghi poco profondi le cui acque a volte
rilucono nel pulviscolo dorato di interminabili tramonti. Su ogni cosa domina
un senso di incomprensibile, mostruosa solitudine. È difficile scorgere segni
di presenze intelligenti, in quel mondo di sconfinati spazi silenti; tuttavia,
mi è capitato di scoprire simbologie di natura artificiale nascoste qua e là,
tutte comunque in relazione all’elemento acqueo, immaginifico di Yesod,
la sephirah sessualizzata dei mondi sottili appena percepibili oltre
quello grossolano della materia atomica. In particolare, esistono una piccola
fontana, poco distante dai grandi stagni, e ancora delle strane ed imponenti
vasche litiche, nascoste tra le rade boscaglie di essenze resinose dei versanti
dei monti circostanti. Non mi sono mai addentrato oltre in quei boschi, per non
rischiare di “perdere il piano”: trovo le foreste e gli spazi alberati
personalmente di ardua esplorazione, anche se certo pieni di sorprese e
misteri, a causa forse della loro immemore valenza iniziatica. È assai
probabile, comunque, che gli stessi acquitrini neri e immobili di quel mondo
siano altri potenziali cancelli astrali verso ulteriori piani.
In
quelle vallate sterminate mai ho sentito un suono che non fosse il pigro
sgocciolare di rivi e sorgenti scure che vanno a morire nelle torbiere. In
un’occasione però, dopo aver ammirato per interminabili momenti le volute di
pulviscoli dorati mulinare senza suono sulle alte erbe e i canneti bruni, il
ritmo pauroso e frenetico di una corsa forsennata è emerso improvviso dalle
boscaglie dei primi monti sopra di me, mentre mi dirigevo verso di essi; e un
capro maestoso, seguito dal suo gregge, mi è quasi franato addosso. Non credo
che fosse semplicemente un simbolo atavico relativo a quel piano; il suo manto,
cangiante di marrone profondo e rossiccio, e il suo stesso portamento eccessivamente
austero e regale, suggerivano piuttosto la presenza di un qualche demone o
intelligenza fuori dalla sfera dell’umano. Per qualche ragione che non posso
ricordare non sono riuscito a comunicare con lui.

Per
raggiungere questi oltre-luoghi posti a settentrione delle mie visioni notturne
sono dovuto passare, tra l’altro, sempre dagli stessi avamposti onirici.
Essendo questo un fatto soggettivamente piuttosto raro, ovvero la continuità
psico-geografica senza modificazioni emotive o mentali di sorta, descriverò di
seguito anche questi momenti del viaggio. Ben consapevole del fatto che si
tratti di una materia delicata e appunto soggettiva, non mi
soffermerò su molti particolari che potrebbero essere facilmente fraintesi
nell’ottica corrente di una narrazione causa-effetto. Ci tengo a sottolineare
che non vado inventando nulla: descrivo meccanismi della mente alla portata di
chiunque abbia la volontà e l’intelligenza tali da riuscire ad esperirli. Precipitato
quindi in un sogno comune, e quindi di incoscienza, e riuscito ad emergere
dallo stesso dopo aver assunto la forma appropriata, devo lasciarmi alle spalle
– o meglio, ai piedi, in volo – l’inferno automatico delle città di pensiero,
labirintiche e ultra-popolate da automi cerebrali e involucri di contenuti
mentali disfatti, nella paurosa microgravità di quei cieli; qui si apre un
paesaggio che ormai mi è del tutto familiare. In quel momento in cui ogni
possibilità finalmente si spalanca in ogni direzione, e solo l’equilibrio tra
coscienza ed energia fa da arbitro a ciò che succederà, bisogna puntare senza
timori e ripensamenti a Nord, verso dei monti lontani, quasi invisibili sotto
coltri di foschie iridate. Sono le Alpi di fantasia della mia giovinezza,
passate sotto il filtro della consapevolezza esperienziale acquisita dopo
innumerevoli esplorazioni delle stesse nella realtà fisica. Passata una terra
di foreste e una stretta gola rocciosa, la desolazione intorno aumenta in
proporzione alla diminuzione della vivacità cromatica della “luce di fondo”
onirica. Finalmente si apre una sorta di fiordo o valle marittima, il cui mare
dai flutti gelidi e grigi lambisce cupe spiagge di sabbie basaltiche. Solo lo
sciabordare di quelle antiche acque rompe il silenzio altrimenti mortale di
quel luogo. Questo mare freddo è diverso da quello illimitato, lunare e
brulicante di entità del Meridione astrale: laddove quello è vivo,
fluido e cangiante di immagini e riflessi argentati sotto l’immane astro
notturno, lucente come un vetro giallo e bitorzoluto, questo oceano glaciale è
fermo, una profonda distesa di fanghiglia e ricordi morti, di fondali melmosi
abitati forse solo da relitti densi di mistero e da leviatani primordiali. E su
quelle rive di vulcani estinti, punteggiate dal biancore delle masse di neve in
dissoluzione sotto i cieli nuvolosi del nord, sorge bizzarramente un casino di
caccia abbandonato. Da quanti secoli di notti senza fine appare lì, da quanti
sogni che, come meccanismi senza scampo, si ripetono senza fine nello spazio di
una sola notte, non ne avrei idea. Ma la sua facciata bassa, chiara e consunta,
riflettente quasi i radi raggi solari boreali e di un curioso gusto simil-rococò,
abbraccia da sempre gli spogli pianori circostanti, fino alle spiagge poco
lontane. Un altro edificio sorge a breve
distanza, questo di fattura meno ricercata, probabilmente la residenza della
servitù. Tutto intorno non c’è più traccia di vita o frequentazione alcuna di
quei luoghi. Sulla facciata principale del casino, appena decorata dal
movimento di stucchi spiraliformi, le finestre si aprono in fila, cieche e buie;
entrare all’interno non è semplice, se non attraversando sottilmente
l’illusoria materia delle stesse grazie alle particolari leggi della fisica dei
sogni. La prima volta riuscii ad accedere solo ai seminterrati e alle cantine
sotterranee, un grembo buio dove stanno le cucine e i ripostigli che
custodiscono le scorte alimentari. Nella densa e muta penombra non vidi che
grandi botti da vino vuote o sfracellate al suolo coperte dai festoni eccessivi
della polvere e delle ragnatele – ma intanto, dal buio più raggrumato del
fondo, strane processioni di creature avanzavano come dalla memoria di sabba
stregoneschi, urinando getti stinti nelle botti ancora buone, gioendo e
festando. Inutile perdere tempo onirico con quella roba continuando a scendere;
il rischio diviene quello di procedere per labirinti di scale e polverose
cantine sotterranee popolate solo da sporadici spettri solitari, senza più via
d’uscita se non il risveglio – dopo tempi psichici che paiono eternità. Meglio
salire ai piani superiori: qui attende un regno di penombra fossilizzatosi nei
vasti saloni adibiti alla defunta buona società che frequentava il casino. Si è
quindi avvolti dal silenzio ammuffito degli stucchi anneriti dall’incuria alle
pareti, mentre qualche raro e grigiastro raggio di sole filtra dalle imposte
bucate e decadenti. Intorno giace il mobilio in rovina, secolare reduce di
serate di gala dimenticate: pieds-de-table in noce tarlati e anneriti, banquette
curvati da anni di umidità, seggiole e poltrone finemente imbottite di lana
completamente devastate dalla polvere, sventrate e marcite nell’attesa che
qualcosa potesse dare loro una vita fuori da quella dei sogni. E scrittoi,
cassettiere, cabinets ridotti ormai in pezzi, rottami di legno e tessuto
nel mezzo di sale abbandonate nella decadenza di uno sfarzo che non è mai
esistito. Si giunge al punto in cui non è più possibile rimanere in quel covo
di fantasmi, ogni energia vitale venendo via via risucchiata, e bisogna
proseguire sfuggendogli. Tornati a più vasti orizzonti e puntando nuovamente a
nord, rimane un’ultima tappa: la terra che io chiamo dei coloni, di
coloro che già hanno raggiunto il confine di quel mondo descritto all’inizio,
ma che non vi si sono ancora avventurati. Vivono, anche in famiglie, all’interno
di case rurali di pietra e legno, sparse e rarefatte, dai camini odorosi di
fumo, lungo una luminosa e scabra brughiera di soli mughi, eriche e ginepri, verdi
spenti prima dell’accesso al Nord. Un senso grande e perduto di antica
libertà vige ancora tra quelle genti. Di essi non so dire con sicurezza se
appartengano del tutto a quel piano o siano in qualche modo un frutto partorito
dal mio cervello parzialmente dormiente.
La prima volta che li incontrai, mi seppero dare frammentarie
indicazioni su come proseguire verso quella terra crepuscolare. Il loro aspetto
è del tutto umano. Tentarono di ospitarmi alla stregua di una buona famiglia
tradizionale, ma annusando la pericolosa comodità psichica di questa offerta,
che mi avrebbe con ogni probabilità portato contro la mia volontà da qualche
altra parte, nel senso astrale del termine, mi precipitai oltre, raggiungendo
infine il Settentrione. Che esistano ulteriori stratificazioni astrali e
orizzonti dopo di questo è quasi scontato. Questo mio scritto è solo un
personale tentativo di delinearne i caratteri e le simbologie principali,
aperto a chiunque abbia la possibilità, ora o in futuro, di effettuare
esplorazioni di questo genere; eventuali raffronti simbolici, da cui emergano
affinità e divergenze tra esperienze, saranno sempre utili sia a scopo
ricreativo che esoterico.