L'uomo contemporaneo annega sempre più nel caos della conformazione frammentaria e senza più alcun centro del suo Io. Questa è purtroppo una condizione ormai generale e incontrovertibile: la massa democratica, la cui matrice è l'indifferenziato, ha assorbito praticamente ogni struttura sociale utile a fare dell'uomo un essere che faccia della spiritualità il proprio centro fondante.
Questo sistema si autoalimenta in virtù della sua essenza basata sulla quantità, che schiaccia e livella ogni divergenza. Questo è il motore del mito moderno della personalità individualistica: una mascherata di fasulle diversità di manifestazioni identitarie, poggianti tutte sull'equilbrio precario dell'assenza di senso e di scopo.
All'interno di questo marasma demente, chi vive in seno all'estraneità rispetto alla massa e all'introversione può trarre qualche "vantaggio" dal punto di vista del processo di disgregazione identitaria, sempre che si sia in grado di affrontare tale processo senza rimanerne vittima. L'assimilazione di modelli culturali già orientati in tal senso - nell'arte e nella filosofia in primis - in età almeno adolescenziale può essere con tutta probabilità un fattore di grande utilità nella costruzione di questa consapevolezza, così come l'uso disgregante della sessualità, o di "sostanze tossiche" al di là del loro infantile aspetto ricreativo. E' sempre imprescindibile il senso inafferrabile ma costante dell'essere una forza vivente e consapevole, il sentimento (castrato dalla società) di vicinanza all'assoluto che conduce quasi inevitabilmente, in assenza di riferimenti solidi, a situazioni esistenziali di malessere e disagio. Con questo voglio dire che un discorso del genere non vale per coloro che, animati dalla falsa vivacità spirituale di uno sviluppo intellettuale tardivo, mass-mediatico, si vedano come eroi della dissidenza - leggasi "giovani intellettualoidi alternativi", o involucri animati senza spina dorsale; ciò che scrivo non può essere semplicemente compreso da una prospettiva teorica.
In quest'ottica, la distruzione di quel che rimane della propria traballante identità diviene individualmente vitale, per non soccombere alla forzosa mediocrità della propria manifestazione inevitabilmente incatenata al sociale odierno, e al malessere conseguente. Del resto, sinceramente, non c'è nulla da perdere che già non diventerà polvere in un futuro più o meno lontano.
CENNI SULLA DISINTEGRAZIONE:
-Comprensione reale dell'alterità tra la propria essenza silenziosa e il proprio Io linguistico, razionale. Questa è una delle conseguenze della distruzione della mente discorsiva. Può sembrare un'acquisizione scontata, oggettivamente parlando, ma non lo è per nulla soggettivamente, grazie all'esperienza diretta della cosa.
-Distruzione delle immagini mentali supeficiali, così da permettere l'affioramento delle impressioni profonde.
-Distruzione della dimensione temporale.
Queste sono alcune delle possibilità offerte dalla pratica. Il gioco è sottilmente pericoloso: non ci si deve infatti permettere una postuma espansione dell'ego data dalle "nuove" esperienze. Quel che rimane dell'Io dovrebbe essere il fattore di controllo, equilibrante, la Volontà sola dinanzi alla Realtà terrificante (avvicinabile alla Cosa lacaniana). Confrontando il comune stato di frammentazione dispersiva descritto all'inizio con questi risultati, si potrà assistere poi a un fenomeno di frammentazione controllata dell'identità: ogni parte identitaria (ad esempio la sessualità) diviene come il pezzo di un puzzle che può essere momentaneamente isolato e direzionato a volontà, non essendone più schiavi.
martedì 11 marzo 2014
mercoledì 5 febbraio 2014
Doxa I - Pigrizia
"e anche se non dovesse verificarsi la catastrofe temuta da alcuni in relazione all'uso delle armi atomiche, al compiersi di tale destino tutta questa civiltà di titani, di metropoli di acciaio, di cristallo e di cemento, di masse pullulanti, di algebre e macchine incatenanti le forze della materia, di dominatori di cieli e di oceani,, apparirà come un mondo che oscilla nella sua orbita e volge a disciogliersene per allontanarsi e perdersi definitivamente negli spazi, dove non vi è più nessuna luce, fuor da quella sinistra accesa dall'accelerazione della sua stessa caduta".
(J.Evola, Rivolta contro il mondo moderno)
Di quale progresso dovremmo essere fieri?
La realtà ci ha annegati sommergendoci anche dei suoi escrementi più innominabili - ma questo non ci ha fatto avvicinare di più ad essa.
Disancorati, svuotati dalle brutture incessanti, abbiamo trionfato sulla materia divenendone schiavi.
Questo è il magma freddo della massa meccanizzata che porterà al futuro più buio che l'umanità ricordi, perché anche chi ha la statura necessaria per rendersi conto dell'andazzo, nonostante ciò, non avendo più alcun punto di riferimento stabile, sarà preda dell'assenza di un senso interiore da porre dinanzi alla disgregazione del mondo.
Doxa
Si pensa a una data cosa in un certo modo sotto l'influenza di miliardi di opinioni circostanti.
E', questo, uno degli aspetti dell'esaurimento delle possibilità, del senso di stantio e di rovina che oggi si respira quotidianamente. Quest'ultima sensazione, quando recepita come tale, tutto sommato piace e fa comodo, perché dà la sicurezza dell'avere un nemico contro il quale accanirsi, dando così una parvenza di senso alla propria esistenza. Del resto però anche l'aura del "maledetto" ha perso la sua eleganza.
Dal punto di vista spirituale, l'unico che davvero importi, l'indolenza diviene un rifugio sicuro per il proprio ego sfasato; progressivamente ci si accomoda nello stagnare degli eventi, mentre si trascina la propria esistenza nel piattume e nell'insignificanza moderna.
Si loda l'eccesso quantitativo di opinioni come una conquista, quando questo ha in realtà lo stesso effetto paralizzante dell'ignoranza nei confronti di qualcosa, con la subdola aggiunta del pensiero autocompiaciuto del "già sperimentato" (da ALTRI). E con questo si è fermi, e il senso puro della ricerca di una verità cristallina viene meno.
lunedì 27 gennaio 2014
Solve
Quale parvenza di genuina "vita" è possibile darsi oggi, nel grigiore caotico della forzata mediocrità del quotidiano sopravviversi?
Cosa farsene dei nostalgici slanci identitari adolescenziali, che in virtù della loro freschezza ormai stantia, gettarono comunque le fondamenta di ciò che si "è" dopo?
Cosa farsene del frustrante scavare della razionalità in territori che non le sono propri?
Il tentato contatto con la dimensione del sacro presuppone qualcosa di non immediatamente intuibile a causa della natura che assume nel clima attuale. In questo momento storico, quando si parla di costruzione identitaria, si intende il suo attuarsi attraverso il solo fattore materialistico, egocentrico, umano.
Personalmente non ho mai avuto un "ancoraggio identitario" di questo genere. Non potendo basarmi su null'altro di sentito come più reale - ovvero più spirituale - creai qua e là delle temporanee e fasulle imitazioni di personalità. Attraverso queste, spesso e volentieri, genuini brandelli di un'interiorità soffocata di tanto in tanto trovavano uno sfogo. Ma più tardi, quando mi resi conto in piena coscienza di quanto tutto ciò fosse risibile & inutile, precipitai di conseguenza nel Caos e vi rimasi disgregato, a brandelli sul vuoto di ogni cosa, per molto tempo.
Questo fece le veci di un piccolo solve alchemico, e grazie ad esso, ebbi la possibilità di comprendere un poco di più i miei rinnovati contatti col Sacro rispetto al passato.
Per sua stessa natura, l'individualismo esasperato di oggi allontana dal sacro. La meditazione (reale) stessa, il cui scopo è la distruzione dell'identità, non è praticabile senza un lavoro preliminare sulla fragile inconsistenza dell'Io narcisistico. Naufrago sulla sua piccola isoletta di coscienza, l'"uomo" contemporaneo sorride educatamente di colui che osa avventurarsi nell'oceano circostante - la maggior parte delle volte avendo pure ragione nel farlo - mentre più o meno consapevolmente soffre della sua limitatezza, pensando forse che abbandonandosi alla "vita" troverà una scusa "eroica" al proprio esserci.
"Si penserà che chiunque per qualunque via possa raggiungere lo stato del rigenerato; gli atti di devozione che potranno ancora essere eseguiti non avranno alcun risultato".
"Il tipo di vita sarà uguale promiscuamente per tutti".
"Ogni specie d'uomo si immaginerà di esser pari ad un brahmnana".(dal Vishnu-purana)
Cosa farsene dei nostalgici slanci identitari adolescenziali, che in virtù della loro freschezza ormai stantia, gettarono comunque le fondamenta di ciò che si "è" dopo?
Cosa farsene del frustrante scavare della razionalità in territori che non le sono propri?
Il tentato contatto con la dimensione del sacro presuppone qualcosa di non immediatamente intuibile a causa della natura che assume nel clima attuale. In questo momento storico, quando si parla di costruzione identitaria, si intende il suo attuarsi attraverso il solo fattore materialistico, egocentrico, umano.
Personalmente non ho mai avuto un "ancoraggio identitario" di questo genere. Non potendo basarmi su null'altro di sentito come più reale - ovvero più spirituale - creai qua e là delle temporanee e fasulle imitazioni di personalità. Attraverso queste, spesso e volentieri, genuini brandelli di un'interiorità soffocata di tanto in tanto trovavano uno sfogo. Ma più tardi, quando mi resi conto in piena coscienza di quanto tutto ciò fosse risibile & inutile, precipitai di conseguenza nel Caos e vi rimasi disgregato, a brandelli sul vuoto di ogni cosa, per molto tempo.
Questo fece le veci di un piccolo solve alchemico, e grazie ad esso, ebbi la possibilità di comprendere un poco di più i miei rinnovati contatti col Sacro rispetto al passato.
Per sua stessa natura, l'individualismo esasperato di oggi allontana dal sacro. La meditazione (reale) stessa, il cui scopo è la distruzione dell'identità, non è praticabile senza un lavoro preliminare sulla fragile inconsistenza dell'Io narcisistico. Naufrago sulla sua piccola isoletta di coscienza, l'"uomo" contemporaneo sorride educatamente di colui che osa avventurarsi nell'oceano circostante - la maggior parte delle volte avendo pure ragione nel farlo - mentre più o meno consapevolmente soffre della sua limitatezza, pensando forse che abbandonandosi alla "vita" troverà una scusa "eroica" al proprio esserci.
"Si penserà che chiunque per qualunque via possa raggiungere lo stato del rigenerato; gli atti di devozione che potranno ancora essere eseguiti non avranno alcun risultato".
"Il tipo di vita sarà uguale promiscuamente per tutti".
"Ogni specie d'uomo si immaginerà di esser pari ad un brahmnana".(dal Vishnu-purana)
domenica 5 gennaio 2014
Sulla dispersione sessuale e psichica maschile
Possiamo individuare, nelle diverse modalità di dispendio maschile delle energie sessuali volte al lato "terrestre" e materiale, dei caratteri peculiari che pensiamo influiscano in varia misura sulla mente nei momenti successivi.
Con l'atto sessuale svoltosi in maniera equlibrata tra i due sessi opposti, è possibile assistere a un sottile bilanciamento tra le cariche psichiche dei rispettivi sessi, e l'energia maschile viene sì dispersa, ma come rimessa in circolo, naturalmente evitando rapporti numerosi.
Durante l'atto sessuale solitario, la sensazione finale è invece quella di una dispersione, di un freddo indebolimento , di energia sprecata o meglio gettata nel vuoto. Crediamo sia però possibile, in una prospettiva sinistra, materializzare forme-pensiero ossessive (larve) attraverso questa pratica - "materializzare" nel senso di portarle, in un modo o nell'altro, nel livello fisico (Malkuth).
Possibili effetti sulla meditazione
Rapporto sessuale: finché non si eccede, è possibile trarre un certo giovamento dall'equilibrio energetico risultante dalla reciproca soddisfazione e neutralizzazione tra la forza femminile, magnetica e attrattiva, e quella maschile, elettrica ed espansiva. Nella nostra esperienza, per quanto riguarda il lavoro sui chakra, è meglio però evitare quelli più direttamente coinvolti nel processo (Muladhara, Svadisthana). La capacità di concentrazione non viene di solito compromessa, non quanto accade invece di solito dopo la
Dispersione solitaria: successivamente a questa, la concentrazione risulta tanto inferiore tanta è la quantità di energia sprecata; si tratta, d'altro canto, di uno stato ideale per chi voglia fare affiorare immagini ipnagogiche e/o interessanti visioni pseudo-oniriche con le quali è possibile operare. Si tratta quindi di qualcosa di vicino ad uno stato di passività che può essere volto a proprio favore nel caso si operi con visualizzazioni e cose affini.
Ogni osservazione ed esperienza a proposito di tale argomento è benvenuta.
Con l'atto sessuale svoltosi in maniera equlibrata tra i due sessi opposti, è possibile assistere a un sottile bilanciamento tra le cariche psichiche dei rispettivi sessi, e l'energia maschile viene sì dispersa, ma come rimessa in circolo, naturalmente evitando rapporti numerosi.
Durante l'atto sessuale solitario, la sensazione finale è invece quella di una dispersione, di un freddo indebolimento , di energia sprecata o meglio gettata nel vuoto. Crediamo sia però possibile, in una prospettiva sinistra, materializzare forme-pensiero ossessive (larve) attraverso questa pratica - "materializzare" nel senso di portarle, in un modo o nell'altro, nel livello fisico (Malkuth).
Possibili effetti sulla meditazione
Rapporto sessuale: finché non si eccede, è possibile trarre un certo giovamento dall'equilibrio energetico risultante dalla reciproca soddisfazione e neutralizzazione tra la forza femminile, magnetica e attrattiva, e quella maschile, elettrica ed espansiva. Nella nostra esperienza, per quanto riguarda il lavoro sui chakra, è meglio però evitare quelli più direttamente coinvolti nel processo (Muladhara, Svadisthana). La capacità di concentrazione non viene di solito compromessa, non quanto accade invece di solito dopo la
Dispersione solitaria: successivamente a questa, la concentrazione risulta tanto inferiore tanta è la quantità di energia sprecata; si tratta, d'altro canto, di uno stato ideale per chi voglia fare affiorare immagini ipnagogiche e/o interessanti visioni pseudo-oniriche con le quali è possibile operare. Si tratta quindi di qualcosa di vicino ad uno stato di passività che può essere volto a proprio favore nel caso si operi con visualizzazioni e cose affini.
Ogni osservazione ed esperienza a proposito di tale argomento è benvenuta.
martedì 17 dicembre 2013
La Conoscenza del Tremendo
Il Vijnanabhairava, testo tantrico del sivaismo kasmiro risalente al VII-VIII sec. circa, ha il suo nucleo fondamentale nei centododici metodi yogici ivi indicati e che, attraverso procedure immediate e spesso decisamente "sinistre", puntano al raggiungimento del tipico fine supremo del praticante di questo ambito yoga, ossia l'unione con Bhairava-Siva, il principio universale finale.
Esisteva difatti, anche in questo tipo di religiosità, una contrapposizione tra due diverse modalità operative e conoscitive collocabili generalmente sul sentiero di mano destra e quello di mano sinistra. Da una parte i discepoli del metodo graduale ortodosso (rim-pa), dall'altra quelli favorevoli all'utilizzo di pratiche di esperienza improvvisa e, spesso, estatica (cig-car). Questa divergenza dottrinale si esplicita al meglio nell'episodio del convegno di bSam yas, verso la fine del secolo VIII. Il sovrano K'ri sron Ide btsan, esasperato dai continui contrasti tra le due fazioni religiose, ne convocò i più prestigiosi rappresentanti, e dopo lunghi dibattiti furono decretati vincitori i sostenitori del metodo graduale. I membri della parte avversa non presero bene la sconfitta: in linea con la loro filosofia, si suicidarono tutti, con metodi poco "graduali": si fecero a pezzi, si bruciarono, si mutilarono delle parti intime.
Il Vijnanabhairava, disponibile in Italia solo nella traduzione di Adelphi, è una lettura interessante appunto per questo suo carattere di immediatezza descrittiva: centododici possibilità che a nostro avviso possono risultare utili anche al serio praticante odierno - con tutte le riserve del caso.
Qui di seguito diamo qualche rapido esempio, consigliandone comunque l'intera lettura, dato l'ampio ventaglio di piccole pratiche in esso contenute.
(29).[Questa potenza giova meditarla] ascendente, simile a un lampo, via via attraverso le varie ruote, su su fino allo dvadasanta: così, alla fine, si invera il grande sorgere [di Bhairava].
viene descritto un metodo per favorire l'ascesa di kundalini attraverso i vari chakra (le ruote), fino a sfociare nella corona dello dvasasanta (assimilabile al sahasrara).
(54).Colui che mediti la potenza, prima grossa e poi sottile, nello dvadasanta, e poi, entrato dentro, la mediti nel cuore, ottiene nel sonno la libertà.
si profila la possibilità, tramite questa pratica, di andare a lavorare attivamente sulla sfera del sogno.
(69).In virtù di una intensa rammemorazione del piacere che dà una donna, coi suoi baci, scotimenti e carezze, pur in assenza di essa potenza [...] si può verificare un'inondazione di beatitudine.
è evidente l'utilizzo dell'energia sessuale - anche in assenza di partner, nella prospettiva dell' "eroe solitario" - nella ricerca dello stato di potenza meditativa.
(106).Resa la mente senza appoggio, lo yogin deve astenersi dal formare pensieri discorsivi ed ecco che [...] raggiunto lo stato di identità tra il proprio sé e il sé supremo, si invera Bhairava.viene qui enunciato uno dei principi fondamentali del meditare: il dover recidere con decisione il sorgere di ogni rappresentazione mentale - in questo caso linguistica - per rendere più probabile l'avvicinamento allo stato supremo.
Esisteva difatti, anche in questo tipo di religiosità, una contrapposizione tra due diverse modalità operative e conoscitive collocabili generalmente sul sentiero di mano destra e quello di mano sinistra. Da una parte i discepoli del metodo graduale ortodosso (rim-pa), dall'altra quelli favorevoli all'utilizzo di pratiche di esperienza improvvisa e, spesso, estatica (cig-car). Questa divergenza dottrinale si esplicita al meglio nell'episodio del convegno di bSam yas, verso la fine del secolo VIII. Il sovrano K'ri sron Ide btsan, esasperato dai continui contrasti tra le due fazioni religiose, ne convocò i più prestigiosi rappresentanti, e dopo lunghi dibattiti furono decretati vincitori i sostenitori del metodo graduale. I membri della parte avversa non presero bene la sconfitta: in linea con la loro filosofia, si suicidarono tutti, con metodi poco "graduali": si fecero a pezzi, si bruciarono, si mutilarono delle parti intime.
Il Vijnanabhairava, disponibile in Italia solo nella traduzione di Adelphi, è una lettura interessante appunto per questo suo carattere di immediatezza descrittiva: centododici possibilità che a nostro avviso possono risultare utili anche al serio praticante odierno - con tutte le riserve del caso.
Qui di seguito diamo qualche rapido esempio, consigliandone comunque l'intera lettura, dato l'ampio ventaglio di piccole pratiche in esso contenute.
(29).[Questa potenza giova meditarla] ascendente, simile a un lampo, via via attraverso le varie ruote, su su fino allo dvadasanta: così, alla fine, si invera il grande sorgere [di Bhairava].
viene descritto un metodo per favorire l'ascesa di kundalini attraverso i vari chakra (le ruote), fino a sfociare nella corona dello dvasasanta (assimilabile al sahasrara).
(54).Colui che mediti la potenza, prima grossa e poi sottile, nello dvadasanta, e poi, entrato dentro, la mediti nel cuore, ottiene nel sonno la libertà.
si profila la possibilità, tramite questa pratica, di andare a lavorare attivamente sulla sfera del sogno.
(69).In virtù di una intensa rammemorazione del piacere che dà una donna, coi suoi baci, scotimenti e carezze, pur in assenza di essa potenza [...] si può verificare un'inondazione di beatitudine.
è evidente l'utilizzo dell'energia sessuale - anche in assenza di partner, nella prospettiva dell' "eroe solitario" - nella ricerca dello stato di potenza meditativa.
(106).Resa la mente senza appoggio, lo yogin deve astenersi dal formare pensieri discorsivi ed ecco che [...] raggiunto lo stato di identità tra il proprio sé e il sé supremo, si invera Bhairava.viene qui enunciato uno dei principi fondamentali del meditare: il dover recidere con decisione il sorgere di ogni rappresentazione mentale - in questo caso linguistica - per rendere più probabile l'avvicinamento allo stato supremo.
sabato 30 novembre 2013
Piccolo omaggio alla Valle della Sonna (Torre dè Busi)
Reca ancora tracce del suo millenario passato insubrico - un sentore di ricordi e tradizioni che trasuda dai suoi luoghi pure oggi, evocato da pochi stralci sensoriali, come il profumo delle resine bruciate negli antichi camini delle case. Sfigurata irrimediabilmente dagli scempi irrecuperabili della lebbra edilizia, l'anima raccolta della valle persiste ancora nel fascino delle rocce e dei solchi complicati dei dirupi, attraversati di quando in quando da forre oscure e umide sul cui fondo scorre qualche sonnolento rivo pronto a ingigantirsi nei grigi giorni di pioggia insistente. Luoghi dal carattere spesso ruvido e aspro, sebbene non si sia ancora "in alto": qui la collina esprime il suo volto più tormentato, eredità diretta della pietra sgretolata del Resegone. Vallette e anfratti fangosi tra i castagneti malati, ruderi di vecchie case e fienili in rovina che occhieggiano con orbite vuote dal buio dei boschi abbandonati, o dalle verdi radure solitarie dei prati del Tesoro, più in alto, laddove un tempo i veri tesori delle famiglie, i pascoli e il bosco, erano ancora gentilmente e faticosamente curati.... Luoghi di leggende anche inquietanti, dove la notte è lunga e fredda perché i pendii delle colline, nei giorni d'inverno, diventano scrigni di ombre che subito si spalancano al crepuscolo.
La vecchia mulattiera che, snodandosi tra i più importanti borghi della valle, costeggia ancora oggi la gorgogliante Sonna, attraversa luoghi dimenticati dal tempo, come la meravigliosa san Michele in procinto di franare su se stessa, e porta infine al valico di Valcava, che conduce alla Val Imagna. Può essere un viaggio interessante, sulle orme secolari dei padri, ideale vagabondaggio con passo lento e meditato, invernale per definizione. Prima che il poco che rimane diventi polvere, vale la pena viverlo, anche se appare così ingannevolmente vicino.
(foto di S., località la Bratta)
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giovedì 21 novembre 2013
La Cacciamorta orobica, da Wotan all'uccellatore
E mi sovvien che un vecchio uccellatore
(e noi, fanciulli ancora, intorno intorno
ascoltavamo con pupille immote)
narrava del Diavolo la caccia
pei dossi della squallida Mughera.
Negra di pelo, orribile, con gli occhi
fiammeggianti,, vedevasi una cagna
fuggire velocissima ululando:
e dietro ad essa un'affannosa muta
di segugi fantastici, e dovunque
voci d'inferno e strider di catene.
(B.Belotti, in "Val Brembana", poemetto, 1930)
Ho già descritto precedentemente alcuni aspetti dell'esistenza di un patrimonio di credenze e tradizioni comuni in tutto l'arco alpino e più in generale nell'europa settentrionale, il quale assume di volta in volta diverse forme a seconda del luoghi e delle genti. Con l'avvicinarsi del Rauhnacht, che sulle nostre montagne, in certi suoi aspetti, venne trasmesso e anticipato al periodo che intercorre tra il Samhain celtico, il giorno dei Morti, e il dì di san Martino, non posso non parlare della leggendaria caccia selvaggia (wilde jagd). Nell'arco di dodici notti, collocate più o meno nel periodo del solstizio invernale, si incontra nella tradizione nordica (Germania e Britannia, poi il resto d'europa) questo tema. Nella fredda oscurità delle valli e dei boschi ormai nudi, Wotan a cavallo di Sleipnir correva in una folle caccia insieme alle legioni demoniache e a Perchta, una forma arcaica di Frigga. Un mito questo essenzialmente solare, legato anche al viaggio di Odino negli inferi, e quindi a morte e rinascita, che nella sue veste orobica assume posteriormente connotati inevitabilmente cristiani. Nel periodo della "festa di Mort" ritroviamo, nella bergamasca, la "caccia morta". Per gli anfratti delle nostre montagne, tra gli scoscesi dirupi boscosi e le gelide forre dei ruscelli, le anime dei cacciatori che in vita non andavano mai a messa erano condannate a seguire per l'eternità la selvaggina, insieme a terribili segugi infernali. La cacciamorta passava facendosi udire dalle gole più profonde delle vallate, con strepiti e urla inumane. Si diceva che solo coloro che durante il proprio battesimo erano stati tenuti in braccio da qualcuno che non aveva recitato le orazioni d'obbligo fossero in grado di udirla.
L'affascinante e millenaria leggenda della cacciamorta era molto radicata tra gli abitanti delle nostre montagne fino a un secolo fa, quando molti di loro narravano con grande timore dei loro spaventosi incontri con quella calca infernale.
http://www.leggende.vallebrembana.org/caccia.html
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