venerdì 12 gennaio 2018
Apparizioni e dicerie di Torre de' Busi e dintorni - una raccolta [in aggiornamento]
Il grembo della leggenda sono le impressioni del profondo inverno
I più remoti, eppur vicini, anfratti delle valli avvolti da trame denudate d'edera e spini, ricordi morti come fossili ghiacciati sulle tracce dei sentieri sepolti: segreti di cacciatori defunti, queste tracce nere di selvaggina sulla neve, nel rincorrere la preda, nel farsi preda, cacciati a loro volta dalla crudeltà silenziosa del freddo rigido e opaco, foriero di fame.
Nel gelo e nel silenzio della notte di Gennaio, poche erano le luci che occhieggiavano dalle finestre delle cascine sulle vallate buie tutt'intorno. Era il momento del ritrovo delle famiglie nelle stalle o dinanzi ai focolari, quando la solitudine alpestre rinnovava i sortilegi delle antiche storie. I vecchi narravano del bosco e le sue ombre, delle bocche spalancate delle caverne dove le volpi si rintanano, sul fondo più buio e scosceso delle valli, di bestie favellanti linguaggi profetici nella notte di san Silvestro. Storie disegnate sulle rocce calcaree delle nostre terre dal sangue versato dei clan, sostanza della visione evocante immagini brulicanti che dai primordi si riproducono nelle notti di neve.
Queste valli sono come libri, le cui pagine richiuse su scaffali polverosi sono rami, tronchi e rampicanti intricati e invadenti - leggere è percorrere questi monti rinselvatichiti lungo vecchie tracce.
Inverno feroce, luce tagliente, metti a nudo con artigli di ghiaccio ogni versante, scoprendonde i segreti: stalle, cascine, sentieri e corni di roccia. Esangue cantastorie, rompi la monotonia delle tue lunghe notti raccontando storie oscure, cantando vecchi canti, trascinando nello stupore e nel timore gli infanti e non solo, evocando l'ombra che scurisce i confini di luoghi familiari.
Qui di seguito, un tentativo di raccolta sintetica di leggende e dicerie del territorio di Torre de' Busi e immediati dintorni. (loc. sta per "località" , fraz. sta per "frazione").
- monte s. Margherita, versante NO: teatro di avvistamenti della famosa Cacciamorta, sarabanda infernale dalla storia millenaria; a seconda delle versioni, si presentano tre cagnolini o un cane a tre teste.
Per le varie frazioni si aggirava anche la "bùna càscia": si sentivano cani ululare, e si diceva che lasciassero pezzi di carne appesi agli alberi.
A Colle di Sogno la casàda dol Diaòl: latrati e ringhiare di cani imperversavano per l'alta frazione di Carenno e dintorni; un testimone, ad oggi vivente, si sarebbe ritrovato una notte in camera da letto la casàda, terrorizzandolo alquanto.
Nei pressi di Assa la cacciamorta scendeva dal crinale del Pertus.
- castello Casarola, loc. : vi si narra dello spettro di un uomo in catene, morto di sete e fame.
- castello Casarola, loc. : vi si narra dello spettro di una creatura dalle sembianze caprine, compagna dell'uomo di cui sopra.
- castello Casarola, loc. : vi era un pozzo detto "del diavolo", abbattuto "accidentalmente" da una ruspa, con la delicatezza tipica dei cementificatori lombardi.
- castello di Casarola, loc. : vi si narra di un conte morto in qualche modo in un gabinetto, strangolato o forse murato vivo (quest'ultima ipotesi potrebbe riferirsi però all'uomo in catene, di cui sopra).
- castello di Casarola, loc. : la padrona nobile del castello, detta Résinèla, venne murata viva al suo interno a causa della sua cattiveria. La notte se ne sentono ancora i lamenti.
- Incasone, loc. : è stato avvistato una sorta di lumino rosso percorrere ripetutamente il prato in paurosa pendenza di questa località.
- Fornace, presso via Fontana: si dice che vi si nascose Mussolini nel '44, e che vi fosse una zecca (conio di monete) nascosta.
- Sonne: zona di acque meandriformi lungo la provinciale che porta a Torre, una diceria piuttosto pazzesca narra ivi dello sbarco degli americani durante la seconda guerra mondiale, a bordo di un piroscafo (sic)
- val Fosca: sede di molteplici avvistamenti del famigerato Bés Gatobe, la biscia-gatto dallo sguardo omicida, chimera alpina conosciuta con svariati nomi da qui all'Austria e oltre. "Stà tent ad andà in dì bòsc che ghe in gìr ol Gatobe" ; "Ghe ne sò nel Broghèt" . Pare fosse in grado anche di saltare i corsi d'acqua.
- val Fosca: luogo di inumazione del "Baet", uomo assai malvagio in vita, nel suo fondo più inaccessibile, laddove non giunge il suono delle campane. In altra versione, a mio avviso più affidabile, il "baet" ("baita" in bergamasco) è nome del luogo dove viene seppelito un prete assai malvagio, detto "mutù", da tre uomini, che hanno l'ordine di sodomita memoria di non voltarsi una volta compiuto il loro dovere. Uno di essi (o forse tutti) trasgredisce la direttiva e muore sul colpo.
- val Fosca : vi venivano in generale esiliate le anime malvagie,non accettate al camposanto, si sconsigliava di passarvi la notte o durante i temporali, poiché vi si sentivano spettri e alberi che si spezzavano ma che il giorno dopo, senza alcuna spiegazione, erano integri al loro posto.
- cà Brago, loc : c'era una non meglio identificata casa infestata dal fantasma di un suicida.
- col di Fopa, loc. : la baita del Màgher, luogo di passaggio lungo un'erta mulattiera, era teatro di bizzarre dicerie. Bisognava , secondo alcuni, lasciarli del cibo ad ogni passaggio, altrimenti si veniva maledetti; secondo altri, era il Màgher stesso a offrire un mestolo di minestra ai viandanti; secondo altri ancora il Màgher offriva del vino ai già alticci passanti reduci dalle notti d'osteria - i quali avevano quindi il pretesto per tornare a casa completamente in palla, probabilmente.
- Valcava, fraz. : vi si avvistava la donna del Gioco al valico.
- Maglio, presso Regurida: negli anni '50 del XX secolo è stata avvistata la donna del Gioco sul ponticello che porta alla mulattiera in una notte estiva. Il fatto causò gran scalpore.
La donna del Gioco è anche visibile, di notte, troneggiare su tutta la vallata, con una gamba sul monte s.Margherita e una sul monte Tesoro. Da altri è chiamata col nome più brianzolo "Giubiana".
- ponte della Lisegna, presso Tegiola : presso la grotta al di sopra della strada, si dice che prima della costruzione della stessa, durante la seconda guerra mondiale, vi trovassero riparo bande di giovani che non volevano essere arruolati. Sempre nella stessa grotta, alla fine della guerra, sarebbe stato ritrovato un cadavere di incerta origine.
- cà Macone, loc. presso Sogno : la lacca, o pozzo verticale situata nei pressi, si dice fosse un tempo talmente profonda da portare alla sorgente dell'Ovrena, diverse centinaia di metri più a valle. Questo prima di essere completamente riempita di immondizia, purtroppo. Un'altra diceria riguarda un figlio non voluto che sarebbe stato gettato dentro la notte stessa del parto; secondo altri il neonato sarebbe invece stato lasciato nella zona della sella verso Carenno.
- Sogno, fraz. : una certa casa, contraddistinta dalla particolare foggia delle finestre, era famoso luogo di spettri. I ripidi castagneti e gli erti sentieri della zona pare siano in generale piuttosto "frequentati"...
- Colle di Sogno (Carenno) : lungo la mulattiera che saliva al colle da Carenno, si trova a un certo punto una cappelletta nei cui dintorni dimoravano i "capelloni", strani spettri dai lunghi capelli incontrati più volte dagli abitanti del luogo che si attardavano la sera. La zona è luogo di altri incontri bizzarri: spettri di vecchie che ramazzano e catene che risuonano.
- Colle di Sogno (Carenno) : lungo la strada che porta al borgo, in prossimità dei grandi faggi circostanti, si avvertivano la notte strane presenze invisibili, con sospiri, passi e strepiti. Sempre in questa zona, le coppie che si appartavano in automobile venivano spesso disturbate da strane e innaturali vibrazioni che scuotevano l'abitacolo.
- Il monte Brughetto presenta, sul versante che si circosrcive arrivando al Colle di Sogno, grandi muri a secco, che diceria popolare diceva fossero resti di un convento di frati - forse di rimando a quello, realmente esistente, del Pertus più a settentrione. In realtà si tratta delle strutture di supporto alla cava di pietra presente in loco, e utilizzata per la costruzione della parrocchiale di Carenno agli inizi del '900.
- monte Tesoro : i suoi soleggiati versanti prativi che dominano la vallata della Sonna ospitano diverse cavità carsiche, in una delle quali si dice abitasse in pianta stabile un personaggio soprannominato "Lupo". Di storie di persone che abitano grotte poste in luoghi più o meno remoti è pieno tutto l'arco alpino. Rimembranze dell'uomo delle selve?
- monte Tesoro : era luogo d'elezione della paurosa cavra Besula (o Sbrésola, Sbrégiola) altra tipica creatura infernale alpina.
- strada provinciale che porta a Colle di Sogno : nei pressi di Barilette, prima della valletta della Chigarolla, sulla sinistra si alza la vecchia mulattiera che porta a Piea / San Marco. La prima minuscola stalletta che vi si incontra era abitata dal "Carunfa", che porgeva ai viandanti un mestolo di minestra (vedi sopra, il Màgher al col di Fòpa).
- Mòrcc di càmp, chiesetta dei Morti all'imbocco della valle della Sonna : era luogo di avvistamento di vere e proprie processioni di spettri, forse i morti del paese. Uno di questi poteva porgere al viandante una candela, che una volta scomparsa la processione, diveniva un osso (in altri contesti orobici, vedi per es. Ornica, un serpente).
- Lacca di Fò, alla cascina omonima : si dice fosse talmente profonda da arrivare all'Adda.
- Nata di Barilette , loc. : si dice fosse talmente profonda da arrivare al mare.
- Cà Martinone , loc. : sede della leggenda dei gatti parlanti.
- Cà Bianca, loc. presso San Marco (Piea) : avvistamenti di uno spettro.
- òl brusàtt : uomo blasfemo e malvagio, avendo distrutto in un impeto d'ira bestemmiante un crocefisso, venne trasportato dalla chiesetta di s.Michele al cimitero avvolto nelle fiamme.
- un altro lumino vagante si vedeva di notte muoversi nella valle della Sonna, più o meno tra le contrade di Urida e Introbina.
-San Gottardo : era presente lo "sperèt malègn", che si aggirava la sera sotto i portici delle cascine.
-Valcava: all'Alpino, vecchio albergo, si diceva che si sentissero gli spiriti.
[La lista è in aggiornamento].
seguirà a breve, spero, una raccolta più articolata riguardante racconti e leggende della valle.
venerdì 17 novembre 2017
Notte al Pertugio - un racconto iniziatico
I. Ai vecchi roccoli
Ogni mia memoria è allucinazione.
Il crinale del monte sprofondava in sogni di bruma, rosa o dorata, nella luce liquida del sole, in un respiro umido e fresco che rapido svaniva lungo i versanti, nello scurirsi crescente dei boschi.
Privato dell'udito, cieco da un occhio, menavo la vita selvatica di un lungo sonno di soli ricordi – abbaglianti singolarità, non sempre familiari, spesso del tutto estranee, di vite vissute chissà quando e dove.
Fosca stagione, settembre maturo, le tue prime piogge mi avevano svegliato all'ombra di un faggio – candelabro, e incalzato dai tuoni, di corsa mi rifugiai all'interno di un roccolo abbandonato da chissà quanti decenni.
Anni come secoli prima, nei pressi di un altro roccolo simile, più vicino alla città, e per questo divenuto nella mia immaginazione una sorta di eremo nascosto, le contorsioni tentacolari di alberi che poi scoprii essere potati in tal modo dagli stessi cacciatori mi lasciarono in uno stato di inquietudine che durò per molto tempo. In quel luogo immaginai di fare un orto di collina, o di nutrirmi tuttalpiù, come un animale, dei frutti infanti della primavera, fragole di bosco e ciliege*, mentre il sole contava i suoi giorni lentamente nel delirio della sua luce, nel gioco palpabile delle sue ombre. Arrivò ottobre: come nascosto di sopra quel mondo perso nell'autismo feroce dei suoi ultimi istanti, calmo e attento nella giovane boscaglia del colle, osservavo già vecchio un tramonto fatiscente e spaventoso, di un viola tagliente sopra le brume marce della città (essa era la mia condanna al fondo delle mie fantasie) - e lontani, all'orizzonte, i profili più scuri delle montagne, del mio futuro, ombreggiavano all'occaso come strani presagi.
Ed ora lì, nei pressi della vecchia Passata del Pertus, dorso di monte dolomitico che porta al Serrada, fuoco di confine tra l'alto colle e l'alpe dove solo qualche solitario si spinge, l'aria si era fatta pungente per via della pioggia, e una piccola stufa sgangherata mi venne in soccorso. Caricata di legna di faggio, il suo calore secco rischiarò il ristretto interno del roccolo.
Un'altra memoria, non di questo mondo, si fece strada nella penombra: un giovane, sorpreso da un temporale sulle colline, d'estate, trova riparo ai piedi di una quercia, in una nicchia scavata tra le rocce e la terra, un antro nascosto abitato un tempo da qualcuno. Un incantesimo grava come il temporale sul bosco circostante, la sua voce è quella del ruscello che striscia tra i noccioli, il lento ammutolirsi dell'estate in un sonno d'afa e di canti lontani d'uccelli. Nella nicchia sotterranea l'umidità è fresca e terrosa; la luce pomeridiana filtra debolmente da alcune piccole aperture, di certo artificiali, scavate nella roccia marnosa della parete. Il giovane, abituatisi gli occhi alla semi-oscurità, nota anche quello che parrebbe una sorta di piccolo focolare posto sul fondo della stanza. La canna fumaria, un buco nero nella terra soprastante, finisce chissà dove, ma egli decide di tentarne comunque l'utilizzo; accende un fuocherello di foglia e radici. L'incerto baluginare della debole fiamma rivela un'apertura nascosta nei pressi del focolare; una figuretta la abita e il giovane stupito scopre trattarsi di una strana statua di pietra nerastra, rappresentante un qualche dio fallico dimenticato...
Quella fantasticheria svanì improvvisa quando mi accorsi che stavo fissando un oggetto posto su una mensola nel locale fatiscente del roccolo. Pareva a prima vista una piccola urna di vetro scurito, ma afferrandola mi accorsi che si trattava di una bottiglia impolverata, apparentemente piena; era inoltre tappata in ceralacca. Era stata forse la vitrea, unica compagna del vecchio cacciatore attardatosi lì chissà quanti decenni prima, serbata forse per brindare al travolgente favonio d'ottobre, vento che sfibra col suo soffio esasperato, odoroso di neve, le ultime foglie dei faggi, ormai rinsecchite e color del vino.
II. Vino
Si partiva, allora, la mattina, dopo il vino; la fame rabbiosa del mezzodì era messa a macerare nel vino; il vino accoglieva nel suo tepore narcotico le membra stanche nella sera. Il sangue del giudeo, nel segno del quale si scongiuravano gli spettri e tutte le strane apparizioni notturne di quei tempi remoti, era sostanza del vino.Viandanti ubriachi vagavano la sera, dopo l'osteria, sulle vecchie mulattiere di sasso che si arrampicavano faticosamente lungo gli erti versanti dei monti. La cupa notte del bosco, dove il tasso gemeva dalle sue tane nascoste, era intervallata dal respiro più ampio dei vasti pascoli nei pressi delle cascine, perlacei nel chiarore lunare. Era allora che nell'animo muto del viandante iniziava a farsi strada la visione.
Stappai in qualche modo la bottiglia e, mentre fuori il temporale scemava nel tramonto, brindai solitario alle vecchie storie dei monti. Era un vino bianco e asprigno, che già conoscevo, nettare autunnale dei primi colli orobici sovrastanti la pianura. Nella stufa ardevano le ultime braci mentre calava la sera. In quel calmo raccoglimento decisi di passare lì la notte, per poi proseguire il cammino il mattino successivo. Rinfrescava ma non avevo più legna; sapendo della presenza di altri vetusti roccoli lungo il crinale, uscii dal mio piccolo rifugio, rincuorato della bevuta , per andare a vedere se ve ne fosse conservata dell'altra nelle vicinanze, e nel caso rubarla. L'aria frizzante mi percosse come una frusta in un modo tale che mi fece ridere.
Ubriachezza solitaria della notte alpina! Quanti, prima di me, incerti nel buio umido di quelle dorsali, o in pascoli sperduti ai piedi delle più alte montagne, si erano preparati a passare le ore del sonno accarezzati violentemente dalle passioni del vino? Guardai innanzi a me: poco lontano a settentrione giganteggiava la piramide ripida e boscosa del monte Ocone, preludio ai labirinti dolomitici del Serrada, re della vallata che dominava più oltre. Con la notte imminente, non mi sarei di certo spinto fin lì, ma l'esplorazione dei vecchi roccoli richiedeva di giungere fino all'antica strettoia rocciosa del Pertus, per fermarmi ai piedi della mole dell'Ocone.
III. Un'altra apparizione
La tenebra autunnale giganteggiava sempre più ogni istante, e il mio passo era incerto sotto la sferza del vino. Nella boscaglia circostante, la vita selvatica sorgeva lanciando i suoi richiami crepuscolari. I rami degli enormi faggi e la roccia affiorante della passata parevano sciogliersi nell'ombra soffusa che mi avvolgeva. Perlustrai due roccoli senza successo: erano ormai ridotti a scheletri di rocce squadrate, privi anche del tetto. L'ubriachezza e il buio non mi aiutavano affatto. Improvvisamente la sagoma verticale, nera del monte Ocone mi si parò davanti in quella notte montana fattasi ormai limpida dopo il temporale. Una corrente d'aria oscura e fredda, carica d'umidità, mi diede dei brividi provenendo dal versante che precipitando tra il bosco e le rocce scendeva alla mia destra, quando mi accorsi di essere giunto alla gola di roccia del vecchio Pertus, secolare valico divisorio tra due vallate, ora dimenticato. Solo un'incisione datata raffigurante una croce stava alla base di una delle due pareti della strettoia, a testimoniare la sua antica frequentazione umana.
Qualcosa nell'aria mi fece prima rallentare il passo, e poi fermare nel silenzio della sera: ero ormai in prossimità del valico, ma un'ombra più buia delle altre che andavano crescendo intorno a me, innaturalmente densa e oscura, quasi liquida, bloccava il passaggio con la sua forma quasi umana, ma troppo grande per esserlo veramente. A quel punto sapevo che lei mi stava osservando – nella mia mente ubriaca, l'ombra era un'entità femminile, e volando su venti notturni cavalcava i valichi posti sui confini remoti delle vallate da tempi immemori. E mi chiedevo quanti poi l'avevano intravista, nelle notti perdute delle montagne, lungo le vie ghiacciate dei paesi alpestri, nel gelo muto dell'inverno rotto solo dallo scrosciare del torrente ai piedi del ponte da attraversare per tornare al tepore delle case. Il confine è il labile dominio di questa lamia tenebrosa, nei viaggi. La tenebra nereggiava davanti a me come una porta assai robusta da scardinare, o da socchiudere lentamente, e non avrebbe questa volta parlato chiedendomi chi fossi e perché passassi di lì, se prima non le avessi rivolto io la parola. Freddo il vento d'ottobre spirava tra le alte fronde dei faggi; mi impadronii del suo spirito incostante e scesi lievemente, come un fine lenzuolo intessuto nel buio, sopra il valico, sopra la di lei immensa sagoma, confusa con la volta celeste. Sgusciai al di là dei sogni ubriachi, delle millenarie paure dei valligiani, della sostanza incorporea della donna del gioco. Mi portai nell'essere stesso della sua leggenda, e lì trovai, sotto gli strati profondi della memoria, la sperduta notte del passo montano, il ponte che sorge sul divenire, il tepore umido e buio dell'oscura cavità liminale dal quale sgorgavano senza sosta altre forme e ricordi. Mi soffermai su un'imagine, senza perdermi in essa: abeti stormivano là dove i gelidi venti dell'alpe, mugghiando giù dai versanti, spazzavano selle e creste mai percorse ancora dall'Uomo; milioni di primavere più tardi, sporadici pastori si spingevano fin là in cerca della fienagione per le loro bestie, dormendo in ripari di roccia, bevendo alla fonte nascosta. Quando la notte grondante rugiada incombeva e i profili dei monti si perdevano nel buio, si accendevano fuochi di larice o di faggio e i canti e il vino riempivano quelle solitudini. Allora la donna del gioco, dalla veste nera intessuta di stelle, fuggevole allo sguardo, dimorava sugli scheletrici alberi nei pressi del campo, prima di lanciarsi nelle sue scorribande.
Non ne ebbi paura – la avvicinai senza remore offrendole del vino, amico del viandante solitario – ed ella si disfece, sfilacciandosi nella volta celeste, dopo avermi rivelato il suo nome.
Dopo qualche tempo, feci ritorno al roccolo, carico di legna secca per la stufa. Nell'incerto tepore di inizio autunno passai la notte lì, in attesa di proseguire il cammino, l'indomani.
*fino al primo shock anafilattico.
Il crinale del monte sprofondava in sogni di bruma, rosa o dorata, nella luce liquida del sole, in un respiro umido e fresco che rapido svaniva lungo i versanti, nello scurirsi crescente dei boschi.
Privato dell'udito, cieco da un occhio, menavo la vita selvatica di un lungo sonno di soli ricordi – abbaglianti singolarità, non sempre familiari, spesso del tutto estranee, di vite vissute chissà quando e dove.
Fosca stagione, settembre maturo, le tue prime piogge mi avevano svegliato all'ombra di un faggio – candelabro, e incalzato dai tuoni, di corsa mi rifugiai all'interno di un roccolo abbandonato da chissà quanti decenni.
Anni come secoli prima, nei pressi di un altro roccolo simile, più vicino alla città, e per questo divenuto nella mia immaginazione una sorta di eremo nascosto, le contorsioni tentacolari di alberi che poi scoprii essere potati in tal modo dagli stessi cacciatori mi lasciarono in uno stato di inquietudine che durò per molto tempo. In quel luogo immaginai di fare un orto di collina, o di nutrirmi tuttalpiù, come un animale, dei frutti infanti della primavera, fragole di bosco e ciliege*, mentre il sole contava i suoi giorni lentamente nel delirio della sua luce, nel gioco palpabile delle sue ombre. Arrivò ottobre: come nascosto di sopra quel mondo perso nell'autismo feroce dei suoi ultimi istanti, calmo e attento nella giovane boscaglia del colle, osservavo già vecchio un tramonto fatiscente e spaventoso, di un viola tagliente sopra le brume marce della città (essa era la mia condanna al fondo delle mie fantasie) - e lontani, all'orizzonte, i profili più scuri delle montagne, del mio futuro, ombreggiavano all'occaso come strani presagi.
Ed ora lì, nei pressi della vecchia Passata del Pertus, dorso di monte dolomitico che porta al Serrada, fuoco di confine tra l'alto colle e l'alpe dove solo qualche solitario si spinge, l'aria si era fatta pungente per via della pioggia, e una piccola stufa sgangherata mi venne in soccorso. Caricata di legna di faggio, il suo calore secco rischiarò il ristretto interno del roccolo.
Un'altra memoria, non di questo mondo, si fece strada nella penombra: un giovane, sorpreso da un temporale sulle colline, d'estate, trova riparo ai piedi di una quercia, in una nicchia scavata tra le rocce e la terra, un antro nascosto abitato un tempo da qualcuno. Un incantesimo grava come il temporale sul bosco circostante, la sua voce è quella del ruscello che striscia tra i noccioli, il lento ammutolirsi dell'estate in un sonno d'afa e di canti lontani d'uccelli. Nella nicchia sotterranea l'umidità è fresca e terrosa; la luce pomeridiana filtra debolmente da alcune piccole aperture, di certo artificiali, scavate nella roccia marnosa della parete. Il giovane, abituatisi gli occhi alla semi-oscurità, nota anche quello che parrebbe una sorta di piccolo focolare posto sul fondo della stanza. La canna fumaria, un buco nero nella terra soprastante, finisce chissà dove, ma egli decide di tentarne comunque l'utilizzo; accende un fuocherello di foglia e radici. L'incerto baluginare della debole fiamma rivela un'apertura nascosta nei pressi del focolare; una figuretta la abita e il giovane stupito scopre trattarsi di una strana statua di pietra nerastra, rappresentante un qualche dio fallico dimenticato...
Quella fantasticheria svanì improvvisa quando mi accorsi che stavo fissando un oggetto posto su una mensola nel locale fatiscente del roccolo. Pareva a prima vista una piccola urna di vetro scurito, ma afferrandola mi accorsi che si trattava di una bottiglia impolverata, apparentemente piena; era inoltre tappata in ceralacca. Era stata forse la vitrea, unica compagna del vecchio cacciatore attardatosi lì chissà quanti decenni prima, serbata forse per brindare al travolgente favonio d'ottobre, vento che sfibra col suo soffio esasperato, odoroso di neve, le ultime foglie dei faggi, ormai rinsecchite e color del vino.
II. Vino
Si partiva, allora, la mattina, dopo il vino; la fame rabbiosa del mezzodì era messa a macerare nel vino; il vino accoglieva nel suo tepore narcotico le membra stanche nella sera. Il sangue del giudeo, nel segno del quale si scongiuravano gli spettri e tutte le strane apparizioni notturne di quei tempi remoti, era sostanza del vino.Viandanti ubriachi vagavano la sera, dopo l'osteria, sulle vecchie mulattiere di sasso che si arrampicavano faticosamente lungo gli erti versanti dei monti. La cupa notte del bosco, dove il tasso gemeva dalle sue tane nascoste, era intervallata dal respiro più ampio dei vasti pascoli nei pressi delle cascine, perlacei nel chiarore lunare. Era allora che nell'animo muto del viandante iniziava a farsi strada la visione.
Stappai in qualche modo la bottiglia e, mentre fuori il temporale scemava nel tramonto, brindai solitario alle vecchie storie dei monti. Era un vino bianco e asprigno, che già conoscevo, nettare autunnale dei primi colli orobici sovrastanti la pianura. Nella stufa ardevano le ultime braci mentre calava la sera. In quel calmo raccoglimento decisi di passare lì la notte, per poi proseguire il cammino il mattino successivo. Rinfrescava ma non avevo più legna; sapendo della presenza di altri vetusti roccoli lungo il crinale, uscii dal mio piccolo rifugio, rincuorato della bevuta , per andare a vedere se ve ne fosse conservata dell'altra nelle vicinanze, e nel caso rubarla. L'aria frizzante mi percosse come una frusta in un modo tale che mi fece ridere.
Ubriachezza solitaria della notte alpina! Quanti, prima di me, incerti nel buio umido di quelle dorsali, o in pascoli sperduti ai piedi delle più alte montagne, si erano preparati a passare le ore del sonno accarezzati violentemente dalle passioni del vino? Guardai innanzi a me: poco lontano a settentrione giganteggiava la piramide ripida e boscosa del monte Ocone, preludio ai labirinti dolomitici del Serrada, re della vallata che dominava più oltre. Con la notte imminente, non mi sarei di certo spinto fin lì, ma l'esplorazione dei vecchi roccoli richiedeva di giungere fino all'antica strettoia rocciosa del Pertus, per fermarmi ai piedi della mole dell'Ocone.
III. Un'altra apparizione
La tenebra autunnale giganteggiava sempre più ogni istante, e il mio passo era incerto sotto la sferza del vino. Nella boscaglia circostante, la vita selvatica sorgeva lanciando i suoi richiami crepuscolari. I rami degli enormi faggi e la roccia affiorante della passata parevano sciogliersi nell'ombra soffusa che mi avvolgeva. Perlustrai due roccoli senza successo: erano ormai ridotti a scheletri di rocce squadrate, privi anche del tetto. L'ubriachezza e il buio non mi aiutavano affatto. Improvvisamente la sagoma verticale, nera del monte Ocone mi si parò davanti in quella notte montana fattasi ormai limpida dopo il temporale. Una corrente d'aria oscura e fredda, carica d'umidità, mi diede dei brividi provenendo dal versante che precipitando tra il bosco e le rocce scendeva alla mia destra, quando mi accorsi di essere giunto alla gola di roccia del vecchio Pertus, secolare valico divisorio tra due vallate, ora dimenticato. Solo un'incisione datata raffigurante una croce stava alla base di una delle due pareti della strettoia, a testimoniare la sua antica frequentazione umana.
Qualcosa nell'aria mi fece prima rallentare il passo, e poi fermare nel silenzio della sera: ero ormai in prossimità del valico, ma un'ombra più buia delle altre che andavano crescendo intorno a me, innaturalmente densa e oscura, quasi liquida, bloccava il passaggio con la sua forma quasi umana, ma troppo grande per esserlo veramente. A quel punto sapevo che lei mi stava osservando – nella mia mente ubriaca, l'ombra era un'entità femminile, e volando su venti notturni cavalcava i valichi posti sui confini remoti delle vallate da tempi immemori. E mi chiedevo quanti poi l'avevano intravista, nelle notti perdute delle montagne, lungo le vie ghiacciate dei paesi alpestri, nel gelo muto dell'inverno rotto solo dallo scrosciare del torrente ai piedi del ponte da attraversare per tornare al tepore delle case. Il confine è il labile dominio di questa lamia tenebrosa, nei viaggi. La tenebra nereggiava davanti a me come una porta assai robusta da scardinare, o da socchiudere lentamente, e non avrebbe questa volta parlato chiedendomi chi fossi e perché passassi di lì, se prima non le avessi rivolto io la parola. Freddo il vento d'ottobre spirava tra le alte fronde dei faggi; mi impadronii del suo spirito incostante e scesi lievemente, come un fine lenzuolo intessuto nel buio, sopra il valico, sopra la di lei immensa sagoma, confusa con la volta celeste. Sgusciai al di là dei sogni ubriachi, delle millenarie paure dei valligiani, della sostanza incorporea della donna del gioco. Mi portai nell'essere stesso della sua leggenda, e lì trovai, sotto gli strati profondi della memoria, la sperduta notte del passo montano, il ponte che sorge sul divenire, il tepore umido e buio dell'oscura cavità liminale dal quale sgorgavano senza sosta altre forme e ricordi. Mi soffermai su un'imagine, senza perdermi in essa: abeti stormivano là dove i gelidi venti dell'alpe, mugghiando giù dai versanti, spazzavano selle e creste mai percorse ancora dall'Uomo; milioni di primavere più tardi, sporadici pastori si spingevano fin là in cerca della fienagione per le loro bestie, dormendo in ripari di roccia, bevendo alla fonte nascosta. Quando la notte grondante rugiada incombeva e i profili dei monti si perdevano nel buio, si accendevano fuochi di larice o di faggio e i canti e il vino riempivano quelle solitudini. Allora la donna del gioco, dalla veste nera intessuta di stelle, fuggevole allo sguardo, dimorava sugli scheletrici alberi nei pressi del campo, prima di lanciarsi nelle sue scorribande.
Non ne ebbi paura – la avvicinai senza remore offrendole del vino, amico del viandante solitario – ed ella si disfece, sfilacciandosi nella volta celeste, dopo avermi rivelato il suo nome.
Dopo qualche tempo, feci ritorno al roccolo, carico di legna secca per la stufa. Nell'incerto tepore di inizio autunno passai la notte lì, in attesa di proseguire il cammino, l'indomani.
*fino al primo shock anafilattico.
venerdì 20 ottobre 2017
Significati e interpretazioni dell'elemento acqueo nell'ottica iniziatica
A cavallo tra i diversi sentieri che si diramano dalla "realtà" comunemente detta, possiamo osservare che piccoli fatti, come il variare cromatico della natura nelle differenti stagioni, o la diversa risposta metabolica del nostro organismo nei confronti del ciclo delle stesse, o la composizione mentale delle nostre esperienze notturne, rimandino, ad una analisi simbolica più attenta, a realtà elementari di primario valore, seppur non immediatamente percepibili.
L'autunno febbrile, delirante putrefazioni materiche e non solo, ha come elemento tradizionalmente associato l'acqua. Nell'ambito iniziatico, generalmente, l'acqua visualizza lo stato delle energie sottili del corpo in rapporto alla coscienza del momento. Gli esempi sono numerosi: acque stagnanti o fangose; acque frastornanti di torrenti o alluvioni; acque limpide, pure, ferme, o appena mosse da una lieve brezza, queste ultime essendo di solito il segno più favorevole all'avvio di un'attività astrale superiore. Neve o grandine; in relazione alle Qliphot (Gamaliel - Lilith, di solito), non è rara la presenza di forti turbolenze come le tempeste, queste ultime già correlate in un qualche grimorio alla simbologia lunare.
L'acqua è l'elemento immediatamente seguente a quello terrestre; in certe sequenze oniriche è facile assistere al passaggio tra le simbologie in questione. E' il sostrato emotivo della psiche. Spesso la chiave di passaggio verso mondi astrali più raffinati è figurata da superfici a specchio, o simili a vetro, o a pozze d'acqua nera e lucida - l'immersione in queste diviene mezzo ulteriore di disidentificazione, avvicinando all'esperienza daemonica.
Chi entra nei cancelli di questo elemento proiettandosi nella sfera prescelta raggiunge la conoscenza dei suoi attributi.
Questa è legata all'imaginazione visionaria e comporta dei rischi, ben esemplificati dal mito delle sirene (ondine). In astrologia ogni forma di tossicodipendenza è correlata a tale elemento. L'attraversamento dello Stige e le narrazioni similari sono sperimentabili nell'ottica appena descritta. Il "mondo dei morti" non ha nulla a che fare con le fiamme dell'elemento igneo - la sua essenzialità è il ghiaccio è il suo colore la tenebra impenetrabile, retta da Lucifuge. E' in effetti un luogo terrificante, un mondo di automatismi puri, assimilabile quindi ai più bassi livelli della coscienza, agli inferni.
Sovrano di tutti questi piani mutevoli e vibranti è il desiderio, nei suoi attributi di volta in volta descrivibili come "magnetici" o "elettrici". Essendo ora proiettato dalla sfera terrestre a quella acquea/astrale, erompe in un profluvio inebriante di immagini e sensazioni non di rado travolgenti. Il desiderio, non essendo più limitato dalle leggi terrestri, si contorce in un contraccolpo di enorme potenza nella sfera immaginativa; il risultato di questa occulta concezione sono gli incubi e le succubi. Questi agiscono da catalizzatori sessuali delle energie in circolo, e le operazioni conseguenti possono liberare quantità di energia/coscienza tali da portare l'esperienza a livelli ulteriori. Questo è il segreto di iniziazioni che si svolgono al di là di Malkuth.
In questo tipo di operazioni non è necessario, né obbligatorio, avere rapporti sessuali immateriali con le entità evocate. Bisogna ricordare che quel che conta è il fine, e non il mezzo - pena la possibilità che tutto vada a monte o peggio, che si venga vampirizzati; la luna nel pozzo e metafore affini rappresentano alla perfezione un fallimento in questo campo. L'ideale è la totale disidentificazione in corso d'essere alla proiezione di fatti sessuali attivi nella sfera onirica, poiché le forze svincolate dai fattori soggettivi, potendo fluire libere da immagini attrattive, risultino in un rilascio inarrestabile di potere estatico.
Le operazioni fin qui descritte risentono per forza di cose della mancanza di un linguaggio adatto, oggi e da sempre, alla loro comprensione - cosa del resto impossibile senza una loro esperienza in prima persona.
Chi vede nell' acqua il solo riflesso del proprio volto non intenderà nulla di tutto questo.
martedì 20 giugno 2017
La Porta dell'Uomo - un ricordo solstiziale
Tra i colli - Un lustro addietro
Erano sere celesti, vibranti di una calma innaturale, quelle dei primi incerti passi; soffuse di luce che sembrava non finire mai, rinfrescate dal respiro umido del rivo strisciante nel bosco. Dopo cena mi avviavo ai piedi di un ciliegio, sul limitare dei prati di Valmarina. La luna immobile nel cielo era un faro argenteo dal quale una lenta onda montante, magnetica e vivificante, scendeva sulla terra al confine del sosltizio; da essa sorgeva anche la nuova sensazione di inquietudine, intrecciata nell'intimo del silenzio interiore, dischiusa da fugaci sguardi sulle sfere oscure.
Poco lontano, il continuo gracidìo delle rane in amore nella fresca umidità di quella giovane estate pareva nascere dalle ombre del bosco sempre più dense.
MARAG AMA LILITH RIMOK SAMALO NAMAAH
La fresca umidità di una giovane estate che sospirava dai sentieri dei colli, le sere di giugno: il suo profumo faceva vacillare i sensi nell'orgia silenziosa del solstizio - sambuco, fieno e ombre.
Con un solo taglio alla luce della luna, un ramo di noce, grondante essenze balsamiche di mallo, divenne la voce del fuoco del sole occulto.
Ardeva anche un piccolo fuoco di pascolo, alimentato da ramaglie, mentre ogni atto si manifestava silenzioso dal grembo nero di una natura lontana, fattasi interiore, rischiarata dai segni delle stelle.
La porta dell'Uomo si spalancò infine alla visione; il fuoco si quietò come riflesso dell'altra fiamma alchemica. Ogni cosa si fece pura e lucida nel buio, fremendo d'amore e potere.
Erano sere celesti, vibranti di una calma innaturale, quelle dei primi incerti passi; soffuse di luce che sembrava non finire mai, rinfrescate dal respiro umido del rivo strisciante nel bosco. Dopo cena mi avviavo ai piedi di un ciliegio, sul limitare dei prati di Valmarina. La luna immobile nel cielo era un faro argenteo dal quale una lenta onda montante, magnetica e vivificante, scendeva sulla terra al confine del sosltizio; da essa sorgeva anche la nuova sensazione di inquietudine, intrecciata nell'intimo del silenzio interiore, dischiusa da fugaci sguardi sulle sfere oscure.
Poco lontano, il continuo gracidìo delle rane in amore nella fresca umidità di quella giovane estate pareva nascere dalle ombre del bosco sempre più dense.
MARAG AMA LILITH RIMOK SAMALO NAMAAH
La fresca umidità di una giovane estate che sospirava dai sentieri dei colli, le sere di giugno: il suo profumo faceva vacillare i sensi nell'orgia silenziosa del solstizio - sambuco, fieno e ombre.
Con un solo taglio alla luce della luna, un ramo di noce, grondante essenze balsamiche di mallo, divenne la voce del fuoco del sole occulto.
Ardeva anche un piccolo fuoco di pascolo, alimentato da ramaglie, mentre ogni atto si manifestava silenzioso dal grembo nero di una natura lontana, fattasi interiore, rischiarata dai segni delle stelle.
La porta dell'Uomo si spalancò infine alla visione; il fuoco si quietò come riflesso dell'altra fiamma alchemica. Ogni cosa si fece pura e lucida nel buio, fremendo d'amore e potere.
giovedì 8 giugno 2017
So ben di ripetermi ma...
...c'è una affinità di fondo tra due stati apparentemente agli antipodi come l'estasi, o ciò che vi si avvicina, e il satanico piacere autodistruttivo del dividere razionalmente all'eccesso. In entrambi i casi si sconfigge spesso la paura della morte. Le due polarità estreme - quella basica della pura elementarità in assenza di percezioni corporee in senso stretto, e quella acida risultante da un'esagerata percezione nevrotizzata di corpo (e quindi) mente - si toccano identificandosi nella loro derisoria assenza di scopo, e quindi di temporalità; e là dove muore il tempo è il sogno di dio.
Ma non prendiamo certo come metro la capacità di superare temporaneamente la consapevolezza della morte; a tal proposito comprendiamo la similarità superficiale di percorsi come il misiticismo, la devozione, la filosofia, l'amore, la volontà guerriera, etc...
Abbatti il muro liscio e freddo della morte - già un lieve senso di apprensione si trasforma in crampo e contorsione gastrica al solo pensiero - fà della volontà quel che ti sorregge più d'ogni altra cosa...
(il processo alchemico è reazione intessuta nell'eterno presente)
e così sarà anche in quell'altro momento di trauma essenziale.
Certo, allora, la capacità di vivere oltre la mente - che è materia inerte - sarà molto più utile di qualsivoglia accanimento concettuale su cui ci si è "esercitati" in vita.
Saccente: cosa mai può essere "utile", affermi, deridendomi.
Utile a non dover rischiare di reincarnarsi, o reinterpretarsi, laddove sia ormai scontato che i noiosi giochi sono già dati e fatti.
Chi ha orecchie da lupo, notturne e lunari, di vera intelligenza intuitiva che rinasce man mano, intenda.
L'ideale è che chi abbia "fatto andare troppo la testa" faccia in modo di tagliarsela.
Che fine facciano poi le orecchie lo sa dio. Ciò che conta è la vista: bisogna averla nei piedi.
domenica 23 aprile 2017
Psicologia del desiderio
La questione è semplice: cosa differenzia un atto di preghiera volto all'ottenimento di qualcosa che si desidera, da un atto di volontà direzionato all'ottenimento di qualcosa che si desidera(-va) ?
Il fondamento dell'agire magico è il distaccarsi dal desiderio per esprimere volontà; in questo senso la magia è il regno dell'azione pura, la quale scaturisce dal reale superamento del sé. L'uomo lunare desidera, l'uomo solare esercita la sua Volontà; il desiderio crea immagini, la volontà fatti in grado di manifestarsi sui diversi piani. Nel piano astrale* il desiderio diviene percezione in movimento, immagine in apparenza vivente; esso crea caleidoscopiche visioni/esperienze le quali, come magneti d'argento vivo, tendono a risucchiare la coscienza dell'operatore (per esempio, i sogni a impronta sessuale). Il mago dovrebbe resistere a questi flussi magnetici di sensazioni. Cedendo tornerebbe infatti allo stato di uomo lunare.
Deve mantenersi saldo nella concentrazione, ed esprimere nella forma corretta la necessità distruttiva di superare la sua condizione. Potrà assistere allora all'
Alba di Thagirion ☉
e del suo essere daemonico solare, privo di desiderio e quindi di forma, artefice della propria libertà. (di questo momento dell'essere spero di poter parlare chiaramente in futuro).
In questo piano le figure, le entità, le rappresentazioni sono ben più "stabili", ma a seconda delle energie in gioco, possono tendere ancora a mutare, in modo sempre più (apparentemente ) indipendente dall'operatore, in quanto è egli stesso che, progressivamente, supera e mette a tacere i suoi costrutti psichici più elementari. L'assenza di condizionamenti si riflette ora nella moltitudine di possibilità apertesi all'anima daemonica; a seconda del proprio grado, si ha maggiore o minore potere sulle sfere della manifestazione - è, questo,
un principio nascosto dell'iniziazione.
*[questo discorso si applica efficacemente al piano astrale in quanto vi si possono esperire rappresentazioni immediate delle vicissitudini psichiche, ma è in realtà applicabile ad ogni "piano" o "mondo"]
Il fondamento dell'agire magico è il distaccarsi dal desiderio per esprimere volontà; in questo senso la magia è il regno dell'azione pura, la quale scaturisce dal reale superamento del sé. L'uomo lunare desidera, l'uomo solare esercita la sua Volontà; il desiderio crea immagini, la volontà fatti in grado di manifestarsi sui diversi piani. Nel piano astrale* il desiderio diviene percezione in movimento, immagine in apparenza vivente; esso crea caleidoscopiche visioni/esperienze le quali, come magneti d'argento vivo, tendono a risucchiare la coscienza dell'operatore (per esempio, i sogni a impronta sessuale). Il mago dovrebbe resistere a questi flussi magnetici di sensazioni. Cedendo tornerebbe infatti allo stato di uomo lunare.
Deve mantenersi saldo nella concentrazione, ed esprimere nella forma corretta la necessità distruttiva di superare la sua condizione. Potrà assistere allora all'
Alba di Thagirion ☉
e del suo essere daemonico solare, privo di desiderio e quindi di forma, artefice della propria libertà. (di questo momento dell'essere spero di poter parlare chiaramente in futuro).
In questo piano le figure, le entità, le rappresentazioni sono ben più "stabili", ma a seconda delle energie in gioco, possono tendere ancora a mutare, in modo sempre più (apparentemente ) indipendente dall'operatore, in quanto è egli stesso che, progressivamente, supera e mette a tacere i suoi costrutti psichici più elementari. L'assenza di condizionamenti si riflette ora nella moltitudine di possibilità apertesi all'anima daemonica; a seconda del proprio grado, si ha maggiore o minore potere sulle sfere della manifestazione - è, questo,
un principio nascosto dell'iniziazione.
*[questo discorso si applica efficacemente al piano astrale in quanto vi si possono esperire rappresentazioni immediate delle vicissitudini psichiche, ma è in realtà applicabile ad ogni "piano" o "mondo"]
lunedì 6 marzo 2017
Appunti runici I - Affinità e divergenze
Dal punto di vista strettamente operativo, mi rifaccio in quest'ambito alla teoria Uthark, la quale si differenzia dalla canonica Futhark per il principio fondamentale della sequenza runica, che va a cadere su Ur. Questo comporta una grande diversità di fondo dal punto di vista di valenza e simbologia degli aettir e in generale della numerologia che compone il sistema delle rune.
In questa prima nota lascio alcune impressioni riguardo la fluidità potenziale nell'interpretazione attiva di alcune rune - quindi fuori dall'ambito divinatorio - delle quali ho avuto esperienza personale.
KEN - GIFU
Ken (torcia) presenta notevoli affinità con l'elemento fuoco. Il suo glifo ricorda la lettera che rappresenta (c "dura"), e corrisponde alla metà esatta di Gifu, runa dell'offerta - sacrificio, più precisamente, ponendola quasi in un senso di temporalità lineare (sempre a livello grafico), Ken si trova nella parte destra di Gifu, quasi a voler concretizzare il momento dispersivo e direzionante del sacrificio, dall'uomo agli dei*. Il momento culmine dell'offerta o libagione nel fuoco è appena trascorso, simboleggiato dal centro della runa Gifu, appena posteriore alla concentrazione del desiderio-volontà dell'uomo (Ken speculare, la prima metà di Gifu). Naturalmente, per chi sa, qui non si tratta solamente di un procedimento esteriore volto a una tipica ritualità tradizionale, ma anche di un'operazione magica. Quest'ultima - intesa come sacrificio - consta quindi di tre parti principali, la concentrazione-assembramento di elementi disuniti, l'annullamento-unificazione dell'atto, ovvero il centro della croce, e il direzionamento della Volontà secondo gli scopi dell'operazione.
JARA - BJARKA
Entrambe rune profondamente legate all'elemento terracqueo e alla fertilità, ho riscontrato nel loro utilizzo un'affinità nel loro carattere di divisione di un'unità, riscontrabile ancora nei loro glifi. Jara è la ruota annuale, nella prospettiva Uthark ha il numero 11 come segno fondamentale, quindi la creazione magica e non fisica; è correlata al mondo di Midgard, la terra degli uomini. In questo corrisponde a Bjarka, runa maggiormente legata alla materialità e alla fecondità in senso stretto, tanto che il suo glifo potrebbe rappresentare una donna incinta. Bjarka è stata associata a questo proposito** al muladhara chakra, la ruota dell'elemento Terra da cui scaturisce il serpente dell'iniziazione.
*essendo Gifu cruciforme, nonostante il suo simbolismo "riconosciuto", possiamo ben capire che tra uomini e dei non vi è differenza alcuna.
**nell'ambito di certi circoli esoterici contemporanei.
In questa prima nota lascio alcune impressioni riguardo la fluidità potenziale nell'interpretazione attiva di alcune rune - quindi fuori dall'ambito divinatorio - delle quali ho avuto esperienza personale.
KEN - GIFU
Ken (torcia) presenta notevoli affinità con l'elemento fuoco. Il suo glifo ricorda la lettera che rappresenta (c "dura"), e corrisponde alla metà esatta di Gifu, runa dell'offerta - sacrificio, più precisamente, ponendola quasi in un senso di temporalità lineare (sempre a livello grafico), Ken si trova nella parte destra di Gifu, quasi a voler concretizzare il momento dispersivo e direzionante del sacrificio, dall'uomo agli dei*. Il momento culmine dell'offerta o libagione nel fuoco è appena trascorso, simboleggiato dal centro della runa Gifu, appena posteriore alla concentrazione del desiderio-volontà dell'uomo (Ken speculare, la prima metà di Gifu). Naturalmente, per chi sa, qui non si tratta solamente di un procedimento esteriore volto a una tipica ritualità tradizionale, ma anche di un'operazione magica. Quest'ultima - intesa come sacrificio - consta quindi di tre parti principali, la concentrazione-assembramento di elementi disuniti, l'annullamento-unificazione dell'atto, ovvero il centro della croce, e il direzionamento della Volontà secondo gli scopi dell'operazione.
JARA - BJARKA
Entrambe rune profondamente legate all'elemento terracqueo e alla fertilità, ho riscontrato nel loro utilizzo un'affinità nel loro carattere di divisione di un'unità, riscontrabile ancora nei loro glifi. Jara è la ruota annuale, nella prospettiva Uthark ha il numero 11 come segno fondamentale, quindi la creazione magica e non fisica; è correlata al mondo di Midgard, la terra degli uomini. In questo corrisponde a Bjarka, runa maggiormente legata alla materialità e alla fecondità in senso stretto, tanto che il suo glifo potrebbe rappresentare una donna incinta. Bjarka è stata associata a questo proposito** al muladhara chakra, la ruota dell'elemento Terra da cui scaturisce il serpente dell'iniziazione.
*essendo Gifu cruciforme, nonostante il suo simbolismo "riconosciuto", possiamo ben capire che tra uomini e dei non vi è differenza alcuna.
**nell'ambito di certi circoli esoterici contemporanei.
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