sabato 30 luglio 2011

La vergine della grotta

Il mio suono è un suono sfatto, reduce di vecchie ebbrezze, esausto e ripetitivo, dai toni bui, di un bruno scuro e profondo.

L'oro solare cola dalle fronde del carpino nero all'interno della grotta mentre scrivo del mio suono, privato d'ogni ritmo. L'urlo rauco di un cinghiale riecheggia lontano nella valle boscosa. Subito mi attraversa un odore selvatico, primordiale di radici, pelo ispido, sangue e sperma.Quanto vorrei che fosse il mio suono la guida, la traccia invisibile dei miei metamorfici possibili, e non l'opposto. Vivrei allora in funzione di un'arte, intuirei un significato che non sia incrostazione di altri significati. Ma la catena del senso mi ha in odio, ed io schifo i suoi anelli di carne umana. Fuori dalla grotta il suono della pioggia e la luce del sole d'estate.

Trovo quindi i miei suoni, come un naufrago, tra ondate ubriache, perché libero allora dai legami con l'Altro. Libero e debole, l'assoluta libertà sconfinando nella follia, senza meta né centro, a brandelli sul vuoto di ogni cosa. È uno stato di mezzo, bisogna rendersene conto. L'era della lotta solitaria; gli anni oscuri dell'esilio. Vorrei fare del suono un'arma: vivendo e scontrandosi con l'essere, si tingerebbe dell'opaca trasparenza del solve alchemico: lo vibrerei nell'atto cruciale della mia trascendenza istantanea. Credo che nessun fine sarebbe più nobile di questo, per il mio suono.Non si parla di arte, ma di vita e di morte. Che le leggi della prostituzione spirituale, fulgidi bagliori della decomposizione di quest'epoca, non ne intacchino il suo ingiudicabile sentire; che possa vibrare negli stati luminosi e furenti di una qualche tragicomica ispirazione, così come nel mezzo delle putrefazioni inevitabili dell'essere, che attendono da anni sulla soglia della mia persona. Avanti, allora! Che il buio mi avvolga affinché nessuno mi scorga, mentre sradico il giudizio nella cecità di passato e futuro. Che io possa giurarmi fedeltà e tradirmi cento volte durante il coito inconsistente del tempo, ma mai nell'ultimo estremo confine terrificante di me stesso.


IL PROBLEMA DELL'ARTE

OSSIA l'arte si è stratificata nell'uomo: non bado a superamenti o dualità di sorta, quanto appunto alla questione della trascendenza. Dal coacervo banale, sconfinato e prevedibile dei possibili umani l'arte ha tratto le proprie fondamenta; e ci è stata preclusa la sua forza dirompente e tenebrosa, la sua capacità di intuire e sfiorare l'estremo al di là della morte. Era la musica rituale dei tamburi nella notte, la pittura mistica delle grotte sotterranee che favoriva i cacciatori nei loro compiti, il suono innominabile della parola sacra urlata dal sacerdote in preda ad ebbrezze non più di questo mondo. La vita si è data al tutto e così l'arte divenne prostituzione. I meccanismi di un'arte che oggi cerca di tornare alla propria natura, dopo millenni di asservimento all'uomo, paiono macchinosi, e ovviamente incollati ai residui mentali individuali... ma in ogni caso,coscientemente o meno, il punto d'arrivo è teoricamente il medesimo: l'assoluto trascendente, conosciuto in quest'epoca come NULLA.

Anche la “forma” e l'”informe” mi sembrano giustificabili solo in questo senso.Ovviamente parlando d'arte, non di puttane.

(dipinto di Dim Sampaio)


giovedì 21 luglio 2011

frammenti onirici-3

Un sogno di qualche tempo fa.


Mi trovo in una vecchia città da qualche parte del nord Europa, credo nei primi anni del XX secolo. Vivo in una antica e piccola stanza poco illuminata, nelle immediate vicinanze della piazza cittadina, che è anch'essa di piccole dimensioni, stretta da un cerchio di alte abitazioni dalla tipica architettura di stile nordico. È inverno, ma c'è poca neve: si può avvertire la forte sensazione dell'oscurità calante verso sera, anche a causa del fatto che la luce elettrica dei lampioni non è ancora diffusa tra le strade principali della cittadina. Sono un universitario o comunque uno studente . Vengo a conoscenza tramite voci che girano tra amici dell'esistenza di una particolare bottega di giocattoli, ma soprattutto di marionette e burattini, tenuta da un bizzarro e sconosciuto giovane studente dell'università. Non ricordo se giravano strane voci riguardo, ma mi pare di no (ho avuto una specie di flashback improvviso sulle bambole e i burattini e sull'estrema solitudine di questo tizio; in qualche modo sapevo che egli vedeva nei suoi giocattoli tutto il suo mondo. In particolare, mi parve che una delle sue bambole, raffigurante un ragazzino ariano, gli sorridesse, ma non ci feci molto caso). Decido allora, insieme a tre miei amici, di andare a visitare la bottega. Li incontro fuori dalla mia casa, in pieno centro cittadino. È un tardo pomeriggio in pieno inverno, la luce in calo è grigio sporca; si può sentire l'odore di combustibile bruciato provenire dai camini delle case. La bottega si trova poco oltre la piazza cittadina, nei pressi di un vicolo stretto e buio, ed è piuttosto nascosta. È situata in un vecchio seminterrato, e per accedervi bisogna scendere una scaletta che lascia intravedere in fondo l'entrata del negozio. Mentre scendiamo, posso osservare all'interno il giovane commesso comportarsi in modo piuttosto strano (parla da solo e gioca con dei modellini di navi e velieri). Nel momento in cui entriamo in qualche modo sappiamo già che qualcosa non funziona. L'atmosfera è statica e carica allo stesso tempo. Il giovane commesso, biondo, riccioluto e occhialuto, inizialmente non profferisce parola, né ci guarda. Poi inizia a intimarci di fare delle cose. Mi assale un senso di urgenza. A due dei miei amici ordina di chiudere a chiave le porte d'accesso alla bottega, che sono due: una è quella dalla quale siamo entrati, l'altra dà sul retro del negozio e porta direttamente al vicolo nero e malsano sul quale è situato. Al terzo mio amico ordina di avviarsi al piano superiore dell'abitazione e di attendere lì. Tutti loro ubbidiscono: è ormai chiaro che il commesso detiene un potere pauroso che forzatamente ci sottomette, mentre dalle mensole della bottega le bambole, le marionette e i burattini ci osservano, vuoti e artificiali. Il bottegaio si rivolge poi a me, mi ordina di spogliarmi e di prepararmi a subire cinque operazioni chirurgiche, nella cui esecuzione sarà aiutato dalle sue piccole creature. Mi pervade un terrore cieco mentre intorno a me le marionette e tutto il resto prendono vita e mi afferrano: arrivano dappertutto e sono talmente impaurito che chiudo gli occhi per non vedere cosa stia per accadere. Inoltre sono fortissime: posso sentire la loro morsa meccanica serrarmi le membra mentre mi trascinano inesorabilmente verso il commesso. Finalmente comincio ad opporre una resistenza disperata, anche se il terrore mi toglie la forza, e riesco dopo sforzi immani a liberare una gamba e un braccio, e infine tutto il corpo. Mi precipito verso l'uscita secondaria del negozio: gli altri due amici rimasti con me decidono anch'essi di tentare la fuga, e comincia una fase concitata. Il burattinaio si incazza e fa accorrere dal piano superiore (l'amico che era rimasto là ben se ne accorge, dato che comincia a urlare in preda all'orrore) le sue “marionette umane”, che io non vedo ma che so essere orribili parti anatomiche di uomini assemblate in modo molto macabro tra loro e in grado di muoversi (simili alle bambole di Bellmer in versione “reale”). La consapevolezza del fatto che quelle cose, dal piano di sopra, si stiano avvicinando, mi impaurisce assai. Non scorgo più i miei amici mentre in qualche modo riesco ad accedere precipitosamente al retro del negozio, ma sento il terrore nella voce di uno di loro che urla rivolto alle cose che stavano arrivando qualcosa di correlato al fatto che li avesse identificati quali “cacodemoni”. La natura demoniaca di tutto quell'affare mi fa cagare ancora più addosso. Ho una fugace visione mentale di una creatura una volta umana in un corridoio buio, a cui è stata sostituita la parte superiore del corpo con delle altre gambe maschili attaccate al contrario... ecco a cosa si riferiva il bottegaio riguardo le operazioni che io, come gli altri, avremmo dovuto subire... ma non vedo comunque in prima persona nessuna di queste creature, pur consapevole del fatto che ne abbia almeno un paio alle calcagna.

Infine riesco a mettermi in salvo e a tornare tra le strade ormai buie della vecchia cittadina. Comincia a nevischiare. Sono conscio non so come della sopravvivenza dei miei amici, anche se non li vedo. Torno nel mio piccolo monolocale illuminato da una candela e ripenso al bottegaio solitario che gioca e parla con le sue bambole, giù nel seminterrato del suo negozio.

lunedì 4 luglio 2011

frammenti onirici-2 /sogno lucido e un astrale

Una notte estiva, tra i molti svantaggi che reca, ha dalla sua il caldo, che sfavorisce sonni particolarmente profondi (e riposanti). È quindi molto più semplice fare esperienze quali i sogni lucidi, poiché il livello di veglia cosciente rimane piuttosto elevato. La prima sera di Luglio di quest'anno è stata infatti piuttosto densa; un lungo sogno cospirazionista a sfondo esoterico di cui dico solo che coinvolgeva istituzioni quali le scuole e gli ospedali (nei sotterranei di questi ultimi si operavano riti di una terribile depravazione). Più interessante il sogno lucido: perlopiù non interamente cosciente, ma quasi. Svolazzavo per una grande città, e mi sono ritrovato su un grande edificio simile a una scuola. Era costruito in cemento e pietra grigia, architettonicamente simile a costruzioni della fine del XIX secolo. Non sapendo cosa fare, ho prima materializzato una “professoressa ideale” (chi ha orecchie per intendere...) con la quale ho cercato di avere un rapporto sessuale che è però quasi subito sfumato (ho intuito che proseguendolo avrei rischiato di svegliarmi attaccato in modo equivoco al materasso...). Successivamente, in piedi sul tetto della struttura, ho iniziato ad ingrandirla, aggiungendo complessi architettonici simili, dalle cui vetrate vecchie e sporche si potevano intravedere gli interni avvolti da una scura penombra, da pomeriggio invernale, aule, corridoi etc, completamente vuoti e silenziosi. Potevo sentire un senso di isolamento buio e di cose dimenticate fuori dal tempo provenire da questi interni. Rendendomi poi improvvisamente conto che essendo all'interno del sogno potevo ricordare ancora perfettamente il contenuto del sogno cospirazionista che ho citato all'inizio, e che si era svolto prima di essere entrato nel lucido, ho deciso di creare una mia copia identica con la quale dialogare, che in qualche modo avrebbe dovuto funzionare come una materializzazione onirica della mia memoria fisica; una volta creata, cominciai a narrarle(-mi) a chiare lettere ciò che era successo fino a quel momento, in modo che una volta sveglio “magicamente” mi sarei ricordato tutto alla perfezione, almeno in teoria. Ovviamente non ha funzionato appieno, poiché c'erano semplicemente troppe cose da narrare alla copia, quindi anche questa catena di eventi è sfumata. Inoltre non si parla di contenuti interamente mnemonico-mentali, ma anche di atti di coscienza. Non è semplice come dare un resoconto di avvenimenti avvenuti nella realtà quotidiana.
Dopo tutto ciò, ho provato ad entrare in astrale. Esperienza divertente, anche se condotta non al meglio. Ero intrappolato nel mio sogno lucido, incerto su come raggiungere il piano astrale da quella condizione. Allora ho ricominciato a volare in giro, stando attento a non alzarmi troppo dal livello del terreno (perché facendolo rischiavo di farmi prendere dalla paura dell'altezza, e di perdere conseguentemente il controllo del sogno). Allora ho intuito che probabilmente sarebbe successo qualcosa se avessi provato ad acquisire una “velocità di volo” sempre maggiore (sembra una puntata di Dragon ball, ma è proprio così). Ho iniziato. Aumentavo di velocità vertiginosamente, e dopo un po' ho cominciato a vedere intorno a me quelle vorticanti e fumose energie tipiche dei miei stati ipnagogici. Ho avuto un momento di esitazione , dovuto alla possibilità che perdessi il controllo dell'operazione, che ho superato regolando ritmicamente la respirazione, anche se in modo un po' convulso. All'improvviso mi sono ritrovato letteralmente sparato fuori dal corpo, spinto contro il muro del soffitto che vedevo chiaramente a poca distanza da me, con il battito del cuore a mille. Ho fatto appena a tempo a riuscire a girare lo “sguardo” dietro di me, e ho visto il mio corpo sul letto, di sotto. Agitatissimo, mi sono risvegliato subito. Tutti questi ultimi istanti si sono succeduti in maniera oltremodo concitata e rapida, per qui non ho avuto la coscienza completamente salda per tutta la breve durata dell'esperienza, rivelatasi comunque piuttosto istruttiva.

domenica 26 giugno 2011

Sui Tattwa



Vayu: aria, un cerchio azzurro

Apas: acqua, una mezzaluna argentea

Agni o Tejas: fuoco, un triangolo rosso

Prithivi: terra, un quadrato giallo

Akasa: etere (spirito), un ovoide nero


Segni archetipici della tradizione mistica indiana, vengono utilizzati, tra le altre cose, quali vere e proprie “porte astrali” da alcuni gruppi esoterici occidentali. Sono infatti note le esperienze di alcuni membri di spicco (nell'ambito quasi “alla moda” tipico delle esperienze esotiche ed esoteriche tra otto e novecento) della Golden Dawn, come Machen o Yeats, il quale riporta una visione avuta applicandosi sulla fronte, penso durante una meditazione o un cerimoniale riguardante i piani astrali, l'immagine di Agni: una sorta di grande paesaggio desertico con delle rovine e un titano che si ergeva tra esse. Mac Gregor Mathers fa immaginare sul muro dinanzi al quale si sta meditando una proiezione mentale di uno dei Tattwa , che ingrandendosi diviene una porta attraverso la quale far passare la propria coscienza. Il luogo in cui si andrà a finire avrà delle corrispondenze attinenti al simbolo utilizzato (nel caso di Yeats, il Tattwa del fuoco ha “generato” il deserto).

Personalmente tendo a intuire questi segni come simbolizzazioni di aspetti vibratori generali di ciò che va a comporre l'universo, che permettono di legare il proprio corpo astrale ad essi tramite la comunanza di “frequenze” la quale si verrebbe a creare durante la pratica; alla stregua di segnavia energetici che direzionerebbero in un certo senso il corpo sottile durante lo sdoppiamento.

Crowley scrive, in questo senso, riguardo i diversi piani raggiungibili (oltre che della loro presunta “realtà”) quasi fossero “stratificazioni astrali” dei vari possibili simbolici umani, assimilabili quasi a un inconscio collettivo magico. I Tattwa si porrebbero allora tra le chiavi di accesso ai piani elementali di base, ai loro intrecci e interazioni: è consigliata infatti anche la pratica di combinare tra loro i differenti simboli per crearne altri che rispecchino le diverse qualità del reale (in totale si hanno venticinque combinazioni di Tattwa; un esempio: unendo Apas con Agni si ottiene l'aspetto calorico dell'acqua; la combinazione Vayu-Apas sente l'aspetto umido dell'aria, e così via).

Nel Liber E Vel Exercitorium , appendice a Magick, i Tattwa sono impiegati come appoggi utili alla fase meditativa di Dharana. L'immedesimazione elementale mi sembra un buon metodo: si consiglia di disegnare su cartoncini di media grandezza i simboli in questione, sceglierne uno da porre dinanzi alla propria visuale durante la pratica, e man mano formarsene un' immagine mentale stabile e preponderante, riconoscendolo progressivamente come parte integrante del sé: immaginarsi avvolti dalle fiamme e dal calore più bruciante utilizzando Agni, divenire il sangue bollente, denso e pulsante delle rocce quale è la lava nel caso dell'unione tra Agni e Prithivi, etc. Un artificio che fa dell'immaginazione una delle sue componenti fondamentali, quindi. In questo senso si può capire anche cosa significhino, nell'ambito della magia cerimoniale, le prove che si raccomanda che vengano superate dall'adepto che intenda procedere all'evocazione degli spiriti elementali: per dominare l'elemento fuoco, ad esempio, occorre sfidare le fiamme di un incendio; per poter contattare gli spiriti dell'aria, bisogna scalare montagne e superare precipizi. Per garantire il successo diviene necessaria la totale immedesimazione nell'elemento, la quale fa da “solvente dell'ego” di natura comunque sempre mentale.

(immagini tratte da dipinti di Austin Osman Spare)

giovedì 16 giugno 2011

Caduta nella vita


Forme pensiero cristallizzatesi nel reale, attraverso la compulsiva ripetizione di atti che mettono in moto forze invisibili e inconsistenti ma in grado di addensarsi pesantemente ai bordi dell'esistenza di chi o cosa è coinvolto in questo meccanismo. E' questo il versante oscuro delle pratiche apotropaiche e delle maledizioni? Un esempio banale, intriso di vergogna: è possibile che una fantasia sessuale ossessiva solidifichi il proprio immaginario nella vita di tutti i giorni attraverso il sacrificio costante di parti innominabili del sè? Dove va a finire tutta quell'energia autodistruttiva?
La mia mente è una palude i cui miasmi notturni fanno da flebile guida ai pensieri smarriti degli Altri verso la mia realtà. Ma non è così per tutti?
E l'odore dei millenni, le suggestioni più inafferrabili, l'angoscia sfuggente del sole del mattino, la demenza terminale dei linguaggi... fuochi fatui appena scorti tra le ombre della sera.
Le alterità finitamente possibili della natura fanno i loro giochi su questa fitta rete di sensazioni fluide e al limite dell'intuizione, ma sempre comunque pervasive?
Sicuramente il loro limite ultimo e necessario, ormai, non si trova più nella semplicità estraniante della carne...

mercoledì 15 giugno 2011

frammenti onirici-1

Paesaggio nordico, in inverno, una antica rocca posta su un dirupo roccioso, nero e spazzato dal vento.
La gerarchia nazista ha scelto quest'ultima sede prima della fine della guerra irrimediabilmente persa.
Lusso nei grandi saloni all'interno, ma è uno sfarzo fatiscente, di ideali in decadenza, di brindisi funerari alla vecchia Europa.
Sono uno dei primi servitori-lacchè che lavorano nel castello per i gerarchi, e mi aggiro tra gli spazi semibui, raramente illuminati a luce elettrica, eseguendo compiti vari al baluginio delle candele. Intorno a me sento qualche risata lontana, e parole in tedesco echeggiano tra le mura. Intravedo mentalmente la figura spettrale del Fuhrer intento a dare ordini da qualche parte nel maniero, uomo perso e vuoto, gli si legge ormai la morte in faccia.
Mi occupo dei preparativi di un concerto lirico che si svolgerà la sera in una sorta di salone-teatro, adorno di velluti rossi e cordoni dorati che rilucono debolmente tra le ombre più dense degli angoli del proscenio... andrà bene, a noi servitori di "alto grado",perchè durante il concerto potremo sederci tra i primi posti della platea, insieme ai gerarchi invitati con le loro famiglie...
Esco dal salone e mi avvio su per delle strette scale di pietra che conducono chissà dove. Da una grande finestra osservo fuori, silenzioso: la sera sta calando mentre comincia a nevicare...

lunedì 13 giugno 2011

Un sogno cospirazionista

per la serie delle masturbazioni oniriche fini a sé stesse, trascrivo un lungo sogno di qualche tempo fa. Riguarda alieni, fine del mondo, nuovo ordine mondiale etc. vi sono alcuni buchi nella narrazione dovuti a vuoti di memoria, e frammenti di sensazioni lontane che non è possibile descrivere se non attraverso fugaci sprazzi di visioni sensoriali tipiche dei meccanismi dei miei sogni. La scrittura è in “presa diretta”, fatta cioè appena sveglio. Quindi farà più schifo del normale.

“buona lettura”.


Molti prodigi nei giorni precedenti il grande Controllo: improvvise esplosioni invisibili nel cielo, miraggi lontani di città devastate da decine di atomiche, “allucinazioni energetiche” coinvolgenti i vivi e i morti.

Alla fine ti fanno credere di essere in guerra contro un nemico imprecisato, le cui armi mai prima di allora si erano viste.

Siamo nella grande stanza di un alto edificio di una grande città, dalle ampie vetrate delle pareti si vedono le strade e le costruzioni sotto di noi. È una bella giornata limpida e soleggiata, fuori. Con me ci sono i miei famigliari e intorno a noi, nell'ampia sala, altre persone e famiglie. Parlando con i miei parenti riguardo le strane deflagrazioni invisibili nel cielo che in quei giorni avvenivano in diverse parti del mondo, mi sovviene che queste potrebbero essere il frutto di tecnologie aliene: non faccio tempo a dirlo che siamo attaccati. Questo nemico ignoto ci attacca con armi dall'apparenza inquietante e pericolosa, ma pare non abbia intenzione (questa è una mia intuizione istintiva) di provocare morti tra noi civili. Si trattava di moduli volanti automatici dalla foggia strana, quasi come piccoli satelliti iper-tecnologici, in grado di assumere velocità incredibili emettendo stridii e ronzii acutissimi e potenti che avevano l'effetto di terrorizzarci ancora di più; questi sfondavano man mano le vetrate della stanza entrando per darci la caccia. Tra il fuggi fuggi generale perdo di vista la mia famiglia. Cerco allora di nascondermi e ripararmi dietro protezioni improvvisate (armadi,poltrone, sedie) ma alla fine noto che dall'altra parte della stanza qualcuno mette le mani dietro la testa come per arrendersi, e gli strani moduli si fermano all'improvviso, cessando le loro grida metalliche. Tutti i presenti nella stanza, me compreso, fanno la stessa cosa e l'attacco pare cessare. Nel disordine generale compaiono dei soldati in una divisa mai vista , i quali ci intimano di seguirli fuori dall'edificio. Dalla terrazza vedo che in altri edifici situati in altre zone della città sta avvenendo la stessa cosa. La popolazione viene così radunata man mano appena fuori dalla città, in un vasto spazio collinare con grandi prati verdi. Vi sono svariate migliaia di persone, e vari drappelli di quelle guardie dalla strana uniforme che tengono sott'occhio la situazione, per assicurarsi che nessuno fugga. In quel momento capisco cosa sta succedendo. Prima di annunciare l'effettivo arrivo degli alieni sulla terra, le autorità vogliono impiantare il chip di controllo a tutti i cittadini facenti parte del nuovo ordine mondiale. Mi guardo in giro: al di là dei prati, verso un bosco non troppo lontano, solo un paio di armati di guardia. Se riuscissi a evitarli e a inoltrarmi nella selva... (mi coglie la sensazione profonda della possibilità di un totale distacco dall'umanità e di un conseguente ritorno alla natura più selvaggia in tal caso; la fuga da una società puramente tecnocratica, in virtù di una non-esistenza arcaica...). Torno a pensare a un piano di fuga, quando in parte a un piccolo gruppo di persone scorgo un mio amico, vestito in modo piuttosto trasandato, pallido e con la barba sfatta; anche lui si accorge di me, io allora gli sorrido e indico prima la folla e poi il mio collo alla base della nuca (il chip veniva impiantato lì, in qualche modo lo sapevo). Il mio amico capisce a cosa alludo e mi raggiunge. Dopo un breve scambio di battute, gli chiedo se lo hanno “inchippato”. Lui risponde di sì, ma poi afferma di aver trovato il modo di rimuovere il chip e me lo spiega.
-vuoto di memoria-

sono in piedi con altre persone in una specie di capannone circolare. Sul perimetro di questo, tutti intorno a me, molti civili seduti, alcuni mi pare legati a delle sedie. Molti soldati in giro; uno di essi chiama per nome le persone sedute, alle quali evidentemente dovrà essere impiantato il chip nel collo. Quando uno dei civili si oppone e cerca di incitare tutti gli altri a una rivolta, il soldato con la lista dei nomi fa un cenno ed altri armati arrivano e bendano il tizio recalcitrante, iniettandoli qualcosa nel collo; questo immediatamente è ridotto ad uno stato di semi-lobotomia, e fissa il pavimento farfugliando tra sé.

-vuoto di memoria-

sono solo in una piccola fabbrica abbandonata su due piani, quello inferiore riservato ai macchinari, quello superiore a due piccoli uffici. Si sono accorti della mia fuga: in lontananza, all'esterno, comincio a udire i caratteristici rumori e ronzii acutissimi dei moduli volanti alieni che si stanno avvicinando; non mi capacito di come mi abbiano trovato, quando realizzo che nel pensare agli alieni i suoni all'esterno si fanno più forti, come se fossero in grado,i moduli, di localizzare la mia posizione tramite le mie onde cerebrali. Intuisco allora che in qualche modo devono essere riusciti ad inchipparmi, e toccandomi il collo ne ho la conferma: al tatto sento una cicatrice che prima non c'era. I suoni si fanno sempre più forti, ormai mi hanno trovato: corro su agli uffici della fabbrica in cerca di ciò che mi serve per espiantare il chip secondo le istruzioni datemi dal mio amico, ma trovo solo una forbice e un taglierino: con quest'ultimo riesco ad aprire la cicatrice e a rimuovere il chip (rimangono dei microcavi rossi e blu che spuntano dalla carne insieme al sangue). Sembra funzionare: da fuori i rumori cessano all'improvviso. Sento però che dal piano inferiore qualcuno sta salendo le scale... provo a spiare senza farmi vedere: sembra uno di quei soldati dall'uniforme strana, ma è diverso, in qualche modo: ha qualcosa che non va... nel salire, noto infatti che indossa un passamontagna blu, ma non vedo altro che due buchi neri dove ci sarebbero dovuti essere gli occhi. Inoltre è più basso rispetto a un comune soldato. Intuisco di cosa si tratta, e prima che raggiunga il mio piano lo colgo di sorpresa da sopra e gli infilo le forbici nel collo. Una violenta torsione e il soldato si accascia al suolo morto. Tolgo il suo passamontagna, e svelo la sua natura aliena. Riprendo a fuggire

-vuoto di memoria-

alcune scene di apocalisse urbana, edifici che crollano,guerriglia in strada, incendi. Io che salvo una mocciosa da un auto in fiamme.

-fine.