I. In cima
Inondati dal crepuscolo, gli ultimi bucaneve e i crochi spuntano esili dall'erba, incendiando di bianco i ripidi pendii settentrionali del monte. Il sole intanto, adagiandosi leggero nel suo giaciglio di roccia ad ovest, incupisce le nevi remote delle montagne, donando loro un misterioso tepore rosato.
Non potrò mai stancarmi di quel profilo continuo di vette che dalla cima di questa montagna, il "nostro" Canto, si può ammirare; sempre però mi soffermo su quei giganti che sento più vicini: la Presolana fosca con il Camino subito dietro, il Pegherolo dalle inconfondibili striature di pietra, il Tre Signori, l'Alben, il Menna e l'Arera, il Campelli e poi il lecchese, con le Grigne e il Resegone... in realtà ogni salita al Canto rivela sempre nuovi dettagli e regala angoli di sensazioni che nascondono ricordi preziosi; questi sono i doni unici delle montagne, elargiti a pochi.
II. Nei pressi del colle s.Anna
Rantoli finali del lungo inverno di quest'anno, i venti freddi che giocano con le stelle e con le scintille del nostro piccolo fuoco hanno ripulito la volta celeste dai miasmi della città. La sottile luna che cresce nel nome di Lilith e l'Ariete spavaldo brillano nell'oscurità siderale - la porta della Primavera è spalancata del tutto - mentre il profumo delle resine bruciate si sprigiona dal caldo bagliore delle braci; una fiamma segreta in questa notte limpida, e lontana.
Ancora l'incanto delle sagome nere delle grandi montagne - Resegone, Grigne - che si stagliano eterne e piene di memorie all'orizzonte, titani dormienti nella sera. Tutto è morto e tutto è vivo: i silenzi dei pascoli e dei boschi d'Aprile, l'atmosfera di elettrica sospensione della luna crescente e il diluirsi benefico dei pensieri conseguente - un tempo tutto questo già mi appartenne, ma quando?
Abbiamo brindato infine al colle s.Anna, con il denso e scuro nocino dell'estate precedente, l'essenza della primavera al suo culmine generativo, prima di scendere nuovamente verso le maree caotiche dell'umanità, attraverso il buio degli antichi sentieri...
domenica 14 aprile 2013
lunedì 1 aprile 2013
I Quattro Pilastri
Di questi concetti basilari della ricerca interiore credo che si abusi spesso; di seguito ho cercato di esprimere cosa per me rappresentino in questo periodo.
Sapere
Metto le mani avanti; non si tratta qui solo della conoscenza così come è comunemente intesa nella società occidentale odierna, ovvero un insieme di nozioni o di nozioni su come si acquisiscono nozioni; questo "sapere" si dovrebbe intendere come di fattura esclusivamente spirituale. Lo si può ritrovare sui libri, celato o meno, ma mai potrà essere interamente compreso solo attraverso lo studio "scolastico" di certi contenuti. Sicuramente si tratta di una conoscenza che va in parallelo su diverse direttrici: alcune di queste sono a mio avviso la COSCIENZA DI Sé E DEL MONDO, la PRATICA, l'APERTURA MENTALE ALLE POSSIBILITA' DEL "REALE", l'INTUIZIONE SIMBOLICA DELLE FORZE DEL MANIFESTATO. In questo senso il sapere qui inteso è un processo che vive e muta nel tempo e che bisogna saper coltivare con una certa abilità per evitare di rimanere abbagliati da errate interpretazioni di esso, che possano andare a influire negativamente, talvolta anche in maniera sotterranea, sulla vita interiore di chi intraprende la ricerca spirituale.
Volere
Questo pilastro riflette quella che io definisco anche come "vocazione"; soprattutto in quest'epoca che fagocita continuamente sé stessa, un'intenzionalità ferma e irremovibile nei propri propositi diviene una facoltà primaria sulla quale concentrarsi. Farlo significa distruggere l'indolenza e le perdite di tempo, cercando di rimanere in uno stato di attività magica il più a lungo e frequentemente possibile nella vita di tutti i giorni, veglia o sonno che sia. Non ci sono scusanti per chi, consapevole, non eserciti la propria Volontà, se non il fatto di essere ancora incerti e in fondo soddisfatti della propria condizione esistenziale. La volontà magica deve avere la forza di disgregare le artificiose comodità mentali della vita pre-impacchettata che oggi ci è "offerta"; essa dovrebbe divenire il fuoco interiore che illumina la via divorando senza pietà gli innumerevoli ostacoli che man mano è inevitabile incrociare.
Osare
Questo è un precetto valido su molteplici livelli, da quello più pratico, inerente a operazioni vere e proprie e simili, a quello più astratto, nel senso della capacità di accettare concetti e visioni del mondo difficili e inusitate. Osare può indicare anche l'essenziale procedimento del mettere in discussione la conformazione del proprio Io dato fino a un certo momento (quello che dovrebbe precedere l'inizio di una ricerca spirituale ben condotta) e così permettere l'avvio del Solve. L'andare contro i propri abitudinari e comodi processi psico-fisici nell'ottica di un cambiamento graduale, difficile ma necessario - se è veramente sentito come tale.
Osare è per me il richiamo che sorge dal profondo e che permette così di spezzare l'inevitabile Paura, traendo il potere per farlo dal grande momento dell'Istante.
Tacere
Ritengo il silenzio assolutamente fondamentale, in quanto custode di sottili meccanismi psichici capitali per l'equilibrio spirituale che ognuno si crea su questo percorso. Importante il fatto che il silenzio riguarda sì il rapporto con gli altri uomini, ma anche quello con le diverse parti del proprio sé nei confronti di tutto ciò che concerne la ricerca spirituale. Su quest'ultimo punto non credo sia opportuno dilungarmi oltre.
martedì 26 marzo 2013
La "sostanza cromatica" dei sogni - divagazioni
L'unico piccolo riferimento che conosco riguardo questo argomento l'avevo trovato tempo fa e interessava Aurobindo, che associava se non erro a ogni corpo sottile dell'uomo una certa tipologia di sogni rispetto ad un'altra. Qui tratterò solo di certe personali impressioni a proposito.
Credo sia istruttivo il cercare di notare la composizione cromatica e luminosa dei propri sogni, sicuramente è un esercizio di consapevolezza non indifferente. Quello che primariamente bisogna tenere presente è che "coscienza ed energia sono due facce della stessa medaglia". Personalmente, trovo effettivamente che i sogni predominati da scarsa luminosità, dalle tinte cupe, fosche e opache, hanno una "frequenza energetica" bassa, in cui la consapevolezza è del tutto assente, come ottenebrata. Ciò non toglie che molte esperienze e sensazioni particolari, legate a questo stato di in-coscienza, possano comunque essere utili o interessanti, mi riferisco dal mio punto di vista a certe impressioni "amniotiche" molto incisive, anche a distanza di tempo.
In effetti però credo che nell'esperienza di ognuno la maggior parte del materiale onirico rifletta uno stato di mezzo, in cui la sostanza luminosa, il "telaio" onirico, non è nè particolarmente spenta nè notevolmente fulgida -mi riferisco ai sogni "comuni", quelli legati alle esperienze psichiche di ogni giorno. Da questo stato di mezzo si oscilla poi da un polo energetico all'altro, da quello basso dei sogni opachi a quello alto di quelli cristallini (come li definisco io). Questi ultimi sono quelli maggiormente carichi di colori vividi, luce ed energia; la sostanza di cui sono permeati è vibrante e luminosa, brillante, e si ha la percezione di uno stato energetico diverso, più elevato e se vogliamo anche più instabile. La coscienza è attiva, e anche se non si trova al livello del controllo del sogno, è a un passo dall'esserlo; il sogno cristallino è sicuramente vicino al piano astrale; spesse volte, nel tentativo di accedere a quest'ultimo, si finisce in una condizione intermedia caratterizzata appunto da tutte queste vividissime percezioni cromatiche. Ho notato che quando si fanno sogni cristallini ci si sveglia carichi di energia e di lucidità, anche se le ore di sonno sono meno rispetto al necessario; ho il forte sospetto che questo fatto sia dovuto a un buon incanalamento delle energie sessuali ottenuto prima di coricarsi: questo confermerebbe la vicinanza tra questo tipo di sogni e il piano astrale.
martedì 12 febbraio 2013
Il trionfo della materia: von Hagens
(GIANCARLO MAGALLI commenta la mostra di von Hagens)
Nonostante ormai da anni io sia saturo in modo negativo di molti aspetti dello scempio chiamato "progresso", non posso che rimanere nuovamente perplesso dinanzi a certi ultimi esiti del mondo dell'arte- certe degenerazioni postume della body art dei tagliuzzamenti e degli scorticamenti vari.
L'esempio è quello dei lavori dell'anatomista-artista von Hagens, inventore della plastinazione, che permette in sostanza di conservare corpi organici dopo la morte, una sorta di mummificazione post- moderna (già questa definizione può far capire molte cose), il cui scopo non è più la conservazione dell'essenza del defunto per il suo viaggio nell'aldilà, ovviamente, ma ancor più ovviamente la mera esposizione-"spettacolo" di questo stesso corpo secondo fini "artistici" e "scientifici"...

A parte il fatto che la trovo a priori concettualmente ripugnante, ma come non considerare quest' '"arte" una semplice aberrazione dal solo significato di ciò che cerca fin troppo efficacemente di mostrare, ossia il lato brutalmente materialista (scientifico) del "reale", indagato ancora una volta (non se ne può più) in modo feticistico e ai limiti del patologico? Un tal genere di attrazione popolare, quasi da circo degli orrori, volgare e in fondo stupida, viene apprezzata da centinaia di migliaia di persone, un pubblico non molto lontano, credo, da quello che trova "perturbanti" e appassionanti i maciullamenti alla Hostel di altri artisti del genere che si muovono in modo oculato tra il grottesco e il repellente. Roba contemporanea insomma.
Un pubblico che costruisce la propria chiusura intellettuale di matrice materialistico-nichilista godendo di "opere" che hanno la consistenza del nulla , perché queste fanno dei loro eccessi la semplice testimonianza del loro essere "umane, troppo umane". Abbiamo davvero bisogno di eccitare la nostra sensibilità con stimoli tanto grossolani per cominciare a fare uso del cervello e a renderci un poco più consapevoli nei confronti della realtà?
In queste manifestazioni plastiche non si ritrova niente: non c'è bellezza, non c'è disordine né bruttura, solo banalità portata all'estremo (la carne è sempre carne, seppur squartata e analizzata in ogni modo immaginabile); non c'è ribellione, ma soprattutto, ovviamente, non c'è alcunché di trascendente, anzi ci si trova agli idioti antipodi della trascendenza. Che i cultori di questa roba inizino a guardare loro stessi e l'universo con occhi diversi: forse arriveranno a capire che essenzialmente c'è poca differenza tra questo tipo di "arte" e quel genere di cose che il buon Manzoni aveva provveduto ad inscatolare qualche anno fa...
venerdì 8 febbraio 2013
Non toccatemi gli Sturmpercht
Gli Sturmpercht incarnano in musica buona parte delle viscere di pietra, ghiaccio, sterco di mucca e tradizioni delle Alpi. Li si potrà accusare di rozzezza e talvolta di stupidità, ma essi non fanno altro che rispecchiare in modo fascinoso la realtà di un mondo che non è per noi così lontano... Questo gruppo non è in grado di dare solamente una semplicistica visione epicizzante della vita delle comunità montane alpine di ieri e di oggi; gli Sturmpercht, da creatori del neofolk alpino, riescono meravigliosamente a restituire anche le più piccole e inafferrabili sensazioni di queste realtà radicate nei millenni nascosti delle storie perdute di queste popolazioni. Per comprendere la loro musica bisogna davvero conoscere le montagne: la fatica, i silenzi delle tradizioni svanite, le notti dei bivacchi solitari d'alta quota, il respiro gelido dei nevai nascosti, il lontano belato delle greggi al pascolo tra le brume dell'estate...
Il loro album migliore è sicuramente Geister Im Waldgebirg: per i pochi che lo sapranno ascoltare si rivelerà un capolavoro, una gemma di affascinante granito delle Alpi.
Leggende di arcaiche creature, notturni monocordi dei pascoli estivi, melodie rurali all'ombra dei larici e tanta birra rendono Geister un'esperienza difficile ma sicuramente, fottutamente appagante per l'ascoltatore aperto e coraggioso.
Un prodotto di nicchia (per fortuna) che consiglio e auguro a chiunque riesca a recepire e rispettare lo spirito delle nostre montagne.
Il loro album migliore è sicuramente Geister Im Waldgebirg: per i pochi che lo sapranno ascoltare si rivelerà un capolavoro, una gemma di affascinante granito delle Alpi.
Leggende di arcaiche creature, notturni monocordi dei pascoli estivi, melodie rurali all'ombra dei larici e tanta birra rendono Geister un'esperienza difficile ma sicuramente, fottutamente appagante per l'ascoltatore aperto e coraggioso.
Un prodotto di nicchia (per fortuna) che consiglio e auguro a chiunque riesca a recepire e rispettare lo spirito delle nostre montagne.
giovedì 13 dicembre 2012
Natura esoterica dell'hashish
La conoscenza di sé stessi può passare anche da strade poco ortodosse dal punto di vista sociale (anzi, DEVE farlo, perché sia davvero tale).
Naturalmente, conta molto la predisposizione introspettiva, che è una specie di vocazione individuale la cui genuinità mi pare essere una delle cose più rare al mondo d'oggi.
Forse è sempre stato così, ma questo non lo so.
In questo senso l'utilizzo di sostanze intossicanti può essere molto d'aiuto nell'esplorazione delle proprie possibilità. Disgraziatamente, la legislazione odierna permette il libero utilizzo di una sola di esse, tra l'altro la più distruttiva, almeno in termini fisici, ossia l'alcol. Di esso e delle sue infervorate, passionali ebbrezze parlerò forse prossimamente, se sarò in grado di farlo.
Un altro "stupefacente" di cui ho buona esperienza è appunto l'hashish, o meglio sarebbe dire il THC, presente in quantità variabile nella canapa indiana e non solo. Chiamerò la sostanza hashish alludendo al principio attivo della pianta, quindi anche alle sue infiorescenze, che hanno i medesimi effetti forse in misura lievemente meno accentuata rispetto alla resina trattata.
Psicologia dell'hashish
Il discorso sulle droghe è stato completamente distorto dall'immagine fantasmatica che una parte della società odierna ha volutamente creato di esse. Se l'uso di queste sostanze viene portato al di là del lato ricreativo-sociale, avvicinandolo a quello rituale, è possibile trarne diversi vantaggi. L'effetto dell'hashish è primariamente soggettivo; è quasi inutile consultare la medicina a proposito, bisogna sperimentarlo con una certa assiduità su sé stessi per cominciare a comprenderne consciamente i meccanismi.
Generalmente, dopo l'assunzione di tale "Droga" si avrà una progressiva amplifcazione della propria personalità istantanea, influenzata quindi dalle componenti che la formano in quel momento: stato d'animo generale, luogo, eventuale compagnia, sensazione di fame, di freddo etc...
Le percezioni e le sensazioni si fanno via via più intense.
L'hashish amplifica in un certo modo la tua personalità: se sei un idiota, diventerai più idiota; se sei di norma un paranoico, e ti becchi il momento sbagliato, ti sembrerà di stare in un inferno fatto di eternità istantanee.
Ecco perché questa è ritenuta da molti una droga "leggera" o ricreativa: essa è tale per la maggior parte delle persone, che solitamente è composta da personalità estroverse (nel linguaggio di Jung).
Non può esserci uso ricreativo-sociale dell'hashish per un introverso (consultare sempre Jung), in quanto l'assunzione porta progressivamente faccia a faccia con una certa parte del proprio mondo interiore, e questa non è sempre un'esperienza divertente.
Il momento, l'istante temporale in cui si è immersi viene ingigantito all'inverosimile, o meglio, questo avviene a livello della mente conscia e della sua interazione con il mondo; i pensieri si moltiplicano viralmente, diramandosi labirinticamente in una vischiosa, seppur vaporosa, ragnatela.
L'hashish è associato a Netzach, Hod e all'elemento Acqua; questo in virtù anche della sua proprietà principale, che è quella di soffocare, annullare il subconscio (K.Grant). Allo stesso tempo, il potere analitico della mente viene terribilmente potenziato; la sua capacità di scomposizione del Reale aumenta al punto che se ne perde facilmente il controllo, rimanendo così totalmente in balìa dei propri pensieri. Non è affatto impossibile rischiare la pazzia a causa di questa droga "leggera", in soggetti mentalmente predisposti che ne facciano abuso costante.
L'hashish è legalmente classificato come allucinogeno; questo perché il meccanismo qui esposto rispecchia quello di altre sostanza psicotrope, come l'LSD o il mescal. Queste ultime sono però molto più potenti e portano ancora oltre l'esperienza, facendo materializzare a livello sensoriale gli svariati esiti delle proprie scorribande mentali.
Tornando all'hashish, la capacità di rimanere abbastanza consapevoli durante l'ebbrezza permette di comprendere bene il comportamento delle correnti nel mare dei propri pensieri, riuscendo a sconfinare anche in regioni nuove, profonde e "tossiche" della propria mente. Questa capacità, in un'ottica di auto conoscenza, si acquisisce solo tramite un uso oculato e prolungato della sostanza. Si vedrà così come l'hashish sia in grado di aprire alla disgregazione analitica della coscienza... e non è cosa da poco. Questo oscuro meccanismo dell'hashish è splendidamente descritto da Crowley in Amalantrah working: "un esperimento con l'hashish [...] è un ritorno,una regressione della struttura mentale, una degenerazione. Vediamo così che l'analisi costituisce un andare indietro, mentre la sintesi è un progresso. Ciò è anche prova della natura di Choronzon. Poiché la dispersione rappresenta l'analisi, o distruzione, egli è nemico dell'uomo la cui formula è creazione per sintesi. Questa sintesi è Amore.".
Questo può spiegare anche la natura demoniaca che Baudelaire assegna all'hashish nei Paradisi Artificiali...
mercoledì 14 novembre 2012
Alcune figure demoniache del folklore lombardo
FUOCHI FATUI
Pallide stelle degli stagni rilucono sul velo oscuro delle acque, come incerte e flebili escrescenze delle brume notturne.
Negli umidi silenzi del bosco di Novembre, tra le tane dei tassi e i letti angusti dei ruscelli,
chi si inganna, e li evoca senza timore, o chi va errando tardi nella sera tra i carpini spogli, può udire
un rivo sottile strisciare innanzi, e mossi due passi oltre le nicchie putrescenti dei funghi, ecco che scorge le solitarie candele d'autunno.
Allora stupito scivola sul ventre molle della terra, e queste si fanno più vicine: fiamme fradicie d'acqua, sono avare di luce e calore. Un chiarore spettrale intorno: e gli arazzi di foglie riverse brillano appena del loro bagliore, di giorno brunito; ecco che un sentiero verso casa si svela e senza voltarsi l'errante lo prende.
Le leggende sono il pane dell'immaginazione e questa è una facoltà primaria, che va nutrita. Nell'uomo contemporaneo spiritualmente lobotomizzato si è inaridita. Ma tempo fa essa circolava nell'aria molto di più ed era parte integrante del vissuto quotidiano di ognuno; un esempio sono le innumerevoli storie di esseri ed entità che abitavano i nostri monti e le nostre vallate fino a pochi anni fa.
Il Tettavach
Tra i magri pascoli e gli aridi boschi dei colli e dei monti pre alpini era nota la presenza di questo strano rettile-chimera. Venne visto come un serpente nero e lungo, in grado di rubare il latte alle vacche, e ci sono testimonianze di alcune di queste serpi che si infilavano nelle culle dei neonati sempre nella speranza di nutrirsi del prezioso liquido bianco. Il Tettavach ha diverse analogie con un'altra creatura del folklore alpino, il Tatzelwurm; questo era molte volte un serpente dotato di zampe anteriori, in grado di danneggiare il bestiame succhiandone il sangue. Avvistamenti di Tatzelwurms ci sono stati fino alle soglie del XX secolo, ed esiste anche una fintissima fotografia che ne ritrae un simpatico esemplare.
La Cavra besula (Caurabesol)
La Cavra besula si ritrova in diverse varianti su tutto l'arco alpino lombardo.
Sui ripidi ghiaioni e i solitari pascoli estivi del massiccio della Presolana questa si aggirava, di notte, per ghermire gli sprovveduti pastori che avevano lasciato incuranti del rischio il loro bivacco. Essa si annunciava con un terrificante verso ed
appariva come un enorme caprone dagli occhi di sangue infuocato. La vicenda della Cavra besula ha radici molto profonde, che vanno a toccare antiche paure, in primis quella per le streghe (lat. strix). Il suo verso terribile è stato più volte infatti associato quello di un rapace notturno, il succiacapre, tipico di quegli aspri ambienti rocciosi. Questo uccello si nutre di insetti, e andandoli a cercare tra il pelame delle capre si riteneva che succhiasse loro il latte rendendole pure cieche; le povere capre finivano quindi a vagare sperdute, senza meta, tra i selvaggi ambienti montani, dando così avvio al tipico "modus operandi" della Cavra besula descritto prima. Una considerevole affinità con la Cavra besula la si può notare con il demoniaco Habergoass austriaco, rappresentato in diverse mascherate invernali locali come un capro lunghissimo e dallo sguardo pauroso.

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