Una visita al cimitero: io sono un cimitero deambulante, araldo sterile dell'ossario, immerso nel mondo, nel vento, nei pollini volteggianti per le valli secondo i capricci sottili delle orbite atmosferiche. Sto invecchiando; non che la cosa mi turbi molto, per ora, se non per la faccia sconvolta che mi tocca osservare tutte le volte che passo davanti a un qualche materiale riflettente. Non mi sono mai troppo identificato nel mio corpo, se non nei momenti obbligati della sofferenza. Tornando al cimitero alla fine dell'inverno insubrico, ibridazione tra le estinte austerità del gelo alpino e le miti clemenze del mediterraneo lacustre, la primavera serpeggia come rarefazione di morte tra i precoci fiori nemorali. Dopo la visita a mio padre, camminando ancora una volta sulle colline rocciose a strapiombo sul lago, nelle fessure dei muri a secco di dolomie e conglomerati corrugati, i raggi sghembi dell'ultimo sole del giorno accendono di colori freddi le primule e gli anemoni. Il distacco si fa più grande, le distanze spazio temporali divengono sempre più incomprensibili, mentre avanzando per i sentieri cerco di ricordare il mio stesso essere fare la medesima cosa venticinque anni prima - egli, animato dalle sue fantasie di verdi virgulti e tiepidi venti collinari, camminava lungo gli stessi viottoli, allora più nudi e solitari, panicamente masturbandosi al riparo degli spinosi prugnoli? Voltando lo sguardo, dall'altra parte dell'ampia valle glaciale, ai piedi del monte, gli alti scuri cipressi del piccolo cimitero di montagna. Sono già fuori dai tuoi giochi, mondo? La tua rutilante, incontrollata caduta nel mio abisso mi ha già annoiato? Non serbo per me fuochi virili di tradizione - solo fiamme selvatiche di infinito, languido stupore di bellezza. Come voleva mio padre, sulla sua tomba ho onorato lui e gli avi dimenticati. Una piuma pesa spesso come una croce, e viceversa. Le betulle, come scheletri pallidi in equilibrio precario sulle balze incostanti del colle, sono testimoni del mio ritorno in questi luoghi. Ovunque lunghe erbe gialle e rinsecchite testimoniano con i loro smorti filamenti la fine dell'inverno; il passo le trascina via con sé. Salii lungo questi sentieri assolati le prime volte con mio padre ed il mio io di allora, appunto. Quale stagione era? Mi sfuggono i particolari, ma faceva caldo, e c'era un grosso gatto nero, morto lungo la via... In cima a un muro di luce bianca, sfrangiata dai mille tralci di carici e pàlei, si affaccia una vecchia cascina vuota, le cui imposte chiuse paiono voler negare la metamorfosi dei secolari prati aridi nella prima, rada, boscaglia pioniera. Un quarto di secolo prima, vidi questo luogo diverso. Infine, come in una vertigine, si spalancano improvvisi gli alti vuoti degli orridi, verticali sul lago d'inchiostro verde, echeggiante il verde scuro dei cipressi del cimitero. Eccomi finalmente sul filo di lama dolomitico, rappresentazione e formula di questo giorno; sono vivo, ancora,
tra abissi e ricordi.
sabato 14 marzo 2026
Orridi, cipressi, praterie
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Nessun commento:
Posta un commento